Camillo di Christian RoccaLiberal, neocon e realisti discutono della "peste" terrorista

Venezia. Gli italiani di Nassiryah e gli ebrei di Istanbul, assassinati da chi ha dichiarato guerra all’occidente libero e all’oriente non fondamentalista, sono stati più che presenti ai Colloqui di Venezia organizzati venerdì e sabato scorsi dalla Fondazione Liberal di Ferdinando Adornato. Si è discusso di Medio Oriente, di Difesa europea e di rapporti transatlantici in modo, purtroppo, non astratto. Mentre si parlava di nuovi equilibri mondiali, a Roma atterravano le salme dei carabinieri; quando gli argomenti di dibattito erano i conflitti religiosi, nelle due sinagoghe turche si contavano i morti e si curavano i feriti. "Di fronte a tutto ciò, non possiamo lavarci le mani", ha detto André Glucksmann rispettando il ruolo classico dell’intellettuale "che deve essere profeta di sventure e saper vedere la peste per com’è". Secondo Glucksmann, "c’è una grande ipocrisia in Europa, l’11 settembre abbiamo espresso una grande solidarietà all’America ma subito dopo è scattato il riflesso opposto: be’, è successo a loro, a noi una cosa del genere non può capitare. Anche nella sfera privata è così. Quando un nostro amico ha un incidente stradale siamo costernati, poi ci diciamo che in fondo è normale se si guida leggendo il giornale, oppure morire di Aids se si è omosessuali o si tradisce la moglie".
La soluzione non può che essere quella di liberare le società oppresse dall’integralismo. Lo hanno detto quasi tutti, l’eccezione è Sergio Romano, il cui intervento ha destato applausi ma anche qualche malumore, specie tra gli organizzatori del convegno. L’editorialista del Corriere è scettico sulle possibilità di successo di una democrazia araba, sarebbe meglio ragionare di modernizzazione e, in questo senso ­ dice Romano ­ è stato proprio di Saddam il grande tentativo di modernizzare il mondo arabo. Qualcuno ha strabuzzato gli occhi, e mentre Fiamma Nirenstein ripercorreva la storia dell’illusione europea e israeliana di mettere a tacere i terroristi con la formula della "terra in cambio della pace", William Kristol, uno degli intellettuali di punta del movimento neoconservatore americano, cambiava in corsa la copertina del suo settimanale, The Weekly Standard, perché a Washington un suo cronista aveva ottenuto una nota del Pentagono inviata al Senato nella quale ci sono i dettagli dei ripetuti contatti tra il modernizzatore Saddam e Al Qaida iniziati nei primi anni ’90 e continuati fino al 2003.
Emma Bonino è più ottimista di Romano. E lo è per un motivo semplice, sono loro che vogliono emanciparsi: "Nelle élite di governo egiziana ­ ha detto Bonino al Foglio ­ c’è una parte maggioritaria che non affronta il fondamentalismo sperando che la furia non li colpisca, ma c’è anche una parte minoritaria del sistema di potere del Cairo che sa che prima o poi toccherà anche a loro e quindi chiede di combattere subito il terrorismo. In occidente non sappiamo niente di questa articolazione della società araba, così come fino alla seconda metà degli anni Ottanta non ci siamo curati dei dissidenti dell’Europa dell’Est".
Secondo Michael Ledeen, dell’American Enterprise Institute, i terroristi non ci odiano per le cose che facciamo, ma per quello che siamo, non fanno distinzioni nemmeno tra di loro in realtà. I terroristi islamici hanno sempre ucciso altri musulmani. La guerra al terrorismo ­ ha detto Ledeen ­ è una vecchia guerra. C’è da 25 anni. L’unica differenza è che prima era combattuta da una sola parte. Ora, dopo l’11 settembre, noi rispondiamo. Possiamo vincerla o perderla questa guerra, l’unica cosa che non possiamo fare è far finta di niente". Ma potremo dire di aver vinto, ha detto Ledeen, solo quando cadrà pacificamente il regime degli ayatollah iraniani e degli altri "padroni del terrore".
Al convegno veneziano c’erano anche esponenti dei governi di Israele, di Spagna, il ministro Franco Frattini e il vice di Colin Powell, John Bolton, il quale ha una delega specifica sulla sicurezza. Bolton è un neocon realista, un uomo del giro del vicepresidente Richard Cheney e del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ma è anche membro del Project for a new american century, uno dei think tank neoconservatori: "Non accetteremo di vivere per sempre in una situazione di vulnerabilità", ha detto. "Il nostro non è unilateralismo cowboy, e lo dimostra il modo in cui affrontiamo tutte le altre situazioni. Per la Corea del Nord abbiamo promosso colloqui con tutte le potenze regionali: Russia, Cina, le due Coree e Giappone. Sull’Iran e il trattato di non proliferazione nucleare stiamo lavorando diplomaticamente insieme con gli alleati e con l’agenzia Onu per l’energia atomica". Resta la divergenza sulla Corte penale internazionale: "Noi crediamo che possa diventare un’istituzione altamente politicizzata, per cui preferiamo siglare accordi bilaterali e finora ne abbiamo firmati 71, nessuno dei quali con paesi europei a causa del veto messo dall’Unione europea".
Frattini ha annunciato una grande iniziativa che nascerà a dicembre sotto la presidenza italiana: i 25 paesi europei, insieme con l’Alto rappresentante per la politica estera e di difesa, Javier Solana, presenteranno la prima proposta strategica sulla difesa europea, ovvero la risposta di Bruxelles alla strategia per la sicurezza nazionale elaborata da Bush nel settembre del 2002. Quello era il documento che esplicitò la dottrina della guerra preventiva. Secondo Kristol, quella parte del discorso "è stata sopravvalutata, non esclude affatto l’uso del containment e peraltro non è neanche un’idea nuova. La cosa più importante di quel documento è il regime change. Adoperarsi per cambiare i regimi non significa usare le armi, anzi il più delle volte è una politica che va perseguita pacificamente, con la diplomazia, con aiuti economici. Così come lo è stato ai tempi della Guerra fredda". Il direttore del Weekly Standard è convinto che dopo l’11 settembre siamo entrati in una "nuova era politica" che segue gli anni ’90, quelli della prosperità dell’occidente, durante i quali abbiamo rinunciato ad affrontare le minacce che poi si sono concretizzate l’11 settembre. "E’ stato come una sveglia, da quel momento l’America si è concentrata sulla guerra al terrorismo, ma gli europei non hanno voluto credere che il mondo fosse cambiato da un giorno all’altro". A Kristol, la situazione attuale ricorda quella del secondo dopoguerra: "Il presidente Harry Truman non era stato eletto, succedeva a Roosevelt, e il suo mandato, come quello di Bush, avrebbe dovuto concentrarsi sulla politica interna. Quanto alla politica estera, l’obiettivo era quello di riportare a casa i militari ancora in Europa. Nessuno nel 1946 si aspettava la tensione col blocco comunista, non ne erano preparati. L’Amministrazione era divisa e confusa, l’odio tra il ministero della Difesa (allora si chiamava della Guerra) e il Dipartimento di Stato era superiore a quello di oggi. Nei primi tre anni di Truman ci furono tre diversi ministri della guerra. Nel 1945/46 era inconcepibile immaginare il Piano Marshall, la dottrina del containment, e gli interventi post bellici in Europa, Giappone e poi in Corea".
Una cosa simile, ha detto Ledeen, è successa negli anni Ottanta in Sud America: "Quando Reagan è diventato presidente soltanto due paesi latinoamericani tenevano elezioni democratiche, otto anni dopo solo due paesi non avevano un governo eletto". Reagan era il beniamino dei neoconservatori, Bush sta agendo su quella scia ma viene continuamente punzecchiato dai neocon perché non si impegna abbastanza nel promuovere la rivoluzione democratica. I neocon, infatti, non hanno influenza diretta nelle politiche dell’Amministrazione, nonostante quanto scriva la stampa internazionale. Kristol, che è il figlio del fondatore del movimento, svela intato al Foglio che sta pensando a un incontro di neocon americani ed europei che faccia incontrare gli "entusiasti della democrazia e della libertà" delle due sponde dell’Atlantico. "Magari a Parigi".

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