Camillo di Christian RoccaLa rivoluzione fiscale di Bush

New York. E’ il terzo taglio di tasse più grande della storia degli Stati Uniti, quello approvato giovedì sera al Senato americano, poche ore prima della presentazione ufficiale della ricandidatura di Bush alle Presidenziali del 2004. Sono 350 miliardi di dollari (più o meno la stessa cifra in euro) che resteranno nelle tasche degli americani da qui fino al 2007. La decisione segue di due anni quella che George W. Bush fece all’inizio del suo mandato, e che costituisce l’ineguagliabile record di detassazione di tutti i tempi: 1.350 miliardi di dollari in dieci anni. La guerra di Bush alle tasse procede ancora più spedita della lotta al terrorismo internazionale. In un paese nato da una rivolta fiscale, e dove il denaro non è considerato sterco del diavolo, il dibattito politico è su quanti soldi i cittadini debbano versare allo Stato perché questo poi li restituisca sotto varie forme e a beneficio dell’intera società. Destra e sinistra, insieme, credono che i singoli americani e le aziende possano spendere meglio dello Stato i soldi guadagnati. E che l’economia possa giovarsene.

Il voto di giovedì al Senato, per quanto sia finito 51 a 50 e con il sì decisivo del vicepresidente Dick Cheney, non ha messo da un lato i detassatori di Bush e dall’altro i vessatori di sinistra. La divisione è stata soltanto sull’entità e sulla qualità del taglio delle imposte. Il leader della minoranza democratica, Tom Daschle, aveva proposto un taglio di 150 miliardi di dollari, ma il senatore del Nebraska e del suo stesso partito, Ben Nelson, ha detto che non sarebbe stato sufficiente a dare una vera spinta all’economia. E così ha detto sì a Bush. Anche altri due democratici, Evan Bayh dell’Indiana e Zell Miller della Georgia hanno votato la proposta della Casa Bianca, mentre tre senatori repubblicani, uno dei quali è John McCain, hanno votato contro. Il Senato, come preannunciato dal Foglio in un editoriale di un paio di giorni fa, ha anche approvato uno scudo fiscale simile a quello che in Italia ha ideato Giulio Tremonti e che consentirà alle multinazionali americane di rimpatriare i profitti fatti all’estero con una tassazione del 5,25 per cento invece dell’attuale 35 per cento. Non solo, il pacchetto fiscale di Bush prevede anche la detassazione degli investimenti (fino a 100 mila dollari) che faranno le piccole imprese. La battaglia politica non è ancora finita, ma Bush figlio non potrà essere accusato di non aver mantenuto le promesse elettorali, così come capitò a Bush padre e a tutto vantaggio di Bill Clinton. I tagli approvati giovedì andranno coordinati con quelli, più ingenti (550 miliardi di dollari), decisi la settimana scorsa dalla Camera bassa. La settimana prossima i rappresentanti delle due camere attraverseranno i corridoi di Capitol Hill e si incontreranno per riunificare le due proposte in un unico pacchetto da mandare al presidente. La differenza è considerevole, ma è il voto del Senato quello che va maggiormente nella direzione voluta da Bush. Il presidente ha un’idea semplice: i guadagni devono essere tassati una sola volta, per cui vanno cancellate le tasse che le aziende pagano sui dividendi distribuiti agli azionisti. Senza quell’imposta, Bush crede che le grandi corporation rimetteranno in circolo una grande quantità di denaro. Alla House si era deciso di abbassare al 15 per cento la tassazione sui dividendi, mentre al Senato giovedì si è scelto di dimezzare la tassazione 2003 e cancellarla completamente a partire dal 2004 e fino al 2006. Tra quattro anni si tornerà a tassare. Un compromesso commentato con favore da Ari Fleischer, portavoce della Casa Bianca, e dai tre senatori democratici, secondo i quali il periodo di prova è una buona idea, se non funziona torniamo alla situazione attuale.

Chi critica il piano
I critici del piano Bush sostengono che il gigantesco taglio di tasse non riuscirà a dare fiato all’economia e porterà gli Stati Uniti a dovere fronteggiare il più grande deficit pubblico della sua storia (ai tempi di Clinton, invece, c’era il surplus di bilancio). A livello locale, nello Stato e nella città di New York, si va nella direzione opposta: aumento delle tasse per ripianare il bilancio. Ma a differenza di Washington, le amministrazioni locali non possono chiudere il bilancio in deficit, pena la bancarotta. Bush ha dimostrato di essere un grande politico, oltre che il comandante in capo che ha vinto due guerre in 18 mesi. Aveva proposto un taglio delle tasse di 726 miliardi di dollari, ne ha ottenuto uno da 550 miliardi alla Camera. Ma non gli è bastato, per cui ha ottenuto al Senato i tre anni di detassazione dei dividendi azionari. Apparentemente il costo totale per le casse federali sarà di 350 miliardi, come da accordo bipartisan, ma a Bush basterà rinnovare la detassazione per raggiungere il suo obiettivo iniziale. Una volta che il suo piano sarà legge, Bush dovrà solo aspettare che l’economia si riprenda. Se non succederà, rischierà il regime change.

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