Camillo di Christian RoccaI neocon criticano Bush prché non spiega che questa è una guerra di sinistra

I neoconservatori continuano a criticare George W. Bush sulla guerra in Iraq con argomenti "di sinistra", quasi a voler dimostrare ai poco attenti giornali internazionali che il movimento neocon, ammesso che esista, non ha affatto "sequestrato" la politica estera americana né può essere confuso con l’ala estrema della destra repubblicana. Sul numero in edicola ieri del Weekly Standard, il settimanale di Bill Kristol, la copertina era dedicata al "deficit retorico di Bush". L’articolo è di David Gelernter, il quale ha spiegato come la Casa Bianca stia sbagliando a sottovalutare il più formidabile argomento per legittimare la guerra in Iraq: gli Stati Uniti avevano il dovere morale di intervenire. "All’Amministrazione piace parlare di interessi, non di dovere". Ma, scrive, il Weekly Standard, "l’interesse è sempre discutibile, il dovere invece può essere assolutamente chiaro. Tortura, assassinio di massa e una dittatura infernale sono il motivo più chiaro possibile. Eppure troppo spesso l’Amministrazione è sembrata esitante e sulla difensiva". Bush preferisce giustificare la guerra con le ragioni pragmatiche del terrorismo globale e della politica araba. "Naturalmente la sicurezza è importante ­ si legge ­ ma l’omicidio di massa è molto più importante. In Iraq la tortura non c’è più, abbiamo messo la parola fine ai fiumi di sangue. Che cos’altro può importare dopo una verità come questa?".
L’intervento in Iraq è stato giusto anche dal punto di vista pragmatico, ma su questo ovviamente non tutti sono d’accordo. Ma nessuno può contestare che fosse giusto soprattutto moralmente: "Con la scoperta di quelle celle di tortura e le fosse comuni la questione morale è chiusa definitivamente". Certo, ci sono sfumature ­ scrive Gelernter ­ l’America non è intervenuta sempre né interverrà in ogni occasione contro i dittatori: "Ma nel post Guerra fredda le linee di confine sono nuove, nessuna nazione ha mai dominato militarmente il mondo come gli Usa. Ci vorrà tempo prima che riusciremo a capire e sopportare il peso delle nostre responsabilità".
Anche l’atteggiamento americano alle Nazioni Unite è criticato dai neocon: "Se ci fosse una qualche organizzazione moralmente seria, il giorno della caduta di Saddam avrebbe sicuramente approvato un documento di gratitudine alla coalizione". E invece, all’Onu, Bush è costretto a trattare sui principi per accontentare la Francia: "Dovremmo, invece, sollevare l’imbarazzante questione del motivo per cui la Francia ha il potere di veto". Perché al suo posto non c’è l’India (tesi sostenuta anche dal liberal Thomas Friedman) o il Brasile o altri. Perché non "diamo una chance all’Italia"?
Il punto è che i conservatori stanno facendo un errore grave, simile a quello che negli anni Trenta fece il movimento anti appeasement nei confronti di Hitler. Allora criticarono la politica di concessioni ai nazisti sul piano pragmatico, spiegando che non conveniva. I pacifisti, che consentirono a Hitler di espandersi a Est, si opposero alla guerra per ragioni morali, perché la guerra non risolve niente. Rimasero a guardare non per indifferenza o pigrizia, ma per convinzione. Churchill e gli altri, scrive il Weekly Standard, avrebbero dovuto dire che la pace è sacra ma non se il costo ricade sulla pelle di altre persone. Bush sia orgoglioso di non essersi girato dall’altra parte. Le questioni morali e religiose non interessano i professionisti della politica, ammette Gelernter, ma interessano l’umanità molto più di quelle politiche ed economiche. Marx, infatti, aveva torto.