Camillo di Christian RoccaRedazionalmente Corretto del 19 aprile 2003

La
prima pagina di Repubblica (Rep.) di ieri, 18 aprile, Giorno
III della Nuova Era Scurdammoce ‘o Passato, si apriva con: "Iraq,
l’impegno dell’Europa". L’ editoriale è di Andrea
Bonanni. Il titolo è un must di Rep: "Gli equilibrismi
del Cavaliere". La tesi dell’editoriale e dell’impaginazione
di Rep. è la seguente: il Cav, nonostante gli equilibrismi,
l’ha presa in quel posto. Pagina 2, infatti, si apre con: "Ue,
lo strappo di Berlusconi". Sommario: "Su Iraq e riforme
il premier polemizza con gli alleati". La pagina 3 si apre
con "tre giorni di gaffes per Berlusconi e Frattini, tagliati
fuori da tutte le decisioni più importanti".
Queste tre pagine di Rep. evidenziano alla perfezione i limiti
del nostro giornalismo. Si parla di impegno europeo in Iraq,
nonostante un fantomatico strappo equilibristico del Cav., il
solito gaffeur tagliato fuori da ogni decisione importante. Avete
per caso capito che cosa abbiano deciso al vertice europeo? Impossibile.
Si intuisce che il Cav. le abbia prese, su che cosa è
un mistero. Sulla Cirami? sulle tv? sulla Coppa dei Campioni?
sullo stalliere di Arcore? Non è dato saperlo. Leggendo
gli articoli si intuisce che il punto sia il ruolo dell’Onu nel
dopo Iraq. La pagina 4 arriva in soccorso: "L’Europa si
unisce solo sull’Onu". Bene. Ma se l’Europa si è
unita, dov’è lo strappo del Cav? E’ stato messo in minoranza?
Voleva chiudere l’Onu, oltre alla Commissione? Leggiamo Bonanni:
"La notizia è che ci sono stati due vertici di Atene.
Al primo hanno partecipato i leader di 14 membri (). Al secondo
ha partecipato Silvio Berlusconi". Bonanni, ovvio, è
metaforico. Il Cav. era lì, ma gli altri non se lo sarebbero
filato. Dunque, ricapitoliamo: c’è uno strappo del Cav.,
uno che fa gaffe e non conta niente al punto che sembra abbia
partecipato a un vertice diverso. Ok, ma allora perché
il Cav. ha votato insieme con tutti gli altri? Nessuno lo spiega.
Red. Corr. avanza un’ipotesi: il Cav. s’è dovuto piegare
per ragion di Stato a una decisione che non condivideva, a una
visione del post Iraq di taglio franco-tedesco, a una condanna
della politica unilateralista di Bush, a una forte critica alle
forze di occupazione angloamericane, a una ramanzina sulle mire
imperialiste della Casa Bianca, a un secco no all’amministrazione
temporanea americana in Iraq. E’ così? No, non è
così. Nel documento approvato c’è scritto che la
sicurezza dell’Iraq va lasciata alla "coalizione",
cioè agli angloamericani e ai loro alleati, cioè
anche ai 3.000 soldati del Cav. L’Europa si limita a chiedere
timidamente che l’Onu abbia un ruolo nel "processo che condurrà
all’autogoverno del popolo iracheno", cioè la posizione
del Cav.
Il documento, poi, esclude l’idea franco-tedesca di una guida
politica, economica e amministrativa dell’Onu, in Iraq. Anche
perché è lo stesso Kofi Annan (strappo di Annan,
strappo di Annan) a giudicarla un’ipotesi "assai poco praticabile".
Ci fosse stato un buon titolista, avrebbe scelto questo titolo:
"Gli equilibrismi dei republicones".
Claudio Tito scrive che il voto della sinistra per metà
contrario e per metà di astensione sulla missione post
war in Iraq è "una posizione simile all’atteggiamento
tenuto dal Polo nel 2000 in occasione dell’intervento italiano
in Kosovo". Tanto simile però non è, non solo
perché il Kosovo fu nel 1999 e non nel 2000, ma perché
il Polo allora votò a favore della guerra (guerra, non
dopoguerra) e i suoi voti furono decisivi per il governo D’Alema,
che viceversa sarebbe andato in minoranza e a casa per la vergogna.

Rep. continua a collezionare figuracce su Ahmed Chalabi, l’esule
iracheno. Stavolta l’ha fatta Alberto Stabile (Albert Building),
il quale scrive che "a Baghdad si dice che Chalabi non gode
della fiducia del Dipartimento di Stato, della Cia e del popolo
iracheno". Non è una notiziona, lo sanno tutti che
Cia e Powell non lo sopportano. Che non piaccia agli iracheni
è più controverso. Le prove di Building non sono
schiaccianti: scrive che "il tentativo" di Chalabi
di radunare le maggiori componenti dell’opposizione a Nassirya,
s’è risolto in un fallimento". Il tentativo però
non è stato di Chalabi, il quale non ha neanche partecipato.

In prima pagina c’è anche un ottimo commento di Michele
Serra sulla proposta proibizionista di Fini sulle droghe. Serra
ha ragione, anche se da buon umoralista, non perde l’occasione
di umoralisteggiare, definendo la scelta repressiva tipica di
una "destra fobica". Vero, ma a Red. Corr. più
che altro la proposta ricorda la classica politica di una sinistra
jervolinica. (continua)