Camillo di Christian RoccaLe armi che non si trovano

New York. Le armi di distruzione di massa di Saddam non si trovano, ma in America sembrano preoccupati dal weather of mass destruction, del tempo di distruzione di massa che fin qui ha impedito vacanze, barbecue e weekend, più che dalle polemiche sulle weapon scomparse. In effetti sono cento anni che non piove così tanto e del resto un terzo degli americani, secondo un sondaggio della settimana scorsa, è convinto che le armi proibite siano già state trovate. Lo aveva detto George W. Bush, riferendosi ai due laboratori mobili scovati fin qui dalle forze della coalizione in Iraq. Ma quelle due roulotte erano appunto laboratori chimici, e di armi di distruzione di massa non c’era traccia. Secondo Kenneth Pollack, l’analista liberal che lavorò nelle amministrazioni Clinton e che ha scritto il libro che ha convinto la sinistra americana all’intervento, mancano all’appello 22 laboratori. Un’ipotesi sul mancato ritrovamento di armi, ha scritto Pollack sul New York Times, è la seguente: le armi chimiche sono pericolose da conservare, si deteriorano facilmente, ma possono essere fabbricate in poco tempo. Per Saddam era più comodo e sicuro essere pronto a produrle piuttosto che disseminare il paese di fialette che gli ispettori avrebbero potuto trovare.

Nei discorsi Bush ora non fa più cenno alle armi ma deve fronteggiare una campagna dei movimenti pacifisti sulle bugie che avrebbe raccontato agli americani per indurli alla guerra. Una Commissione del Senato sta indagando sull’uso che l’Amministrazione ha fatto dei rapporti di intelligence. E’ presto per prevederne i risultati, ma domenica il New York Times, giornale saldamente contrario alla guerra, ha ridimensionato la questione con un lungo articolo in cui si spiega che Bush ha esagerato, ma non ha mentito.
I Democrati sono divisi. Da una parte c’è John Kerry, che ha deciso di giocarsi la carta delle armi e delle bugie per ottenere la candidatura contro Bush, mentre dall’altra parte il capofila è Dick Gephardt, vecchio democratico, il quale cerca di frenare. The New Republic, settimanale di sinistra favorevole alla guerra, è il più attivo sulla questione delle armi. Ryan Lizza ha ricordato che frasi come "sappiamo che Saddam ha armi chimiche e biologiche", "ha grandi e crescenti scorte di armi chimiche e batteriologiche" oppure "sappiamo che continua a sviluppare armi di distruzione di massa, compresi dispositivi nucleari" non sono state pronunciate soltanto da Bush ma anche dai candidati democratici John Edwards, Joe Lieberman, Dick Gephardt e John Kerry. L’unico davvero in difficoltà, qualora non si trovassero, è proprio Kerry. Fu l’unico ad aver votato per la guerra "soltanto" per la questione delle armi.

Con l’Iran, di arsenali si continuerà a parlare
La stessa cosa è stata notata da Robert Kagan sul Washington Post, il quale ha smontato la tesi del complotto ordito da Bush, ricordando frasi e documenti sulle armi irachene risalenti al 1990. E’ stato proprio Saddam a dire di avere 8.500 litri di antrace e alcune tonnellate di Vx. Le ispezioni Onu, ha scritto Kagan, comprese quelle di Hans Blix, hanno cercato quelle armi che Saddam stesso diceva di avere. Anche Chirac non ha mai negato la presenza di armi proibite. Clinton, addirittura, in un discorso del febbraio 1998, ha descritto nel dettaglio l’arsenale iracheno: "Capacità di guerra offensiva biologica, in particolare 5.000 galloni di botulino; 2.000 galloni di antrace; 25 scud caricati con testate biologiche; e 157 bombe". The New Republic, pur restando favorevole all’intervento in Iraq per le ragioni morali e di nuove opportunità in Medio Oriente, ha pubblicato un’inchiesta su come il presidente ha ingannato gli americani: "Il danno ormai è stato fatto", e anche se le armi si troveranno resta il fatto che Bush ha esagerato la minaccia di Saddam. La tesi di Thomas Friedman, editorialista liberal del New York Times, è opposta: la guerra non è stata fatta per le armi di distruzione di massa ma per ragioni reali, morali e giuste. Resta giusta a prescindere dalle armi. Il probabile prossimo direttore del New York Times, Bill Keller, in un articolo ripubblicato da Repubblica e travisato dal Corriere della Sera, ha ribaltato la tesi che questo sarebbe il più grande scandalo della politica americana. Keller ha spiegato che l’America non è entrata in guerra perché l’intelligence ha falsificato le prove, piuttosto sono stati enfatizzati gli indizi contro il regime perché si voleva neutralizzare la minaccia di Saddam. Grave, ma non è questo il punto. Il punto, secondo Keller, è che tutto ciò ha indebolito "la nostra arma di difesa migliore", cioè i servizi segreti. Ora nessuno crede più alle "prove inoppugnabili dello sviluppo da parte dell’Iran di armi nucleari". Ecco, di armi si continuerà a parlare.

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