Camillo di Christian RoccaPaolo Rossi censura Pericle e Tucidide

Calcando le scene, il Tucidide in versione Paolo Rossi, scampato alla censura grazie a Ballarò, tuona con queste parole: "Qui ad Atene noi facciamo così: ci è stato insegnato a rispettare i magistrati e c’è stato insegnato a rispettare le leggi, anche quelle leggi non scritte la cui sanzione risiede soltanto nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso". Il pubblico, travolto dall’emozione, prorompe in un applauso che avvolge di slancio Colombo, la Boccassini e gli inconsapevoli precursori ateniesi di Magistratura democratica. Peccato che l’autentico Tucidide suoni un po’ diversamente: "Seguiamo le autorità di volta in volta al governo, ma principalmente le leggi e più tra esse quante tutelano le vittime dell’ingiustizia e quelle che, sebbene non scritte, sanciscono per chi le oltraggia un’indiscutibile condanna: il disonore". Avete inteso bene. Tucidide dice una cosa diversa: si rispettano i governanti di turno, alias l’autorità politica, il che non sorprende visto che ­ forse per loro fortuna ­ all’epoca non erano stati toccati dalla grazia del terzo potere.
Ma non finisce qui. C’è di mezzo anche il conflitto di interessi che apprendiamo essere già stato teorizzato nel V secolo in modo non dissimile da quanto elaborato dalla coppia Sartori-Passigli, di cui colpevolmente ignoravamo le matrici elleniche. Ecco: "Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private. Ma in nessun caso si occupa delle pubbliche faccende per risolvere le sue questioni private". Cosa immaginare di più edificante? Peccato che Pericle questo non l’abbia mai detto. Le sue parole affermano altro: "In ogni cittadino non si distingue la cura degli affari pubblici da quella dei domestici e privati problemi, ed è viva in tutti la capacità di adempiere egregiamente gli incarichi pubblici, qualunque sia la privata mansione". L’esatto contrario della ardita traduzione di Rossi scampato alla censura.
E la democrazia dove la mettiamo? Ecco la versione Rossi: "Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi, per questo è detto democrazia". Bando alle allusioni, naturalmente. Tucidide era più elegante: "Il nome che gli conviene è democrazia, governo nel pugno non di pochi, ma della cerchia più ampia dei cittadini". Punto e basta.

 

Ha ragione Curzio Maltese
Inutile dunque l’articolo di Repubblica di venerdì scorso intitolato "’Domenica in’ censura Paolo Rossi", autore Curzio Maltese. Vergogna, roba da Bastiglia. Un attore di indiscusso talento si vede negare dalla Rai il diritto di recitare qualche passaggio di Tucidide. Il pensiero corre al 1783, quando il povero Beaumarchais si vide proibire le "Nozze di Figaro" dall’assolutismo monarchico agonizzante. Che Voltaire sia morto invano? Maltese non aveva dubbi: nemmeno l’innocuo Tucidide con la sua celebre orazione di Pericle sulla democrazia sfugge ormai alle maglie dei censori Rai. Altro che Guzzanti: persino i testi della classicità sono in odore di comunismo. "Pericle ­ s’infervorava Maltese ­ era del resto una specie di comunista, uno che odiava i politici ricchi, per invidia naturalmente, tanto da chiamarli plutocrati". Gli "intellettuali della Casa della libertà" non perdonano. Per loro è peccato mortale quello di avere "promosso la politicizzazione del teatro". Poco importa che tutto ciò "sia stato scritto 2450 anni fa". La scure della censura non è disposta a risparmiare "l’ossessiva intenzione polemica contro Silvio Berlusconi". Eppure niente sarcasmi. Maltese aveva ragione: censura ­ e delle più arbitrarie ­ è stata. Ma è stata quella di Paolo Rossi sul povero Tucidide che, insieme a Pericle, si rivolta nel sarcofago. Rossi, tu cidide un uomo morto.

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