Camillo di Christian RoccaRE: NO SUBJECT di Christian Rocca & Luca Sofri

Caro Christian, non ho capito bene se Bob Dylan abbia copiato una storia giapponese o cosa, e non me ne importa nemmeno granché (almeno fosse stata Jeeg robot d’acciaio). Quando partono queste discussioni sui plagi, diventano tutti forcaioli e pensano di saperla lunga individuando le assonanze più fortuite, e le citazioni più innocue. Certo, ci sono i casi proverbiali, ma da quando in qua una canzone ci piace meno se scopriamo che è scopiazzata da qualche altra parte? Non è mica il Nobel per la fisica, trattasi di canzonette. Di solito si cita Zucchero, uno che si è costruito una bella carriera ascoltando musica altrui, fin dai tempi di “Donne” che somigliava a “No woman no cry”. Ma nessuno ricorda la sua copiatura più lampante: una delle sue canzoni che mi piacciono comincia così, “Niente di nuovo, tranne l’affitto per me”. Dubito che si tratti di una coincidenza, che una vecchia canzone di Gwen Guthrie (no, non è parente di Woody e Arlo Guthrie) si chiami “Ain’t nothin goin’ on but the rent”. Ma sai che c’è? Chissenefrega.

Caro Luca, ti dimentichi di “Non c’è più rispetto” e “Respect” di Aretha Franklyn, ma d’accordo, chissenefrega, e poi Zucchero sarà sempre nei nostri cuori per aver fatto cantare gli italiani contumelie libidinose contro l’Azione cattolica. A me colpisce un’altra cosa, invece. A volte a causa dell’inglese non ci accorgiamo di quanto stupide siano certe canzoni che ci piacciono tanto. Anzi, peggio: i nomi dei gruppi. L’altro giorno ascoltavo alla radio una canzone che ai tempi mi piaceva un casino: “Dust in the wind” dei Kansas. I Kansas? Pensa se un gruppo italiano si chiamasse i Basilicata? Lo compreresti mai un disco dei Basilicata? E gli America? Immaginati gli Italia? Chi diavolo sono? Il gruppo di Toto Cutugno e Mino Reitano? E poi i Chicago. Perché un gruppo si deve chiamare come un città? Hai sentito l’ultimo disco dei Potenza? Oppure dei Torino? Be’ ci sono i Turin Breaks, in realtà, che vuol dire i Freni di Torino. E abbiamo anche Ivana Spagna, non dimenticare. E i muretti delle autostrade che per ignoti motivi si chiamano New Jersey o forse Nebraska (credo che c’entri Bruce Springsteen in qualche modo). Ti saluto, vado ad ascoltare il mio gruppo preferito degli anni Ottanta. Come si chiama… dài, lo sai, quello di David Sylvian… ah sì: i Japan.

Caro Christian, come avevo detto, accanirsi su una presunta affinità tra “Non c’è più rispetto” e “Respect”, mi pare troppo. Allora “Com’è profondo il mare” e “How deep is the Ocean”? E “Ti amo” e “I love you”? E “Il nostro caro angelo” e “Angel”? Lasciamo perdere, dai retta. Invece pensando alle canzonette, all’estate che sta finendo e un anno se ne va, eccetera, ho guardato delle cose su internet e mi sono perso, come capita sempre: sono finito sul sito della Sammontana. E mi sono ricordato che ai tempi miei e nei posti miei i gelati più popolari erano il Cammillino e il Granulato all’amarena. Ma forse è perché eravamo in Toscana, e la Sammontana è vicino a Empoli. Adesso l’Algida impera, e non vedo mai né la Besana nè la Toseroni. Esistono ancora? Ma che ne sai tu?, che a settembre pensi solo a Del Piero, Inzaghi, Beckham e quella gente lì.

Caro Luca, David Beckham ha scelto il numero 23 per la sua maglia del Real. In onore di Michael Jordan. Anche Marco Simone al Milan prese il 23 per lo stesso motivo. Alessio Tacchinardi veste il 3, in omaggio a Allan Iverson, guardia dei Sixers. Ora che i calciatori possono scegliere i numeri di maglia chissà perché si ispirano al basket. E’ uno dei misteri irrisolti di questa epoca. Eppure il basket italiano un tempo aveva i numeri dal 4 al 15, ed era fantastico. Ogni numero corrispondeva a un tipo umano. Era meglio di una seduta dallo psichiatra. Il 4 era sempre il tipo piccoletto, estroso e coraggioso. In trasferta raccontava le barzellette, e si metteva le mutande in testa. Berlusconi, secondo me, era un 4. Il 5, spesso un mancino, era uno serio, quadrato e con i piedi per terra. Ti potevi fidare del numero 5. Il 6 era regolare, affidabile ma con improvvisi colpi di genio. Il 7 era quello spigoloso e ragionatore, controllava il referto e che non barassero con il cronometro. L’8 era uno come il 6, meno geniale ma più solido. Quasi tutti gli 8 si sono laureati in Economia o Ingegneria, lo sai no?. Il 9 era il puntero, bassetto per quel ruolo. Folle e completamente inaffidabile. L’11 era quello forte ma un po’ impacciato, il 10 era sempre il capitano. I più forti dunque prendevano i numero dal calcio. Il 12 e il 13 erano due che passavano lì per caso. Il 14 era appena uscito dal manicomio, appena gli capitava la palla tra le mani si involava verso la difesa schierata. Gli fischiavano spesso fallo di sfondamento. Il 15 era il gigante buono. Io ero un 6, tu scommetto che eri un 7.

Caro Christian, io giocavo a baseball ed ero uno zerovirgolazerozerodue, nelle giornate buone. Però mi pare di ricordare che in una cabala misteriosa in voga dalle mie parti, il 23 corrispondeva al termine “pèoro”, che in Toscana viene associato a persona del cui coniuge si discute l’integrità morale. Questo potrebbe motivare ulteriormente la scelta di Beckham, se uno volesse fare delle battute facili e volgari, cosa da cui rifuggo. Per non correre rischi, ti saluto, che sennò siamo troppo lunghi, e a Max tagliano le battute a metà e sembra che non siamo spiritosissimi.

Caro Luca, laggiù tra lo zerovirgola e il 7 ti serve un buon libro di sport in attesa della nuova stagione in diretta su Sky Italia. Compra quello di Emanuela Audisio, la più brava scrittrice (non solo) sportiva che abbiamo. Ti farà bene. Io l’ho letto in spiaggia e ora, come dice quel nostro amico comune, sono ben pronto a godermi le partite su uno strano canale polacco che si chiama CalcioSky