Camillo di Christian RoccaRedazionalmente Corretto del 18 dicembre 2003

La
prima pagina del quotidiano di Largo Fochetti, cioè La
Repubblica (Rep.), ieri 17 dicembre si apriva con "Un decreto
per Retequattro". Due gli editoriali di Rep., giornale che
secondo il direttore Ezio Mauro "non ha mai gridato che
in Italia la libertà di stampa è in pericolo".
Titolo del primo editoriale: "Il fallimento del golpe tv",
di Giovanni Valentini. Prime righe del secondo editoriale: "Ciampi
offre al Paese e ai partiti un’occasione formidabile, storica
e purtroppo unica per invertire il processo di degenerazione
della democrazia italiana". Maltese, ex autore della Rai
di Baldassarre, scrive anche che sono tutte balle quelle di chi
dice che con Rete 4 sul satellite si perderanno mille posti di
lavoro perché in realtà "qualcuno dovrebbe
ricordare che Mediaset, con i suoi soli 3.500 dipendenti e il
35 per cento della raccolta pubblicitaria globale, da anni di
fatto impedisce la creazione di decine di migliaia di nuovi posti
di lavoro". Di fatto.
In prima pagina c’è anche un editoriale di Giorgio Bocca
contro le parole di Marcello Pera sul mito della Resistenza:
"Dall’8 settembre del ’43 al 25 aprile del ’45 ho vissuto
in un mito". Anche prima, in realtà.
Il titolo centrale della prima è così concepito:
"Bush: Saddam merita la morte". Il sommario dice che
"Bush chiede esplicitamente per il rais prigioniero la pena
di morte". Se si va a leggere l’ottimo e non fazioso articolo
di Alberto Flores D’Arcais si scopre che la frase di Bush è
diversa e non così centrale. Infatti Flores ne parla solo
en passant e scrive che Bush non ha affatto chiesto "esplicitamente"
la pena capitale ma ha semplicemente espresso una sua "personale
opinione".
Bella e piena di notizie l’intervista a Salem Chalabi, l’iracheno
che ha lavorato per l’istituzione del tribunale che giudicherà
Saddam, ma è tradotta dal Washington Post. Rep. l’ha soltanto
rovinata illustrandola con una foto di Kofi Annan, che non c’entra
nulla.
Il fenomeno, come sempre, è Renato Caprile, il giornalista
che non si è ancora accorto che il 10 dicembre, sotto
il suo albergo, si è svolta un corteo anti terrorismo
e anti Saddam lungo 15 chilometri (fonte Corriere) e popolato
da 15 mila persone (fonte Al Jazeera). Eppure ieri, pur rimanendo
a Baghdad, è riuscito a vedere varie manifestazioni pro
Saddam a Ramadi, a Falluja, a Tikrit, a Samarra e a Mosul. Occhio
di lince Caprile comincia così il suo racconto: "
L’Iraq degli orfani di Saddam scende in piazza, assalta palazzi
governativi, inscena manifestazioni violente, mette a ferro e
fuoco villaggi e città del nord e del sud, dove ricompaiono
sui muri vecchie fotografie del raìs". Dopo aver
raccontato le varie manifestazioni pro Saddam, non facendo mai
cenno a quelle anti, Caprile dice a se stesso: "Confermato,
Saddam, non è il grande capo". Confermato da chi?
Insomma, per Occhio di lince Caprile, gli americani hanno preso
l’uomo sbagliato. Saddam non conta niente. Secondo lui ci sono
quattro "resistenze": "Nel loro mirino gli americani
e i loro alleati. Non sono terroristi e non uccidono civili".
Non uccidono civili? Eppure solo ieri ne hanno uccisi 17, nel
centro di Baghdad. "Non sono terroristi", scrive Caprile,
il nuovo Lupis. (continua)

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