Camillo di Christian RoccaRedazionalmente Corretto del 5 novembre 2003

La
prima pagina dell’organo dei Radical In, cioè la Repubblica
(Rep.) di ieri, 4 novembre, si apriva con "Israele, Prodi
boccia il sondaggio". In realtà la notizia sarebbe
l’opposto: Prodi promuove il sondaggio, e ora non sa cosa fare.
Secondo il Corriere della Sera, infatti, c’è un "Prodi
in difesa". Nell’articolo di Rep., del resto, si dà
conto di una "linea sfaccettassima" (in realtà
Marco Marozzi voleva scrivere "sfaccettatissima").
In pratica, con questa linea sfaccettassima, "si condannano
possibile antisemitismo e insieme possibile tendenziosità
di Eurobarometro e insieme si avverte su un clima, che, nonostante
tutto, passa dal Medio Oriente in fiamme all’opinione pubblica
europea". Sarà anche sfaccettassima, ma non si capisce
bene che linea sia.
In un colonnino, Rep. pubblica la denuncia del governo di Gerusalemme
sulla "copertura faziosa di stampa e tv straniere".
Titolo: "Israele contro i media: Falsificano la realtà".
A Rep. devono averci pensato bene e, per un giorno, si sono impegnati
a non fare titoli anti israeliani. Quindi hanno pubblicato un
forum con Gianfranco Fini e, pensate, anche un titolo simpatetico
con Ariel Sharon: "Pronto a nuove concessioni ­ Sharon
apre ai palestinesi". Vedremo nei prossimi giorni. L’umoralista
Michele Serra, teorico della superiorità della razza di
sinistra rispetto al resto del mondo, spiega invece che non è
possibile che il 59 per cento degli europei sia antisemita: "Magari
il dieci-quindici per cento", gli risulta. Probabilmente
tutti di Publitalia. Dice anche che la colpa è di Sharon,
tanto che se il sondaggio fosse stato fatto ai tempi di Begin
"la percentuale sarebbe stata sicuramente più bassa".
Aggiunge Serra: "Che questa opinione possa essere anche
superficiale, viziata dalla cronaca e poco informata sulla lunga
e dolorosa storia di Israele, è molto possibile".
Perfetto. Red. Corr. non è mai stato così d’accordo
con l’umoralista, anche se c’è il sospetto che Serra non
si riferisca alla propria opinione ma a quella di chi ha risposto
al sondaggio.
Editoriale ce n’è soltanto uno, di Natalia Aspesi. Il
titolo è "Le mani del governo sul festival del cinema".
Non che vada a dirigerlo l’amico di Joe Adonis e Tony Renis,
cioè Francis Ford Coppola, ché in qual caso sarebbe
scandalo troppo grosso e se ne occuperebbe l’Unità. No,
è il Cav. direttamente che si vuole pappare il Festival
di Venezia, perché "come negli anni mussoliniani,
quando nacque la Mostra, è al cinema che il potere punta,
per ragioni di propaganda ma soprattutto di posti e prebende".
Il Ventennio e poi il berlusconismo, dice Lady Asp. In mezzo
nessuno, men che mai la sinistra o il veltronismo, ha puntato
sul cinema. Mai.
Rep. è andata a intervistare Emilio Roveda, uno dei sopravvissuti
della Grande guerra. Lo ha fatto con qualche giorno di ritardo
rispetto al Corriere che ieri, peraltro, aveva la lettera che
Carlo Azeglio Ciampi ha inviato al reduce.
Il poco chiarissimo prof. Franco Cordero s’è preso di
petto Marcello Pera. Lo ha sfottuto con continui riferimenti
in lingua inglese, (Pera è un cultore del pensiero anglosassone)
e, almeno nell’ultima riga, è risultato chiaro: Pera è
un mascalzone perché "rimesta retoriche d’Arcore".
La pagina dei commenti era una delle più noiose degli
ultimi mesi: apriva Massimo L. Salvadori, continuava con Paolo
Baratta e, dopo una pennica, si chiudeva con Vincenzo Visco.
Rep. ieri è stata corretta nel riportare l’editoriale
della Frankfurter Allgemeine sulla "rivoluzione dei pm finita".
Il giornale tedesco sostiene, secondo Rep., che "i magistrati
italiani sono politicizzati e che è ‘sempre più
lesa’ la credibilità delle toghe che stanno giudicando
Berlusconi". E’ solo un boxino, ma non capita spesso che
i republicones riportino notizie o commenti filo Cav. Infine
una boiata pazzesca. Negli spettacoli si dà conto di una
non notizia: "Jay Leno batte il Letterman show: dopo 10
anni vacilla il trono del re del talk show: David Letterman è
stato battuto da Jay Leno". Cari republicones: Leno batte
Letterman da otto anni di fila. La notizia è un’altra:
negli ultimi cinque anni il divario non è mai stato così
ampio come adesso. (continua)

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