Camillo di Christian RoccaRedazionalmente Corretto del 14 giugno 2003

Credete
che il New York Times, dopo tutto quello che è successo,
abbia smesso di indagare sulle bufale di Jayson Blair e di chiedere
scusa ai lettori? Pensate che un giornale autorevole che, a causa
di un imbroglioncello di redazione, ha già perso direttore
e vicedirettore si dimentichi della vicenda e provi a tirare
a campare? Credete e pensate male. Il New York Times non è
un tabloid alle vongole. E’ un giornale serio. E così,
ieri, si è scoperto che l’inchiesta interna sugli articoli
di Jayson Blair non si è mai fermata. Il giornale della
43esima strada ha fatto sapere di aver trovato altri 10 articoli
artefatti dal giovane cronista. Le nuove correzioni e le ulteriori
scuse resteranno per una settimana sul sito web e nell’archivio
saranno aggiunte agli articoli originali, in modo che chiunque
faccia una ricerca possa leggere sia la bufala sia la verità.
Le marachelle di Blair sono ridicole rispetto a quelle che Red.
Corr. ha scoperto negli articoli di Rep. Esempi? Il 21 e il 22
marzo Blair aveva scritto che il capo della polizia che seguiva
il caso del cecchino di Washington aveva fatto il militare in
Virginia, invece che in Maryland. Qui, al Foglio, questi non
li consideriamo nemmeno errori. Capitano. Il giornalista di Rep,
invece, si è inventato di essere andato in un posto, ha
rubato il servizio a una collega olandese, ha scambiato un ospedale
per un carcere, una donna per un uomo, una della più grandi
città imperiali cinesi per un’altra, una ceca per una
che ci vede, e due che odiano Falun Gong per due militanti di
Falun Gong.
Le nuove rivelazioni su Blair contengono imprecisioni, frasi
copiate da articoli comparsi sul suo stesso giornale e da un
vecchio libro ma spacciate come originali, oltre a dichiarazioni
attribuite a persone che ora dicono di non averle mai pronunciate.
Rep. invece copre il suo giornalista, non perché sia interessata
a Lupis, piuttosto perché il vertice era al corrente dei
contenuti rischiosi dei suoi reportage. Quindi si tace, nonostante
la figuraccia internazionale. Red. Corr. si autolupizza e ripete,
aggiornandolo, il concetto: il caso non è Lupis, ma Mauro.
Rep. non ha ancora corretto gli articoli inventati dal suo corrispondente
dalla Cina né si è scusata con i lettori né
ha riconosciuto di aver rubato la storia a un altro giornale.
Eppure, sono passati 21 giorni da quando è stato documentato
il plagio cinese. Il direttore di Rep., Ezio Mauro, da più
di una settimana è a conoscenza che la televisione pubblica
e il secondo quotidiano olandese lo quereleranno. E delle malefatte
del suo corrispondente sapeva da molti mesi, come documentato
da una lettera pubblicata sul Foglio, e da lui cestinata, di
Maria Rita Masci, vittima di un altro plagio (Lupis le rubò
la storia contenuta in suo libro del 1989 e la spacciò
come nuova). Eppure Rep. continua a non dire niente. Omertà
italiota, presa in giro dei lettori. Ai quali, la settimana scorsa,
sull’inserto D di Repubblica, è stato rifilato un altro
articolo dalla Cina dai contorni problematici. Cari republicones,
volete che Red. Corr. continui la sua indagine? Volete che racconti
di altri plagi? Volete che spieghi perché il diario dell’infermiera
cinese di cui avete scritto non esiste? Così come, peraltro,
non esiste neanche l’infermiera cinese? Volete far spendere a
questo povero giornaletto del Cav. un bel po’ di soldini per
inviare Red. Corr. a Hong Kong e in Cina al fine di documentare
come la comunità d’affari italiana voglia strozzare con
le proprie mani l’autore degli articoli farlocchi sulla Sars?
Volete che qui si continui a pubblicare lettere e lamentele di
altri giornalisti rimasti fregati? Red. Corr. non vuole. Vorrebbe
leggere su Rep. le scuse ai propri lettori. Rep. probabilmente
confida che prima o poi Red. Corr. si stanchi. Può darsi.
Ma gli avvocati olandesi non si stancheranno, pensate solo a
come può essere cattivo un previtiano di Rotterdam. Ve
lo ha anche detto, in un’intervista al Foglio, il direttore del
giornale derubato: pretendono le vostre scuse. Poi c’è
un’altra questione. Questa vicenda non è un affare politico
tra il Foglio berlusconiano e la Rep. rodolfodebenedettiana (Lupis
e Rudy sono buoni amici) né la continuazione sotto altra
forma della battaglia tra le due controparti del processo Sme.
Il caso Blair è stato scoperto da un giornale del Texas
e poi seguito con accanimento dal Washington Post, e lì
gli editori non si sono contesi i pomodori Cirio. C’è
poi un particolare gustoso. Paolo Madron, che guida un eccellente
settimanale economico, ha deciso di sfidare ironicamente la generale
omertà e di pubblicare anche lui Lupis. Che Lupis non
possa più scrivere è infatti risibile. Più
Lupis si pubblica, più il caso Mauro si dilata. Il problema
non è il cronista, ma l’adesione omertosa a certe sue
tecniche del recente passato e il mancato rispetto della professione
e del lettore, insomma l’arroganza del potere editoriale. Madron
forse eccede quando descrive Lupis come un "apprezzato esperto
di far east". Ezio Madron, "apprezzato" da chi?

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