Camillo di Christian RoccaBush tira dritto

Washington. "He delivers", George W. Bush è uno che "mantiene le promesse", che va avanti, che fa quello che deve fare. Il segretario di Stato Colin Powell consulta gli alleati, se poi l’Onu non ci sta, il presidente americano continua sulla sua strada, che è quella di portare a compimento la missione di ricostruire l’Iraq. Alla Casa Bianca, in questi giorni, sembrano ridicoli i giochi politici interni al Consiglio di sicurezza. L’America vuole togliere le sanzioni economiche imposte all’Iraq dall’Onu alla fine delle prima guerra del Golfo, e lo vuole fare subito perché c’è da far ripartire il paese. Kofi Annan è d’accordo, ma il Consiglio di sicurezza è diviso in due, dall’altra parte ci stanno Francia e Russia che non vogliono abrogare le sanzioni finché non ci sia la certezza che l’Iraq si è liberato dalle armi di distruzione di massa. Insomma, pare che Francia e Russia si preoccupino delle armi irachene ora che a Baghdad c’è Jay Garner, mentre sembravano più tranquilli quando le stesse armi erano in mano a Saddam. In realtà vorrebbero evitare di lasciare mano libera a Bush nella gestione del dopoguerra. Così cercano di trattare.
Ma dall’altra parte c’è Bush. Il quale se l’Onu prendesse ancora tempo è pronto ad abrogare unilateralmente le sanzioni, per consentire alle società americane di esportare macchinari, equipaggiamenti e tecnologie necessarie al processo di ricostruzione del paese. La Casa Bianca, sotto la vigilanza di Condoleezza Rice, sta già studiando gli aspetti legali con una task force costituita appositamente per aggirare le regole Onu. A Baghdad c’è un’emergenza, e monta la rabbia della popolazione irachena. Lo ha detto anche Jay Garner, l’uomo della ricostruzione: "Per tornare alla normalità le sanzioni vanno rimosse". Gli americani sono preoccupati anche di un’altra cosa: il 3 giugno scade l’autorizzazione a esportare petrolio in cambio di cibo (oil for food), per cui in assenza di un nuovo accordo si rischia non solo di esasperare il caos attuale ma anche l’emergenza umanitaria.
Bush comincia a mantenere le promesse anche riguardo al processo politico. Jay Garner ha annunciato ieri che entro il prossimo mese un Consiglio di nove iracheni guiderà un governo temporaneo del paese. Nelle prossime settimane ci saranno altri incontri, tra l’inviato americano Zalmay Khalilzad e i rappresentanti dei partiti iracheni, per definire i dettagli ma sembra certo che del governo provvisorio faranno parte i curdi Massoud Barzani e Jalal Talabani; Ahmed Chalabi dell’Iraqi National Congress; Iyad Allawi dell’Iraqi National Accord e Abdul Aziz al-Hakim, fratello del capo sciita del Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq (Sciri). Ci saranno anche un cristiano e un leader religioso sunnita. La responsabilità del processo politico è affidata a Paul Bremer, ex capo dell’antiterrorismo al Dipartimento di Stato, il quale lavorerà all’interno dell’Ufficio per la ricostruzione e l’assistenza umanitaria guidato da Garner (e non al suo posto, come è stato scritto da qualche giornale italiano). Bremer arriverà a Baghdad la prossima settimana, mentre è già partito un gruppo di 150 tecnici, ingegneri, scienziati, professori e avvocati della diaspora irachena, assemblato due mesi fa dal vicesegretario alla Difesa, Paul Wolfowitz. L’obiettivo è quello di importare uomini e know how democratici, laici e moderni.
Pensate alle differenze con l’anno scorso, scrive oggi su Time Charles Krauthammer. Israele era infestato da un attentato terroristico al giorno, Yasser Arafat era saldamente in sella e non sembrava ci fosse alcuna possibilità di ripresa delle trattative di pace. Ora il regime di Saddam è stato spazzato via, gli attentati sono diminuiti dell’80 per cento, c’è una nuova leadership moderata a Ramallah e l’opportunità della road map. Non male per un presidente accusato di non avere una politica per il Medio Oriente e le cui mosse avrebbero peggiorato la situazione. Il merito è della nuova politica radicale di Bush annunciata il 24 giugno, scrive Krauthammer riferendosi alla prima elaborazione della dottrina sulla guerra preventiva.

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