Camillo di Christian RoccaSullivan vs. Marshall

Andrew Sullivan, editorialista del Sunday Times e di Time, blogger neoconservatore già ben noto ai lettori del Foglio, discute animatamente con Joshua Micah Marshall, giornalista liberal, collaboratore fisso del Washington Monthly e di The Hill, e curatore del blog Talking Points Memo.
Sul suo diario su Internet, Andrew Sullivan ha criticato aspramente le opinioni recentemente espresse da Marshall sull’andamento della guerra, a suo giudizio un fallimento quasi completo. Soprattutto, ciò che ha scatenato l’ira di Sullivan sono state le sue dichiarazioni che la Casa Bianca sia sull’orlo della "catastrofe", in uno stato di "pandemonio e implosione".
Per affrontare meglio le feroci critiche di Marshall, Sullivan usa l’artificio retorico di considerarne corretti i presupposti. "Ammettiamo pure che la strategia di Rumsfeld non sia riuscita ad ottenere quella vittoria immediata che la Casa Bianca si aspettava. Per quale motivo questo dovrebbe essere un disastro tale da scatenare un ‘pandemonio’? Sarebbe una catastrofe se non ci fosse un supporto e una copertura di riserva. Ma sembra abbastanza evidente che l’invasione dell’Iraq si basa su un piano abbastanza flessibile, che intende per prima cosa realizzare obiettivi molto ambiziosi, ma capace di tornare coi piedi per terra se necessario. Certo, la formula dello ‘shock and awe’ doveva probabilmente servire anche come deterrente globale: un segnale di avvertimento alla Siria, all’Iran e alla Corea del Nord. Combattere con grandi ambizioni non è un peccato. Lo è solo se non si hanno forze di riserva. Ecco cosa non capisco: per quale motivo una campagna di due mesi che si conclude con imponenti forze in Iraq, con la liberazione su Baghdad e la fine di Saddam Hussein non dovrebbe essere considerata uno straordinario successo? Il fatto che non sia immediata non significa che non sia una vittoria. Marshall pensa che i nostri bombardamenti di Baghdad stiano mettendo la popolazione civile contro di noi. Non so su cosa basi questa affermazione. Per quanto mi consta, abbiamo la forza per essere pazienti e le risorse per vincere. In questo momento mi sembra folle farsi prendere dal panico e puntare il dito per dare a qualcuno tutte le colpe, anche se non me la prendo troppo con chi lo fa (vecchi funzionari del Pentagono che credono ancora nei vecchi metodi, neoliberali che cercano di fare i falchi senza essere neoconservatori, etc.)".
Sullivan conclude con una frecciata: "Potrei anche sbagliarmi, perché le guerre sono sempre imprevedibili. Ma l’affermazione di Marshall che l’intera operazione sia ora destinata a un fallimento militare, diplomatico e politico potrebbe ritorcerglisi contro e perseguitarlo".

Cercare di colpire la luna
La replica di Marshall non si è fatta attendere. "Sullivan dice che la situazione militare non è così negativa e che possiamo ancora vincere. Sono d’accordo che sia per me alquanto difficile dissentire su questa affermazione. Io ho detto molto chiaramente che sono stati commessi gravi errori nella pianificazione della campagna, ma che la situazione militare rimane abbastanza buona. Quello che sostengo è che la conduzione della guerra fino a oggi ha dimostrato che è la nostra situazione politica a essere in crisi, e che i presupposti sui quali l’Amministrazione Bush ha basato la sua politica sono pieni di falle. Innanzitutto, non mi sembra sostenibile dire che Donald Rumsfeld abbia inviato nel Golfo forze troppo esigue, e che ora ne stiamo pagando il prezzo. Che altro si potrebbe dire se non che la guerra è cominciata già da due settimane, e che ciò di cui abbiamo più bisogno in Iraq si trova in questo momento ancora in Texas? Francamente, questo mi sembra una prova abbastanza evidente di un fallimento. Sullivan afferma che abbiamo cercato di colpire la luna e che non ci siamo riusciti. Ma questo, secondo lui, non sarebbe un problema perché i piani di guerra sono flessibili e ci consentono di prenderci altro tempo per portare a termine il lavoro. Ebbene, è vero che possiamo riconfigurare i piani, ricompattarci e vincere nel modo tradizionale, perché abbiamo una grande potenza militare e siamo molto più forti dell’esercito iracheno. Ma come argomentazione, quella di Sullivan è davvero povera. Se fosse vero che cerchiamo di colpire la luna sapendo che se non ci riusciamo possiamo sempre colpire l’Iraq con attacchi di vecchio tipo della fanteria e delle forze corazzate, avremmo già dislocato sul terreno questi corpi. Ma non l’abbiamo fatto. Perciò mi sembra che quest’argomentazione sia poco credibile. Inoltre, non ho l’impressione che questo sia il modo in cui gli Stati Uniti intendono combattere le guerre. E per buone ragioni. Prima di tutto, se ora dobbiamo aspettare qualche tempo per mettere ogni cosa al suo posto, molti soldati e marine americani saranno costretti ad affrontare duri combattimenti durante l’attesa. Ma il fatto più importante è che non si tenta un piano rischioso e poi, se non funziona, se ne adotta un altro. Dalle conversazioni che ho avuto con gli strateghi militari ho tratto l’impressione che, data la assoluta supremazia del nostro potere militare, ciò che si intende fare è colpire fin da subito il nemico con una pressione massiccia e incontrastabile. In una certa misura questo rende molto minori le nostre perdite. Ma allo stesso tempo, evitando di trascinare il nemico in campo aperto e non dandogli alcun modo di resistere, gli si dà la possibilità di ricompattarsi rapidamente. Non sarebbe stato meglio avere sul territorio uno spiegamento di forze corazzate imponente, per sbarazzarci in un colpo dei Fedayn che bersagliano con continui attacchi le nostre linee di rifornimento? Fino a questo momento, ciò che abbiamo fatto è stato infliggere pesanti bastonate agli iracheni, che però resistono ancora. Questo è un grande incitamento per il loro morale. E non credo ci siano dubbi sul fatto che li ha resi più coraggiosi, così come ha fatto esitare i nostri potenziali alleati tra gli iracheni impedendogli di prendere decisamente posizione a nostro favore. Per di più, sembra aver incoraggiato contro di noi molte persone nei paesi vicini ed anche interi Stati, come l’Iran e la Siria".
Tuttavia, non è la situazione militare a preoccupare Marshall. "Il problema è che la nostra situazione politica è molto peggiore di quella militare. E i nostri obiettivi ultimi non sono militari ma politici. L’Amministrazione Bush ha basato tutta la propria strategia sul presupposto che la popolazione civile ci avrebbe trattato come dei liberatori. Sfortunatamente, quest’ipotesi si è rivelata del tutto sbagliata. Cosa ancora più importante, anche le strategie regionali e internazionali della diplomazia americana si sono basate su di essa. Eravamo così sicuri che gli iracheni avrebbero salutato con gioia il nostro arrivo da pensare che loro stessi avrebbero sostenuto l’efficacia delle nostre operazioni con i sauditi, i palestinesi, i francesi e i tedeschi. Senza dubbio tedeschi e francesi ora sono imbestialiti. Ma che figura faranno quando avremo trovato enormi quantità di armi di distruzione di massa e gli stessi iracheni ci ringrazieranno per avergli portato la democrazia? Certo, gli arabi ora sono in agitazione. Ma per quanto tempo lo saranno dopo che gli iracheni ci applaudiranno per averli liberati di Saddam Hussein? Di conseguenza, la mancanza di un completo sostegno da parte della popolazione civile rappresenta un problema serio. Voglio essere chiaro. Non credo che in Iraq tutti ci odino. Tutt’altro. Non penso neppure che una guerra lunga porterà a un esito di questo genere. So che la maggior parte degli iracheni detesta Saddam, e che sarebbe molto felice di sbarazzersene. Penso però che gli iracheni abbiano molti più dubbi sulla nostra presenza in Iraq di quanto creda la Casa Bianca. E ci sono pure alcuni iracheni, nonché vari musulmani dei paesi vicini, che sono pronti ad attaccare gli americani. Tutto ciò rende la nostra occupazione dell’Iraq postbellico molto più problematica. E rende meno credibile la speranza della Casa Bianca in un effetto di propagazione a catena della democrazia e dei sentimenti proamericani. Voglio essere onesto: mi piacerebbe poter dire che sapevo che avremmo incontrato una resistenza così accanita, anche nel Sud del paese. Ma non è stato così. Pensavo che ce ne sarebbe stata molto meno. Ma sapevo che era una possibilità concreta. Ecco perché è di importanza cruciale entrare in guerra con un piano di primordine e una seria alleanza multilaterale. Perciò la mia conclusione è questa: la nostra situazione militare non è così negativa. Possiamo ancora vincere. Il punto è che, considerando quello che è avvenuto fino a questo momento, la stessa ‘vittoria’ appare molto più problematica".

"Falco" ma non entusiasta
Dopo questa tirata sulla superficialità politica dell’Amministrazione Usa, Marshall risponde a un’altra accusa, molto più personale, rivoltagli da Sullivan, il quale lo ha bollato con queste parole: "Josh Marshall ha rivendicato la propria credibilità con la pretesa di essere onesto, buono, molto più intelligente di tutti i rappresentanti dell’Amministrazione, ma nello stesso tempo un falco". Ecco la risposta di Marshall: "Ho sentito critiche del genere parecchie volte. Dietro sembra esserci l’idea che ci sia qualcosa di sfrontato o illegittimo nell’essere seriamente preoccupati per la sicurezza nazionale e aperti all’uso della forza militare per risolvere i problemi all’estero ma allo stesso tempo senza essere disposti a sottoscrivere la linea di partito del Weekly Standard. Cosa significa questo? Non riesco, anche facendo tutti gli sforzi, a vedere quale problema ci sia nell’essere un ‘falco’ su alcune questioni senza tuttavia condividere il ridicolo entusiasmo di certi neoconservatori. Mi sembra che Sullivan voglia creare una specie di falso dualismo, per cui o si è un neoconservatore o si è irrimediabilmente uno sconsiderato pacifista che aspira nascostamente all’affetto di Saddam Hussein. Capisco che questo renderebbe il dibattito molto più semplice. Ma non credo che sia una visione realistica della situazione. Per di più Sullivan afferma che io sono in qualche modo allegro per la prospettiva che qualche pezzo grosso dell’Amministrazione potrebbe essere screditato, e persino che possa essere contento delle difficoltà che stiamo incontrando in Iraq. Non provo nessuna allegria rivolgendo le mie critiche alle persone che ci hanno messo in questa situazione. Non mi diverto a vedere queste persone mettere in pericolo la vita, il benessere e l’onore degli americani per sostenere teorie non provate e spesso improbabili. Non voglio che simili errori si ripetano in Corea del Nord, in Cisgiordania, in Europa. E non voglio che questa gente addossi la colpa ad altri. E’ importante che il popolo americano sappia che alcuni rappresentanti di quest’Amministrazione hanno agito in modo avventato, perché questo è il modo migliore per evitare che accada di nuovo".
Ma sul suo blog Andrew Sullivan ha subito replicato alle repliche di Marshall punto per punto.
Quanto alle eccessive ambizioni del piano originario dell’Amministrazione e alla mancanza sul territorio iracheno di forze di fanteria e corazzate sufficienti, Sullivan risponde che "in realtà abbiamo la nostra fanteria ben piazzata sul terreno. Per di più, la nostra superiorità aerea sta dando un grande contributo per distruggere la Guardia Repubblicana prima che le nostre forze debbano affrontarla sul campo. Non vedo alcuna prova sul fatto che l’avanzata su Baghdad sia stata fermata perché non abbiamo un numero di truppe sufficiente. Vedo invece che stiamo cercando di evitare i combattimenti strada per strada, attirando le truppe di Saddam in capo aperto, spazzandole via con gli attacchi aerei, mentre riceviamo nuovi rinforzi dal Kuwait. Non sono abbastanza esperto per dire se abbiamo a disposizione un numero di truppe sufficienti per il compito che ci siamo proposti. Ma il generale Franks dice di sì, e la stessa cosa dice anche il generale Pace. Che differenza fa se impieghiamo quattro settimane e non solo due per conquistare Baghdad?".
All’altra principale critica di Marshall, ossia che l’Amministrazione Bush abbia erroneamente contato su una sollevazione generale degli iracheni e sulla loro accoglienza a braccia aperte dei soldati americani, Sullivan risponde in questo modo: "Non è il popolo iracheno ad attaccarci. Sono le truppe paramilitari fedeli a Saddam. Abbiamo in effetti sottovalutato l’eredità del 1991, e il potere intimidatorio di un regime di polizia sul suo stesso popolo. Ma, e su questo lo stesso Marshall è d’accordo, non è ancora chiaro che cosa pensi veramente del nostro intervento la popolazione irachena. Ciò mi porta ad un’altra considerazione. Che cosa sarebbe avvenuto se avessimo fatto quello che Marshall sembra ora sostenere, vale a dire l’invio di mezzo milione di soldati come nel 1991? Non avrebbe forse dato ancora di più l’impressione di un’invasione? E sarebbe forse stato più utile per sbarazzarsi dei Fedayn in combattimenti strada per strada? Vedo anche i pericoli derivanti dal non essere in grado di muoversi rapidamente e in profondità per assicurare le basi aeree (con lo scopo di proteggere Israele) e i giacimenti petroliferi (di importanza cruciale per la ricostruzione del paese). Perciò mi sembra che il piano di Rumsfeld e del generale Franks sia molto buono. Probabilmente il rifiuto turco di concedere il passaggio delle nostre truppe ha ostacolato le operazioni. Tutto quello che posso dire è che questi cavilli e queste dietrologie si basano su eccessive aspettative di successo militare dopo solo due settimane di combattimenti". Infine Sullivan affronta l’obiezione più forte fatta da Marshall, vale a dire che l’intervento americano in Iraq scatenerà una sorta di effetto "domino" per la propagazione della democrazia e dei valori americani. "Non credo che nessuno abbia mai fatto una promessa di questo genere. Se, nel giro di un paio di mesi, avremo liberato l’Iraq da Saddam, ripristinato l’uso dei pozzi di petrolio, insediato un nuovo governo provvisorio e cominciato il processo di eliminazione del partito Baath, ritengo che la maggior parte degli americani considererà questa guerra uno straordinario successo. Ed è giusto che sia così. Il tentativo di tagliare alle radici la crescita del totalitarismo islamista e terrorista nel Medio Oriente ci impegnerà per almeno una generazione. Ma è un tentativo degno di essere fatto. L’alternativa è sedersi in poltrona, guardare la minaccia farsi sempre più grave e aspettare che ci colpisca con armi di distruzione di massa. Alcune delle cose che faremo probabilmente non ci ingrazieranno il mondo arabo. Ma, in definitiva, non siamo in cerca d’amore. E l’esperienza delle nascenti semidemocrazie in Giordania, Turchia e Iraq potrebbe far cambiare opinione a molti. Questa è la mia speranza. E non è necessariamente un sogno da Don Chisciotte".
Insomma, la battaglia continua. Anche a colpi di blog.

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