Camillo di Christian RoccaI vizietti di Bill Bennett e di Noor di Giordania

New York. Ora è il turno di William Bennett, ex zar antidroga e già segretario all’Educazione nelle Amministrazioni Reagan, a mettere nei guai il movimento conservatore americano. Non è un nuovo caso Trent Lott, il leader repubblicano del Senato costretto a dimettersi per un discorso semi nostalgico delle leggi segregazioniste, né un nuovo caso Rick Santorum, il numero 3 repubblicano, investito dalle critiche per i suoi giudizi contro gli atti sessuali tra i gay. Non lo è perché Bennett non ricopre più alcun ruolo politico da più di dieci anni, ma resta uno dei personaggi pubblici più ascoltati d’America, una specie di guru dei valori familiari, conferenziere e autore stramilionario di libri di successo sulle virtù dell’americano medio oltre che su Dio, patria e famiglia. Un social conservative, un conservatorone vecchio stampo e non un neocon, come erroneamente lo ha definito domenica il New York Times. Ora è successo che due giornalisti, Jonathan Alter di Newsweek e Joshua Green del Washington Monthly hanno scoperto che Bennett aveva il vizietto del black jack. Era un grande frequentatore dei casinò di Las Vegas e Atlantic City, dove negli ultimi dieci anni ha lasciato oltre 8 milioni di dollari. Nella sola notte tra il 5 e il 6 aprile scorso ha perso al Bellagio di Las Vegas più di mezzo milione di dollari. Si è scatenato un putiferio contro il moralizzatore per eccellenza col debole per il video poker e le slot machine. L’imbarazzo tra gli opinionisti filo repubblicani è evidente: difenderlo o no? I fondamentalisti cristiani (i theo-cons) lo attaccano (anche se poi lo assolvono) ricordando che il gioco d’azzardo è un peccato mortale, mentre i più moderati cercano una giustificazione: d’accordo ha sbagliato, ma non ha mai criticato il gioco d’azzardo, non ha violato la legge, ha ammesso di non aver dato un grande esempio al popolo americano e ha deciso di smettere. A sinistra sono durissimi contro mister virtù Bennett. Il più cattivo è Michael Kinsley, ex direttore di Slate e columnist del Washington Post: "I peccatori hanno sognato a lungo il giorno in cui il magnate della virtù Bill Bennett li avrebbe raggiunti". Il New York Times lo ha timidamente difeso, ma è stato Andrew Sullivan a scrivere la cosa più saggia: "Difendo il diritto alla privacy di Bennett, non penso che abbia fatto niente di particolarmente sbagliato e non è un ipocrita. Ma il suo diritto sarebbe stato più facilmente difendibile se non si fosse costruito l’immagine dell’arbitro e del promotore della virtù".

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New York. Primo nella classifica del New York Times, il libro della regina Noor di Giordania, Leap of Faith, è un successo clamoroso da sei settimane. Nata in America nel 1951, Lisa Halaby divenne Noor nell’estate del ’78 quando sposò re Hussein. E’ un classico libro di memorie, racconta la vita di corte, i viaggi, gli incontri e il dietro le quinte della politica mediorientale. Qualcuno però si è accorto che il libro è fitto di giudizi antisemiti, antisionisti e di svarioni storici imbarazzanti. Il primo a criticare il libro, e chi lo compra, è stato Dick Morris, ex consigliere di Bill Clinton. A pesce la Fox News si è buttata nella mischia e martella pesantemente nei suoi talk show serali. Secondo la regina il conflitto in Medio Oriente è tutta colpa di Israele: "Ebrei, musulmani e cristiani hanno vissuto in pace nel Medio Oriente e in Palestina per secoli. L’animosità di oggi risale alla nascita del sionismo e alla creazione dello Stato d’Israele". Noor non fa cenno alle responsabilità arabe, né al fatto che gli Stati arabi hanno attaccato quattro volte Israele, la prima il giorno stesso della proclamazione dello Stato, tantomeno scrive che i paesi confinanti, e per prima la sua Giordania, hanno sempre rifiutato di accogliere i palestinesi dentro i propri confini, quando non li hanno perseguitati. L’America, nel giudizio della regina, è in mano alla lobby ebraica: "Gli ebrei hanno raggiunto un’influenza e un potere ai più alti livelli", tanto che molti sionisti sono "presidenti di grandi corporation e rappresentanti ai massimi livelli nei giornali, nel business dello spettacolo, nelle istituzioni finanziarie, nelle professioni legali e mediche, e occupano sempre di più i migliori posti della politica". Sulla guerra del ’67 scrive: "Un fatto è fuori discussione, è stato Israele a sparare per primo". Sulla guerra del ’73 non dice che suo marito partecipò con 100 carri armati, tre batterie di artiglieria e due brigate corazzate all’attacco a sorpresa nel giorno dello Yom Kippur.

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