Camillo di Christian RoccaNew York è una città liberal assalita dalla realtà. Intervista a Seth Lipsky, direttore del New York Sun

New York. Seth Lipsky è il direttore del New York Sun, il quotidiano di qualità nato un anno e mezzo fa per tentare un’impresa folle: dare ai newyorchesi un punto di vista sulle cose della città e del mondo diverso rispetto al gigante New York Times. E’ un piccolo giornale, battagliero e con poche ma sapide pagine opinion-oriented, con interventi ed editoriali più "outspoken", che non la mandano a dire, rispetto a quelli più ingessati del grande Times. Lipsky, ex editor del settimanale ebraico Forward e già capo delle pagine editoriali del Wall Street Journal Europe, guida una redazione di giovani giornalisti situata a due passi da Ground Zero e dirige un giornale che lui stesso, al Foglio, definisce di "centrodestra". New York, però, è la città liberal per eccellenza, la città di Woody Allen e della Columbia University, del New Yorker e degli intellettuali di sinistra, lo Stato dove un candidato repubblicano alla Casa Bianca non vince da venti anni. Ma è anche la città che elegge sindaci un po’ repubblicani, come Rudy Giuliani e Mike Bloomberg, e subisce governatori di centrodestra come George Pataki. I neoconservative sono nati qui, negli anni Settanta. E poi c’è stato l’undici settembre, che certo ha modificato i sentimenti della città. Lipsky crede che New York sia ancora una città liberal, ma prendendo a prestito da Irving Kristol, uno dei padri dei neoconservative, una famosa definizione sui neocon, che erano intellettuali di sinistra che a poco a poco si spostavano verso destra, dice che "New York è una città liberal, ma avviata a essere assalita dalla realtà".
Essere di sinistra, senza però avere la testa per aria, secondo Lipsky vuol dire battersi per "la sburocratizzazione dello Stato, per una bassa pressione fiscale, una completa apertura dei mercati e per la libertà individuale". Il suo giornale, 40 mila copie vendute ogni giorno a un quarto di dollaro, ha questo manifesto, dunque molto simile a quello dei neoconservative: "Non siamo la stessa cosa né abbiamo rapporti diretti con loro ­ spiega Lipsky ­ Siamo completamente indipendenti, ma certo vicini alle loro tesi". Lipsky giudica giusta la guerra al terrorismo di Bush: "Siamo stati attaccati, e ora stiamo combattendo per la nostra sicurezza. Ci vorrà tempo: uno, due, cinque anni per vincere, ma sono certo che alla fine prevarremo". Questo non vuol dire che il pericolo sia scampato, "New York non può sentirsi sicura. Sarà una guerra lunga, come fu lunghissima la Guerra fredda". Quando gli si fa notare che a causa delle guerre americane al terrorismo, l’opinione pubblica europea crede che il mondo sia più pericoloso di prima, Lipsky risponde che "nessuno può dirlo. E’ troppo presto, sono passati soltanto due anni da quando siamo stati attaccati". E ci sono due regimi totalitari in meno.
Secondo il direttore del Sun, un ebreo newyorchese che sembra appena uscito da uno di quei mitici film degli anni Quaranta ambientati nel mondo del giornalismo, il partito democratico ha un solo candidato adatto alla sfida internazionale che spetta all’America, ed è Joe Lieberman. Ma Lipsky sa che non vincerà le primarie del partito: "I democratici dovrebbero andare più verso il centro, invece hanno fatto una svolta a sinistra. Basta vedere Howard Dean e le parole terribili che gli sono scappate contro Israele". Errore che, a suo avviso, non ha commesso Silvio Berlusconi: "Sta facendo un gran bel lavoro. La settimana prossima sarà ricevuto con tutti gli onori qui in città. E’ un filo americano e noi americani abbiamo gradito moltissimo il suo aiuto e quello degli inglesi, degli spagnoli e dei polacchi. Questa città e questo paese, ripeto, sono stati attaccati e Berlusconi si è schierato con noi".
New York, intanto, più che di Osama ha paura di Isabel, l’uragano che minaccia l’intera costa Est degli Stati Uniti e il New York Sun si interroga sul mega stipendio di 140 milioni di dollari che la Borsa (NYSE) versa ogni anno al suo gran capo, Richard Grasso. Il commento di Lypsky è lapidario: "Dovrebbe essere incostituzionale pagare uno stipendio più alto di quello che spetta al presidente degli Stati Uniti. Fatta eccezione per i direttori di giornale".

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