Camillo di Christian RoccaAgenda Kristol

Venezia. William Kristol, direttore del Weekly Standard, è il figlio del padrino, cioè di Irving Kristol, il godfather dei neoconservatori americani. Agli occhi dei giornali europei è uno degli uomini più pericolosi del mondo, il capo di una misteriosa lobby paramafiosa che avrebbe dirottato la politica estera americana. Altro che Tony Renis. Di fronte all’accusa, Kristol si fa ancora più piccoletto del suo scarso metro e settanta, posa per terra la sacca di stoffa in stile no global, e al Foglio dice: "E’ ridicolo. Se la prendono con noi così evitano qualsiasi riflessione seria sul mondo in cui viviamo. Dare la colpa di quanto sta succedendo a quei pazzi dei neoconservatori è il modo più semplice per non affrontare la realtà, per far finta che non ci sia alcun problema, se non quello di una cricca di matti ebrei amici di Sharon da isolare al più presto". Kristol è stato invitato a Venezia dalla Fondazione Liberal di Nando Adornato per parlare dei rapporti tra Europa e America, in qualità di ospite d’onore di un convegno che prevede gli interventi di Michael Novak, Michael Ledeen, del vice di Colin Powell, cioè John Bolton, di Sergio Romano, André Glucksmann, Emma Bonino e Fiamma Nirenstein.
"Sono rimasto profondamente colpito dal modo con cui l’Italia ha reagito alla strage di Nassiryah ­ ha detto Kristol al Foglio ­ Le dichiarazioni dei familiari delle vittime e dei commilitoni mi sono sembrate degne di un paese orgoglioso del lavoro che quei caduti stavano svolgendo. E lo ha scritto Repubblica, che certo non è un giornale favorevole all’intervento". Kristol è ottimista sull’Iraq e sulla cooperazione che "prima o poi arriverà" da parte degli alleati europei: "Lo capiranno, non c’è alternativa. Così come dovrebbero sapere che se non ci fossero stati i neocon, Bush avrebbe fatto le stesse identiche cose. Dirò di più, anche Al Gore avrebbe agito allo stesso modo". Ci sarebbe da discutere della guerra globale al terrorismo ma, al momento, la questione principale è quella della sicurezza in Iraq. Tutto il resto, economia e politica, dipende da essa. Kristol crede che servano più truppe sulle strade irachene, e si rallegra che negli ultimi giorni le forze della coalizione abbiano "iniziato a colpire duro" contro i seguaci di Saddam. Donald Rumsfeld non è d’accordo, crede che più truppe aumentino i possibili bersagli. Meglio, sostiene, responsabilizzare gli iracheni. Il giudizio di Kristol è netto: "Rumsfeld non è uno di quelli che va matto per l’esportazione della democrazia o il nation building. Ma io ho fiducia in Bush. Il presidente sa che sull’Iraq si gioca tutto. Ma non solo lui. Se fallisce sarà un disastro globale. Sbagliano quelli che sostengono che nell’anno elettorale l’Amministrazione debba trovare un modo per togliersi al più presto dai guai iracheni. E’ vero il contrario, ci vuole una strategia per la vittoria, dobbiamo impegnarci di più, inviare truppe e rispondere alla richiesta di sicurezza che ci arriva dagli iracheni. Ristabilito l’ordine ce ne andremo, come abbiamo già fatto in Europa e in Giappone alla fine della Seconda guerra mondiale, e in Bosnia e in Kosovo recentemente".
Nel frattempo, secondo Kristol "dovremmo essere più aggressivi e non permettere che dalla Siria entrino terroristi. Ad aprile il regime di Damasco era terrorizzato che fosse arrivato il suo turno, invece lo abbiamo rassicurato e ha ripreso coraggio". Nessun errore di valutazione? "Siamo rimasti sorpresi dalla tenacia dei saddamiti. Siamo ancora in guerra, e Bush ha sbagliato ad annunciare la missione compiuta. Anch’io credevo fosse finita, in realtà eravamo soltanto felici che la guerra fosse stata veloce, con poche vittime, senza disastri chimici né divisioni etniche".

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