Camillo di Christian RoccaBlemish di David Sylvian

Quello lì che vedete sulla copertina non è Kurt Cobain. Gli somiglia ma non c’entra niente. E’ David Sylvian, il musicista più distante che ci possa essere dal leader dei Nirvana ma allo stesso tempo la via più diretta per raggiungere il nirvana dei sensi. Se la musica di Cobain era ruvida, volutamente sporca e spigolosa, quella di Sylvian è l’espressione massima del minimalismo. Perfezione allo stato puro. Estetica. Ricetta omeopatica contro la depressione. Ricerca razionale dell’essenziale. Musica per sottrazione. Uno dei possibili suoni del silenzio. Di solito per la sua musica si dice anche che sia eterea, un aggettivo che non vuol dire niente, così come quelle immagini che ho appena usato per descrivere la sua musica. Provo in un altro modo: nei dischi di David Sylvian c’è uno, lui, che si lamenta ma quasi senza che l’ascoltatore se ne accorga. Al rallentatore. La vocina è accompagnata da un impercettibile pianoforte oppure da una chitarretta che fa da eco elettrico alla melodiosa nenia. Sullo sfondo ci sono rumorini vari, muri sonori, ma che dico muri, muretti, ecco: muretti sonori scovati dentro un computer. E, ancora, sibili elettronici, imitazioni di uccellini di campagna, radio che cercano la giusta frequenza ma non la trovano mai, campionamenti digitali, distorsioni minime e mille altre diavolerie elettroniche. In realtà è come se non ci fossero. A volte ci sono anche le puntuali ed essenziali percussioni di suo fratello Steven, che però di cognome non fa Sylvian ma Jansen. Ok, preferite gli U2 e i REM. Eppure vi perdete un’esperienza unica. Ultimamente aveva esagerato, d’accordo. I suoi ultimi dischi erano privi di qualsiasi appeal. Noiosi. Ma noiosi forti. Questo Blemish, che peraltro vuol dire "imperfezione", invece è finalmente al livello dei suoi migliori album. I quali sono appena stati ristampati e rimasterizzati, sia i capolavori del periodo Japan ("Oil on canvas" è come Rosso e Nero di Stendhal, non si può non avere in casa) sia i suoi primi tre dischi solistici. Già che ci siete, prendete anche questi. Fate di tutta l’erba un fascio. Blemish sembra un assaggio di quello che Sylvian ci propinerà nei prossimi mesi con la sua nuova casa discografica. Si chiama Samadhisound, ed è tutta sua. Quindi aspettiamoci piccoli capolavori ma anche boiate pazzesche. Con Sylvian capita spesso. A breve uscirà un disco con Ryuichi Sakamoto, insieme scrissero una delle più belle canzoni avant-pop degli ultimi anni, Forbidden Colours, usata come colonna sonora di Furyo, non il cavallo del west ma il film giapponese con David Bowie. Ma sta anche lavorando a un disco con suo fratello e forse alla ricostituzione dei Japan, o almeno dei Rain Tree Crow, che erano sempre i Japan ma sotto falso nome.
Christian Rocca

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