Camillo di Christian RoccaHanno vinto tutti

New York. Hanno vinto tutti in New Hampshire, anche Dennis Kucinich e Al Sharpton, rispettivamente 1 per cento e 0,2 per cento, oltre ottantamila voti in meno del vincitore vero delle primarie democratiche di ieri, John Kerry, senatore del vicino Stato del Massachusetts. Kucinich, deputato dell’Ohio, non si ritira, la corsa per ottenere la nomination democratica per sfidare George Bush è una gara che si gioca in 50 tappe, ha detto, i 50 Stati dell’Unione. Il reverendo Al Sharpton, che in New Hampshire, Stato con popolazione bianca al 90 per cento, non si è fatto vedere, è secondo nei sondaggi delle primarie di martedì prossimo in South Carolina, Stato a stragrande maggioranza nera. Joe Lieberman, senatore falco del Connecticut ed ex running mate di Al Gore nel 2000, è arrivato abbondantemente quinto, ma dice che non è stato un disastro ma un quasi pareggio per il terzo posto. Spera, martedì, nel voto dell’Oklahoma. John Edwards, giovane senatore della North Carolina dal ciuffo kennedyano, è il candidato che ha impressionato di più. Il suo quarto posto, seguito al secondo della settimana scorsa in Iowa, è considerato un grande colpo. Solo qualche giorno fa i sondaggi lo davano indietrissimo, ma ha dimostrato di saperci fare con la retorica delle due Americhe, quella dei ricchi e quella di tutti gli altri, che lui farebbe ricongiungere. Riesce a entusiasmare gli elettori, come e più di Howard Dean, il dottore, l’ex governatore del Vermont ed ex favorito per la nomination. Dean lo davano per finito, dopo la débâcle in Iowa. Invece si è ripreso, ed è arrivato secondo a 12 punti da Kerry. I fan di Dean erano i più scatenati, i più entusiasti. Il suo discorso, a differenza delle urla belluine di martedì scorso dopo la sconfitta in Iowa, è stato di gran lunga il migliore, il più politico, l’unico con una "vision", come dicono gli americani.

Dean si presenta come il candidato fuori dall’establishment, un girotondino wasp, per questo piace alla base radical chic. Ogni due per tre ripete, riferendosi a Kerry, che per battere Bush ci vuole uno che non venga da Washington, che non faccia parte del giro, che stia fuori dai soliti circoli. La stessa cosa tenta di dire il generale Wesley Clark, ma con minore credibilità nonostante i manager della sua campagna gli abbiano consigliato di indossare rassicuranti maglioncini di lana. E’ arrivato terzo, con ottocento voti in più di Edwards. E’ un grande successo, dice l’ex comandante Nato in Kosovo. In effetti sembrava messo maluccio negli ultimi giorni, ma la settimana scorsa i sondaggi lo davano al secondo posto.
In New Hampshire 112 persone hanno scritto sulla scheda il nome di George Bush, 54 quello di Hillary Clinton. Burloni, ma questa sarebbe la sfida che tutti vorrebbero vedere. Martedì le primarie si spostano al Sud, in sei Stati, più uno al Nord, il North Dakota. Secondo il presidente del partito democratico, Terry McAuliffe, chi martedì sera non avrà vinto in nessuno dei nove Stati in cui si sarà votato, farebbe meglio a ritirarsi. E’ più probabile che, in attesa del Big Tuesday del 2 marzo, quando si voterà anche a New York e in California, restino in campo Kerry, Dean, Edwards e Clark.

Edwards vuole vincere non vicevincere
Il Sud, martedì prossimo, dirà molto. Chi non ha seguito al Sud ha poche chance di arrivare alla Casa Bianca. Gli ultimi due democratici che ce l’hanno fatta, Jimmy Carter e Bill Clinton, erano governatori di Stati del Sud, Georgia e Arkansas. Al Gore ha perso non solo in Florida, ma in quasi tutto il Sud, compreso il suo Stato, il Tennessee. Edwards, dunque, è messo bene, c’è già chi lo indica come il vicepresidente di Kerry. Lui rifiuta con sdegno, vuole vincere non vicevincere, ma ormai la prima domanda che gli rivolgono è sempre questa, e l’etichetta rischia di non staccarsi più.
Kerry, il vincitore, non scalda i cuori dei democratici, anche se ieri ha tentato di rubare un po’ di mestiere sia a Dean sia a Edwards, invocando la fine "dell’economia del privilegio". E’ ritenuto però il più affidabile in una gara contro Bush (Dean è troppo focoso, Edwards inesperto). Kerry è il candidato dell’establishment del partito, un liberal dell’East Coast, gente che non piace agli elettori del Sud. Ma, in questo momento, in una campagna che si gioca sul fattore E, come eleggibilità, i democratici lo votano turandosi il naso. Dated Dean, married Kerry, me la sono spassata con Dean, ma per sistemarsi, cioè per battere Bush, l’unico è Kerry, urlano i sostenitori del senatore. Lunedì, il giorno precedente il voto, a un elettore del New Hampshire che gli chiedeva lumi sul suo zig zag sull’Iraq (sì alla guerra, no alla gestione che ne ha fatto Bush) Kerry ha risposto in modo sorprendente, criticando Clinton per non aver fatto fuori Saddam, ribadendo che tutto il mondo sapeva che il rais aveva le armi, ricordando che per otto anni, fino al 1998, gli ispettori Onu hanno distrutto armi e scoperto che il rais ne aveva più di quanto si immaginasse, ammettendo che "Bush ha posto una legittima questione di sicurezza".

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