Camillo di Christian RoccaTre uomini e una road map

New York. "Il presidente crede che questa sia una nuova opportunità per la pace in Medio Oriente, ora che è finita la guerra in Iraq. Una nuova opportunità nata dai cambiamenti nella leadership palestinese e dall’accettazione israeliana delle tappe previste nella road map. Per questo il presidente crede che questo sia il momento giusto per sedersi, faccia a faccia, e guardarsi negli occhi con i leader che hanno la responsabilità di realizzare la pace", così Condoleezza Rice ha presentato il viaggio in Medio Oriente di George W. Bush. Il 3 giugno, a Sharm el Sheik, Bush incontrerà il presidente egiziano Hosni Mubarak, e poi i leader sauditi, giordani e del Bahrein, oltre al primo ministro palestinese Mahmoud Abbas. Mercoledì, ad Aqaba, in Giordania, Bush vedrà, "se le condizioni lo permetteranno" ha specificato Rice, prima Ariel Sharon e poi Abbas. Nel pomeriggio ci dovrebbe essere l’incontro trilaterale. Tre uomini e una road map, come ha scritto sul Washington Post, Jim Hoagland.

Condoleezza Rice ha aggiunto: "Voglio essere molto chiara: questo sarà un lungo processo che avrà alti e bassi, come è sempre stato". Ecco il punto è questo, nel dibattito politico americano: il viaggio in Medio Oriente di Bush ha qualche chance di successo oppure no? Thomas Friedman, principe degli editorialisti liberal del New York Times, riconosce che il presidente ha le idee giuste (cacciare Saddam, liberarsi di Arafat, porre fine agli insediamenti e creare lo Stato palestinese), il problema è se saprà metterle in pratica e se avrà la pazienza necessaria a raggiungere l’obiettivo. Secondo Friedman ci vuole una vera "passione per la pace", e questo dovrebbe essere il ruolo dell’America. Secondo Frank Gaffney, presidente del Center for Security Policy, un pensatoio il cui motto è "promuovere la pace attraverso la forza", è vero il contrario. Il nome più corretto per la road map, dice, dovrebbe essere "road trap", una trappola per gli interessi americani. Uno Stato sovrano guidato ancora dai terroristi palestinesi, ha scritto Gaffney sul National Post di Toronto, è una mossa contraria alla dottrina Bush post undici settembre, una politica volta a "distruggere le organizzazioni terroristiche e gli Stati canaglia che le sponsorizzano". Più o meno la stessa cosa ha scritto ieri il Wall Street Journal. Stavamo facendo benissimo, si legge nell’editoriale, Saddam non c’è più, "tutti i dittatori della regione sono stati avvertiti che i loro comportamenti dovranno cambiare e che gli Stati Uniti ora sono determinati ad appoggiare i molti musulmani che vogliono vivere liberi", però ora, inspiegabilmente, ci siamo fermati tanto che "il Dipartimento di Stato, fortemente contrario alla guerra, ha ripreso in mano l’agenda e il nuovo Medio Oriente si ritrova col pericolo di tornare a essere il vecchio Medio Oriente". Secondo il WSJ, "l’ultima cosa di cui la regione ha bisogno è tornare alla situazione precedente a Bush, con gli Stati Uniti costretti a inseguire le mosse francesi di sostegno ai dittatori e a credere che la strada della stabilità passi attraverso la Palestina".

La fiducia nel presidente
Il bicchiere, insomma, è mezzo pieno o mezzo vuoto? Il fatto che Yasser Arafat non sia stato invitato al vertice e che i leader arabi siano terrorizzati dalla nuova risolutezza americana è da considerarsi uno straordinario successo oppure prima di cantare vittoria c’è ancora da completare l’opera, rafforzare Abu Mazen e mettere ancora più strizza ai regimi arabi? Amir Taheri, esperto di politica mediorientale, sostiene che Bush abbia fatto bene ad accettare la sfida già ora: "Bush è all’apice della sua autorevolezza nella regione, e gli Stati Uniti ora sono più forti che mai in Medio Oriente. La vittoria in Iraq ha spazzato via una delle illusioni fondamentali del radicalismo arabo, e cioè che un uomo forte, alla Saddam, potesse un giorno o l’altro far scomparire Israele dalle cartine geografiche. Siriani e mullah iraniani se la stanno facendo sotto, e non potranno sabotare il processo di pace come hanno sempre fatto finora". "Non sono certo ­ ha scritto Taheri sul New York Post ­ che Bush possa riuscire dove i suoi predecessori hanno fallito, né che il vertice sia stato ben pianificato e preparato". Però una cosa è certa, ha aggiunto Taheri, se Bill Clinton ha incontrato Arafat 22 volte, molto più di qualsiasi altro leader mondiale, Bush non sembra il tipo che spreca il suo tempo in incontri buoni per una foto sui giornali, né uno che si lascia ingabbiare dalle lungaggini diplomatiche.
Condoleezza Rice ieri ha confermato: "Il presidente ha sempre detto che avrebbe incontrato le parti soltanto quando avesse ritenuto che si potesse fare un passo avanti. Ora crede pienamente che questo sia il momento". Non è la road map, un documento giudicato confuso e non risolutorio, a far sperare gli opinionisti conservatori e liberal. Ma la fiducia in Bush, uno che pare sia sempre sul punto di non farcela, ma che fin qui non ha sbagliato un colpo.