Camillo di Christian RoccaRedazionalmente Corretto del 3 giugno 2003

Caro
Ezio Mauro – Mettiamola così. Facciamo finta che lei non
sia torinese ma di Boston e che Rep. non sia quella che è
ma il New York Times o magari l’Orlando Sentinel. Bene. Are you
ready? C’è che un piccolo giornale concorrente (concorrente,
ne convengo, è una parola grossa, diciamo la cui proprietà
è maritata con la controparte processuale della vostra
proprietà), questo piccolo giornale, Le dicevo, ha scoperto
che alcuni articoli del suo far east correspondent, Marco Lupis
(nome completo: Marco Lupis Macedonio Palermo di Santa Margherita),
sono artefatti. Uno, in particolare, è stato sezionato
in ogni suo aspetto e ne è rimasto soltanto cenere. Il
suo correspondent, che peraltro è in comproprietà
con il servizo pubblico Rai, non ne ha azzeccata una. Tutti i
particolari sono sballati e i dubbi sull’intero servizio da Lei
pubblicato sono numerosi. A proposito Le do una notizia: Red.
Corr. ha scoperto chi ha fatto materialmente il servizio nell’ospedale
di Kaifeng da voi scambiato per supercarcere di un’altra città.
Le faremo sapere gli sviluppi, e credo che anche loro presto
Le faranno sapere.
Ma torniamo a Lei, giacché questo, sempre se fossimo a
Times Square e non a Indipendence Square, ormai è il caso
Rep. e non più il caso Lupis. La prego, faccia sempre
finta che il nostro sia un paese serio, dove il sedicente ordine
dei giornalisti non si occupi soltanto della pelata del Cav.
o delle foto che pubblica Vittorio Feltri. Bene. Il direttore
del Sentinel (quello del NYT, in realtà, per il caso di
Jayson Blair, lo ha fatto davvero) avrebbe disposto un’indagine
interna per verificare l’attendibilità dell’articolo in
questione e poi avrebbe riportato il risultato all’attenzione
dei lettori. Lei, invece, ha fatto finta di niente scegliendo
di ignorare quelle lettere e quelle segnalazioni che da tempo
il suo giornale riceve sul conto dei servizi di Lupis. La stessa
cosa, caro Mauro, è successa al suo collega Howell Raines
del New York Times, che ancora si pente di non aver dato retta
a un suo collaboratore che lo implorava: "We have to stop
Jayson from writing for the Times. Right Now". Ma, appunto,
dovremmo continuare a fingere di essere in America per aspettarci
una sua reazione se non al primo articolo perlomeno alla seconda
e più completa inchiesta che Red. Corr. ha condotto scherzosamente
in sua vece. E invece ancora niente, neanche una riga di correzione
sul suo giornale, non parliamo di scuse, né sul modello
14 mila parole del Times né su quello bilingue del Foglio
(a proposito di un nostro errore su una traduzione dal Financial
Times). Il risultato è che ieri Lupis è tornato
a scrivere sul suo giornale, come se non fosse successo niente.
Nessuno mette in discussione la sua scelta di far scrivere chicchessia,
tantomeno Lupis, ma da recensori di Rep. e da suoi lettori, la
reputazione del suo giornale ci sta a cuore. Lupis ormai non
c’entra più, tra l’altro se Red. Corr. fosse il direttore
di questo giornale lo prenderebbe al volo con una medaglia al
valor civile, se non altro perché è riuscito a
farvela sotto il naso un bel po’ di volte. Quali sono le altre
volte? Be’ ce ne sono tante, le segnalazioni qui ormai arrivano
a pacchi e sono arrivate anche a voi. La migliore è quella
di quando Lupis scoprì, era il 3 gennaio 2002, un libro
"uscito oggi in America e in Asia e presto anche in Italia"
che raccontava il diario di viaggio in Europa di un esploratore
cinese dell’Ottocento. Il libro di cui parla Lupis non esiste,
in realtà il diario è contenuto in un vecchio libro
italiano del 1990 a cura di Maria Rita Masci, nota sinologa,
che peraltro ve lo fece notare e voi faceste finta di niente.
Se vuole ce ne sono altre di storie così. Lupis ha fatto
altri scoop eccezionali, diari segreti di infermiere, leggi cinesi
che impongono la ginnastica obbligatoria, cancellano i viaggi
interni e sospendono tutte le licenze matrimoniali, eppure l’altro
giorno, a New York, Fareed Zakaria di Newsweek, Joe Klein di
Time e quelli della Asia Society, alla presenza di Bill Clinton,
hanno scelto una reporter del New York Times come miglior giornalista
dell’anno sulla vicenda Sars.
Una disdetta. Caro Ezio Mauro, visto che per lei Lupis non ha
sbagliato, continua a pubblicarlo e non si sente in dovere di
rettificare, perché in fondo simmo ‘e Napule paisà,
Le consiglieremmo di scrivere all’Asia Society o a Clinton per
sostenere la candidatura di Lupis per un prossimo premio, un
Nobel, un Oscar, qualsiasi cosa. Ma non farà nemmeno questo.
Meglio scolare gli spaghetti, ché le vongole sono pronte.
Suo
Red. Corr.

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