Camillo di Christian RoccaArgomenti antifascisti per combattere da sinistra (e con Bush) la guerra al totalitarismo islamico

Il 10 settembre del 2001, il giorno prima che il mondo cambiasse, Christopher Hitchens, giornalista e polemista inglese ma residente a Washington, si trovava a Seattle per una conferenza. Più che una conferenza era una specie di happening politico, quasi un comizio. Era il 10 settembre ma Hitch (così lo chiamano gli amici) si mise a parlare dell’11 settembre. L’11 settembre, disse, è una data che non si dovrà mai dimenticare. Parlava di un altro 11 settembre, di un 11 settembre che c’era già stato, non di quello che sarebbe arrivato l’indomani. L’11 settembre del 1973 è la data del golpe in Cile, cui la Cia diede un aiutino. Hitch ce l’ha con Henry Kissinger, e da anni si batte per portarlo alla sbarra con libri, conferenze e film. Kissinger non è il solo ad aver conosciuto la vis polemica di Hitch, anche Madre Teresa di Calcutta ha subito il trattamento Hitchens (in Italia il suo libro, "La posizione della Missionaria", è uscito per minimum fax qualche mese fa). Questo per dire chi è Christopher Hitchens, un militante della sinistra più tosta, editorialista di The Nation, oltre che di Vanity Fair e critico letterario dell’Atlantic Monthly, amico di Martin Amis e di Andrew Sullivan. Trotzkista e antifascista.
Quella sera del 10 settembre 2001, Hitchens andò a dormire, ma la mattina successiva fu svegliato dalla moglie: guarda la tv, gli disse, forse questa cosa su Kissinger ora va messa da parte. Hitchens capì che quelli che avevano organizzato gli attacchi erano "fascisti islamici", e così li definì. Da allora Hitchens ha combattuto una battaglia culturale e ideale contro il fascismo islamico, scontrandosi violentemente con la sua parte politica, la sinistra, che improvvisamente s’è dimenticata del suo ruolo storico. Da quel momento quasi non c’è stato giorno che Hitchens non abbia scritto per giornali americani, inglesi o australiani. Sui mensili, sui quotidiani, sui magazine, on line. Con quegli articoli ora ha fatto un libro, "A long short war – The postponed liberation of Iraq", edito in America da Plume Book, Penguin.
Hitchens spiega in modo brillante che questa al terrorismo islamico è un’altra tappa della guerra ai totalitarismi del Novecento. Sconfitto il nazismo e il comunismo, ora ci dobbiamo occupare di costoro: "Abbiamo detto ciao-ciao prima a Franco e Salazar, poi a De Gaulle e Papadopoulos, e quindi a Honecker, Husak e agli altri, e anche fatto i conti con Pinochet e Botha". E ora? Hitchens, che ha dedicato il libro al giornalista Michael Kelly, ucciso all’aeroporto di Baghdad, e ai due leader liberali dell’Iraqi National Congress, Ahmed Chalabi e Kanan Makiya, esprime un concetto semplice: la democrazia non può essere imposta, ma deve essere favorita e lasciata crescere.
I regimi totalitari, ha scritto Hitchens nell’introduzione, sono naturalmente aggressivi e guerrafondai. Visto che con questi regimi uno scontro ci sarà, è folle lasciargli scegliere il momento e il tipo di battaglia. "Ascoltate questa ­ ha scritto Hitchens ai suoi ex amici pacifisti ­ da quella mattina, gli Stati Uniti sono in guerra contro le forze della reazione. Posso pregarvi di rileggere la frase precedente? Il governo e il popolo degli Stati Uniti ora sono in guerra contro le forze della reazione. Devo davvero dimostrarlo? L’annullamento della cultura e della musica a opera dei talebani non basta? E le donne ridotte in schiavitù? La carneficina dei musulmani sciiti in Afghanistan? La bomba a Bali che, massacrando così tanti turisti australiani, è stata una deliberata vendetta contro il tardivo aiuto australiano a Timor Est? Non dimenticate mai che i fondamentalisti islamici non sono contro ‘l’impero’. Combattono piuttosto, e con orgoglio, per la restaurazione del loro perduto califfato. Per queste persone il concetto di vittima civile è senza significato se il civile è un non credente o un eretico. Di fronte a un nemico di questo tipo ­ che graziosamente uccide algerini ed egiziani e palestinesi se solo c’è qualche dubbio sulla genuinità della loro fede, o se gli capita di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato, o se si dà il caso che siano femmine ­ esattamente, ditemi, quale ruolo pensa di avere il movimento pacifista?". Hitchens non risparmia nessuno, né chi sostiene che bisogna aver fatto il militare per poter parlare di guerra, né quelli che si riempiono la bocca con il multilateralismo e l’unilateralismo. E, ancora, critica chi liquida Bush dandogli del cowboy, chi sostiene che l’America sia andata "di corsa" alla guerra, "il ratto Chirac", i turchi, quelli che preferiscono Saddam all’Halliburton, gli ispettori che hanno fatto il gioco del rais e, infine, chi sostiene che quello di Saddam fosse un regime laico senza sapere che ha avuto una svolta islamista. Hitchens, insomma, dà tutte le ragioni antifasciste di appoggio alla guerra che la sinistra ha rinunciato a combattere schierandosi con gli Haider, i Le Pen e i Pat Robertson di tutto il mondo. Con la destra fascistoide, insomma. Hitchens, che si è dovuto dimettere da The Nation, difende anche l’uso che Bush fa della parola "male". Farà anche arricciare il naso agli snob, ma altro non è che la semplificazione del concetto sviluppato da Hannah Arendt nel suo libro "La banalità del male".
Ultima cosa, scritta il 26 dicembre 2002, quando nessuno, nemmeno l’Onu che aveva votato la risoluzione 1441, metteva in dubbio la presenza delle armi di distruzione di massa. Hitchens spiegava che il concetto stesso di armi di distruzione di massa è contemporaneamente sia sopra che sottostimato. I gas e l’antrace sono pericolosi, certamente uno dei motivi per cui la guerra è giusta, ha scritto Hitchens, è quello di impedire a Saddam di costruirsi la bomba atomica. Ma le armi di distruzione di massa sono anche un problema sopravvalutato. I più grandi massacri e i danni maggiori compiuti da Saddam sono stati la vendetta contro i ribelli sciiti del Sud e gli incendi dei pozzi kuwaitiani. Senza gas e senza antrace. E’ il totalitarismo l’arma di distruzione di massa.