Camillo di Christian RoccaI nove candidati democratici

Il dramma del Partito democratico americano è che un candidato buono ce l’avrebbe, Colin Powell. Ma finanche Colin Powell sta con George Bush. L’altro candidato con qualche chance di vittoria alle elezioni presidenziali del 2004 è Hillary Clinton, ma lei mica è scema. E finché il comandante in capo sarà così forte, certo non scenderà in campo. Se ne riparlerà nel 2008, quando Bush non potrà più concorrere a causa del limite dei due mandati che ha già lasciato a casa Bill Clinton. Hillary aspetterà, con qualche brivido, però. Teme infatti che all’improvviso le cose si possano mettere male per Bush e quindi bene per qualunque avversario si troverà di fronte. La vittoria di un democratico contro Bush sarebbe la peggior notizia per la senatrice di New York, che a quel punto perderebbe il treno del 2008.

I democratici non sanno bene che cosa fare, come impostare la campagna elettorale. Sul tema della sicurezza Bush è fortissimo, e la lotta al terrorismo è ancora una priorità per l’elettorato americano. I nove candidati democratici, impegnati nelle primarie che sceglieranno lo sfidante di Bush, stanno seguendo tre diverse strategie sul tema. Joe Lieberman cerca di far passare il messaggio che lui è affidabile, non è il solito democratico peacenik e post sessantottino. Howard Dean, al contrario, rivendica di essere il solito democratico peacenik e post sessantottino e per questo è apprezzato. Gli altri candidati maggiori si barcamenano, cercano di rassicurare l’americano medio e insieme di non alienarsi le simpatie dei pacifisti. Tentano così di spostare l’attenzione sulla situazione economica, anello debole della presidenza Bush. La crisi preoccupa moltissimo, e se il gigantesco taglio di tasse non riuscisse a stimolare l’economia, Bush potrebbe davvero rischiare un regime change in casa propria.
L’ultimo sondaggio, riportato dal New York Post, però è impietoso per la sinistra americana. Dice che se si votasse oggi, Bush vincerebbe in 50 Stati su 50. Non è mai successo, e sarà difficile che accada il prossimo anno. Ma al momento la situazione è questa, anche perché gli americani non sanno ancora chi sarà il candidato, anzi in maggioranza pensano che l’anti Bush sia ancora Al Gore.
Nel 2000 Al Gore condusse una campagna elettorale che fu definita "localista", cioè si interessò molto ai temi di ogni singolo Stato e in base al posto dove andava modulava la sua piattaforma politica. Andò male, fu accusato di non avere una "vision", un’idea forte intorno alla quale chiamare a raccolta gli americani. Gli strateghi democratici hanno cambiato linea l’anno scorso, in occasione delle elezioni di metà mandato. Più spazio alle questioni nazionali, di Washington e del mondo (economia e guerra), meno ai temi locali. Si presentarono come partito, insomma, e con una linea pseudo girotondina contro l’America di Bush, giudicata bigotta, codina, quasi illiberale. Una débâcle storica. Che fare, dunque?

L’appello del presidente del partito
Donna Brazile, ex manager della campagna di Al Gore accusata di eccesso di sinistrismo, sostiene che i democratici non devono regalare il tema della sicurezza degli americani a George Bush (la stessa posizione di Lieberman), non possono continuare a passare per il partito che vuole smantellare l’esercito. E’ un retaggio degli anni Settanta, dice la Brazile, del post Vietnam, e da allora sono venuti solo disastri per la sinistra. Eppure la tradizione del partito democratico è diversa, ha scritto Donna Brazile sul Wall Street Journal (l’articolo, tradotto, lo trovate qui accanto): "Per gran parte del secolo scorso, i democratici sono stati il partito che sosteneva una difesa forte e un internazionalismo muscolare, mentre i repubblicani sono stati spesso il partito dell’isolazionismo. I democratici hanno guidato l’America attraverso due guerre mondiali e sono stati gli architetti della nostra politica di contenimento nei confronti dell’Unione Sovietica". E’ tutto vero, così come è altrettanto vero quello che cerca di dire il presidente del partito, Terence McAuliffe, e cioè che i Democratici potrebbero benissimo criticare il presidente sul fronte della sicurezza interna, visto che per esempio l’istituzione del ministero della Homeland Security è un’idea dei Democrats, realizzata con otto mesi di ritardo dalla Casa Bianca.
John F. Kerry
Fate caso alle iniziali del senatore del Massachusetts: JFK. Già sentite, in effetti. John Kerry è per una serie di motivi il candidato democratico in pole position. E’ del New England, ricorda Kennedy, ha un ottimo curriculum come senatore e membro della Commissione Esteri, è cattolico ma è anche un po’ ebreo, è un eroe del Vietnam ma non è guerrafondaio, ha una moglie molto ricca e soprattutto non prende posizione su niente perché non si sa mai. Martedì sera sono andato alla presentazione della sua candidatura all’Eugene di New York, di fronte a un pubblico di giovani carini e democratici manhattanites. Festa fantastica, in un disco club, si beveva al bar. Finalmente ho capito perché in inglese la parola "party" vuol dire sia "partito" che "festa". Anche in Italia si fanno feste politiche nelle discoteche, ma se le organizza Forza Italia i ragazzi sono vestiti da promoter di Publitalia e le ragazze da sciurette, mentre se è una festa dei Ds sembrano tutti cloni di Nanni Moretti e fanno tutti cose e vedono tutti gente. Gente normale pochina. All’Eugene invece c’era gente normale, per quanto decisamente benestante. L’atmosfera è proprio quella di una festa tradizionale, con i ragazzi che cercano di cuccare, solo utilizzando tecniche diverse da quelle da bagnino di riviera. Invece che "scusa hai da accendere", che tanto poi nei locali di New York non si può fumare, valgono frasi del tipo: "Hai letto l’health care plan di Dick Gephardt"? oppure "Sei preoccupata per il deficit nazionale?", eccetera. I ragazzi black si sentono in dovere di presentarsi a tutte le ragazze black del locale, forse per primitivi retaggi ancestrali. Alle 20 e 45 ha parlato Kerry. All’inizio ha piazzato un paio di battute. "L’altro giorno mi hanno chiesto che cosa si prova a correre per il posto più importante d’America, ma io gli ho risposto che non mi presento per la carica di segretario di Stato della Florida". La ragazza accanto a me ha commentato: "Crede di essere un comico". La sensazione è che Kerry sia molto odiato tra i giovani democratici. "E’ l’unico che ha qualche chance ­ mi hanno detto ­ ma è il peggiore". Kerry, insomma, non scalda i cuori. Dopo le battute, ha iniziato a parlare dei temi della sua campagna ma nonostante ogni due minuti dicesse di voler "parlare chiaro" è rimasto ambiguo su molti argomenti. Non ha fatto una proposta che fosse una e non ha preso posizione su niente proprio per non scontentare nessuno. Ha ripetuto ogni tre parole di essere stato un eroe in Vietnam ma i ragazzi liberal di Manhattan non pare abbiano apprezzato (sono figli dei figli dei fiori). Kerry ha detto che se l’America ha i soldi per costruire ponti, ospedali, strade e scuole per l’Iraq, allora deve trovarli anche per l’assistenza sanitaria degli americani. E in effetti, secondo opinionisti indipendenti, il suo piano sanitario pare sia il migliore, perché il più realistico. Kerry ha spiegato che è giusto avere l’esercito più potente, ma che l’America deve avere una politica per farsi degli amici in giro per il mondo, non solo nemici da affrontare con l’esercito. Ha detto di aver votato per la guerra in Iraq, ma che se ci fosse stato lui alla Casa Bianca avrebbe agito in modo diverso, "non avrei fatto certamente i danni che ha fatto il presidente in questi due anni e mezzo". Cosa avrebbe fatto di specifico, non è dato saperlo. A una domanda su cosa farebbe per il Medio Oriente ha risposto che capisce Israele e capisce i palestinesi e che prima o poi la pace arriverà, con lui alla Casa Bianca. Cinque mesi fa un giornale di Boston ha scoperto che il nonno di Kerry era ebreo, un problemuccio per uno che ha sempre interpretato il ruolo di cattolico e irlandese nel cattolicissimo e irlandesissimo Massachussetts. Kerry non ha fatto una piega, e ha confessato di averlo scoperto 15 anni fa. Una sua portavoce ha raccontato che Kerry ha sempre corretto chi lo definiva di origine irlandese, ma ha ammesso di capire perché la gente avesse questa impressione: "Si chiama Kerry, rappresenta il Massachusetts e partecipa alle parate in onore di San Patrizio come nessun altro politico dello Stato".
Kerry ha detto che vorrebbe cambiare la politica energetica degli Stati Uniti, in modo che il paese non sia più dipendente dall’estero. Con una bottiglia di birra in mano, un ragazzo gli ha chiesto in che modo la cambiarebbe. Kerry ha risposto che tra qualche giorno farà un major speech, un discorso importante, sull’argomento. Di sicuro, e lo ha detto tra gli applausi dei giovani democratici, se andasse alla Casa Bianca nella sua Amministrazione non ci sarà posto per un ministro della Giustizia come John Ashcroft e il suo Patrioct Act. Affermazione subito mitigata dalla rivendicazione patriottica della bandiera americana: "Non appartiene soltanto ai repubblicani, ma a tutto il popolo e quindi anche ai democratici".
Kerry di suo ha che è molto ricco, grazie alla combattiva moglie che controlla il florido mercato Usa del ketchup (è proprietaria della Heinz). Gli opinionisti conservatori temono che la signora Teresa Heinz, già moglie del senatore repubblicano Heinz morto in un incidente aereo nel 1991, possa diventare una nuova Hillary Clinton. La signora Kerry, che per lodare il marito ha detto "sembra francese", e figuratevi il putiferio, fino al 17 gennaio era iscritta nelle liste elettorali repubblicane della Pennsylvania. Ora è diventata democratica. Quando Kerry ha detto che la vera differenza con Bush sta nel fatto che i repubblicani hanno molti soldi mentre i democratici no, dal pubblico si è alzata una voce: "Use the Ketchup Money".

Joe Lieberman
A pensarci bene, Joe Lieberman sarebbe il perfetto vicepresidente di George Bush. Sulla politica estera e sulla sicurezza dell’America ha più o meno le sue stesse idee, però è liberal e raffinato. Farebbe comodo per le pr in Europa. Lieberman, che Al Gore volle al suo fianco nella corsa del 2000, ha un grande handicap: è ebreo. Nel paese dove si dice domini la lobby ebraica, e nel partito che storicamente raccoglie il voto ebraico d’America, pare non sia possibile averne uno come presidente. Lo dicono tutti. A bassa voce, ovvio. Ma anche alle riunioni dei democratici cui ho partecipato si dice la stessa cosa. Lieberman si è presentato ai giovani elettori di New York due settimane fa, in un altro bar del quartiere Gramercy di Manhattan. Non ha entusiasmato i ragazzi, troppo falco per loro. Qualcuno lo ha pure fischiato, ma il vecchio Joe si è difeso benone e ha preso anche molti applausi, dimostrandosi più spigliato e gioviale di quanto appaia in televisione. Lieberman sostiene di essere l’unico in grado di vincere, perché rispetto a Bush non ha punti deboli sul tema della difesa e della sicurezza. Con lui candidato, spiega Lieberman, il dibattito si sposterebbe sull’economia e sulla crisi, settori dove le ricette democratiche sono più efficaci. Tra lo sgomento dei giovani democratici, Lieberman ha anche difeso il Patrioct Act, che qui a Manhattan è considerato come una specie di scorciatoia escogitata da Bush per arrivare al nazismo. John Kerry sa che questo è il punto forte di Lieberman, tanto che durante il suo incontro ha sfotticchiato in modo poco elegante Lieberman dicendo che "non c’è bisogno di un altro partito repubblicano" e, imitandone la voce, ha spiegato che è ridicolo dire le stesse cose di Bush "soltanto più lentamente".

Howard Dean
L’ex governatore del Vermont piace moltissimo alla sinistra, ed è il candidato che fin qui ha fatto più parlare di sé. Lui si presenta così: "Rappresento l’ala democratica del partito democratico". E’ senza dubbi e senza incertezze contrario all’impostazione data da Bush alla lotta al terrorismo, mentre sul fronte interno ha presentato un piano di riforma del servizio sanitario molto costoso per le casse federali (ma inferiore rispetto a quello di Dick Gephardt). Ha una faccia simpatica e ispira fiducia. Litiga ogni cinque minuti con Kerry, che critica per la sua ambiguità. Kerry risponde con veemenza perché teme che Dean possa vincere le primarie del New Hampshire, dove tradizionalmente vanno bene le posizioni più radicali.

John Edwards
Un candidato, un ciuffo. Un ciuffo alla Bob Kennedy, però. Edwards è una versione sudista di John Kerry. Come Kerry non prende mai posizione sugli argomenti che potrebbero alienargli consenso. E’ un giovane senatore della North Carolina, ex avvocato dei diritti civili, dotato di un certo carisma. Alza spesso il dito indice a indicare orizzonti raggiungibili, al modo appunto di Bob Kennedy. Edwards ricorda sempre le sue umili origini, "sono il primo della mia famiglia a essere andato al college", e ha presentato un piano per rilanciare "l’America rurale". Probabilmente, ha detto un dirigente repubblicano particolarmente velenoso, l’ha scritto nella sua mansion di Georgetown, il quartiere più chic di Washington.

Richard Gephardt
Se Edwards è considerato un candidato con poca esperienza, il problema di Dick Gephardt, decano dei democratici al Congresso, è opposto: è su piazza da troppo tempo, è preparato e affidabile ma appena uno lo vede in tv gli viene voglia di cambiare canale. David Letterman ha sintetizzato così la notizia della sua candidatura: "Siete pronti per una notizia eccitante? Dick Gephardt si candida alle elezioni presidenziali, ok calmatevi. Gephardt si era già candidato una volta nel 1988, ma per lui non c’era stata partita rispetto allo charme irresistibile e al carisma di Michael Dukakis". Eppure Gephardt è riuscito a far parlare di sé, ritagliandosi lo spazio del candidato di sinistra sul fronte della politica interna. Gephardt ha proposto l’assicurazione sanitaria per tutti, idea bocciata dagli altri candidati perché costosa (in dieci anni costerebbe al contribuente americano tra i duemila e i tremila miliardi di dollari), irrealizzabile e foriera di sconfitta. Mercoledì Gephardt ha presentato una lista di 30 parlamentari che appoggiano la sua candidatura, compresa la leader di minoranza della House, Nancy Pelosi.

Bob Graham
Dicono che l’ex governatore della Florida, il senatore Bob Graham, sia il perfetto vicepresidente di chiunque vincerà le primarie democratiche. Per lui, insomma, non c’è scampo, nonostante piaccia molto a Mario Cuomo. E’ più anziano dei suoi colleghi e non ha carisma. Graham però è forte in uno Stato importante come la Florida e non va dimenticato che gli ultimi presidenti democratici, Jimmy Carter e Bill Clinton, avevano caratteristiche simili alle sue, entrambi del Sud ed ex governatori (Carter della Georgia e Clinton dell’Arkansas). Conan O’ Brien, collega di Letterman, nel suo show comico della notte è stato spietato con Graham: "Gli esperti non prevedono grandi possibilità per lui, a causa del suo slogan: Sono un po’ più in salute di Dick Cheney". Per sfuggire agli scherzi e a una sconfitta certa, Graham questa settimana ha abbandonato la maschera del candidato tranquillo e ha fatto una mossa imprevista: ha accusato Bush di aver fatto la guerra all’Iraq per distrarre gli americani dall’insabbiamento in corso sull’11 settembre. Alla Casa Bianca sapevano, ma non sarebbero riusciti a fermare gli attacchi dei terroristi. E’ parsa una mossa disperata.

Dennis Kucinich
E’ il primo dei tre candidati minori. E’ stato sindaco di Cleveland, dove però non ha dato ottima prova di sé: il comune è andato in bancarotta. E’ una specie di canditato no global: assistenza sanitaria per tutti, fine delle privatizzazione della previdenza sociale, età pensionabile a 65 anni, cancellazione del Patrioct Act, del Nafta e della Wto.

Al Sharpton
E’ l’ex pupillo di Jesse Jackson. Si candida come rappresentante dell’America black, ma fuori da New York, dove peraltro è molto odiato, non lo conosce nessuno.

Carol Moseley Braun
E’ una simpatica signora di Chicago, la prima senatrice donna di colore del suo Stato. Nel 1998 è stata sconfitta, ma Clinton l’ha nominata prima consulente speciale del ministero dell’Educazione e poi ambasciatrice in Nuova Zelanda. Secondo George Stephanopoulos, ex portavoce di Clinton e ora analista politico alla Abc, Moseley Braun corre soltanto per dare fastidio a Sharpton.

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