Camillo di Christian RoccaAncora il caso Mauro (Redazionalmente Corretto)

La Repubblica non ha ancora corretto gli articoli inventati da un suo corrispondente dalla Cina né si è scusata con i lettori né ha riconosciuto di aver rubato la storia a un altro giornale. Eppure, sono passati 19 giorni da quando Redazionalmente Corretto sul Foglio ha documentato il plagio cinese. Il direttore, Ezio Mauro, da una settimana è a conoscenza che la televisione pubblica e il secondo quotidiano olandese lo quereleranno. E delle malefatte del suo corrispondente sapeva da molti mesi, come documentato da una lettera pubblicata sul Foglio, e da lui cestinata, di Maria Rita Masci, vittima di un altro plagio. Però niente. Omertà italiota, e presa in giro dei propri lettori. Ai quali, sabato, sull’inserto D di Repubblica, è stato rifilato un altro articolo cinese dai contorni diciamo problematici (ne abbiamo scritto ieri). Il punto non è il fatto in sé, né il singolo giornalista che sbaglia. Sono cose che possono capitare. La questione è quella dell’insabbiamento, del disprezzo per i lettori e del non voler ammettere di aver scritto il falso.
Ieri, in verità, anche se avesse voluto informare i suoi lettori, Mauro non avrebbe potuto. C’era lo sciopero dei giornalisti, astenuti dal lavoro per difendere la libertà di stampa e di informazione. Nessuno degli scioperanti, però, né l’ordine dei giornalisti né il sindacato, si preoccupa di difendersi da chi racconta balle e ruba il lavoro ad altri colleghi. Nessuno ha protestato per i falsi spacciati per notizie vere ai lettori, né per l’insabbiamento internazionale attuato dal vertice del secondo giornale italiano. Con l’eccezione di Libero e di Italia Oggi, i giornali non hanno scritto una riga sull’incredibile caso di omertà dei republicones.
Nel resto del mondo civilizzato non succede questo, anzi il direttore del New York Times si è dovuto dimettere. In questi giorni, peraltro, il giornale newyorchese sta subendo un’altra ferocissima campagna a proposito dei reportage scritti da un loro corrispondente, Walter Duranty, che nel 1932 si guadagnò un premio Pulitzer per i reportage dall’Unione Sovietica. Lo scrivono da giorni il New York Post e il New York Sun, quotidiani concorrenti dunque. Alcuni gruppi di pressione ucraini hanno raccolto 45 mila adesioni su un appello che chiede al Consiglio del Pulitzer di revocare il premio al giornalista che negò la strategia staliniana di affamare gli ucraini nell’inverno 1932 e 1933. Il New York Times, ovviamente, ha riconosciuto che il suo giornalista fosse al servizio di Stalin e falsificasse la realtà. Ora il board del Pulitzer, scrive il Sun, ha incaricato una commissione per indagare e, eventualmente, revocare il premio.
Mentre i giornali concorrenti discutono di una mail inviata dal direttore del Los Angeles Times ai suoi giornalisti, nella quale si lamentava dell’eccessiva faziosità di alcuni servizi, in America fioccano i casi di plagio e di pronte scuse dei giornali che le subiscono. In queste settimane è successo all’Hartford Courant e al Sedalia Democrat, giornali del Connecticut e del Missouri. "Perché lo fanno? Perché rubano il lavoro degli altri?", si è chiesto ieri in un editoriale il Boston Globe. Tra le spiegazioni, oltre a quelle personali e patologiche, il Boston Globe ne offre una inquietante: "La pressione dei direttori e degli editori".
Anche in Francia si discute delle malefatte dei propri giornali. Il Muro è caduto con la pubblicazione del libro-inchiesta sul giornalismo di Le Monde. Il direttore del quotidiano parigino ha querelato gli autori, ma da quel momento (il libro è alla settima edizione) si è aperta la strada. Secondo il Financial Times, altri due direttori importanti sono sotto accusa. Uno è Jean de Belot, del Figaro, sotto inchiesta per insider trading. De Belot si è difeso, ha respinto le accuse e offerto le sue dimissioni all’editore. Philippe Mudry, direttore di La Tribune, si difende dall’accusa di fare un giornale sotto dettatura del proprio editore. In Italia c’è il caso Mauro. Ma si tace.

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