Camillo di Christian RoccaI conservatori dicono che Bush sta distruggendo i conservatori

New York. George Bush sta "distruggendo", il verbo usato è proprio questo, il movimento conservatore americano? Intorno a questo tema, a questa domanda, i repubblicani tradizionalisti della American Conservative Union, si sono riuniti tra il 22 e il 24 gennaio ad Arlington, in Virginia, per discutere delle politiche dell’Amministrazione Bush, considerate troppo compassionevoli e in alcuni casi pericolosamente vicine alle vecchie ricette liberal. Secondo questo influente gruppo di repubblicani, Bush non è conservatore abbastanza. Nessuno di loro, tantomeno il leader dell’organizzazione David Keene, ha messo in discussione la leadership del presidente. Anzi, nel corso dell’annuale congresso, a Bush sono stati tributati ampi riconoscimenti per la sua politica di poderosi tagli fiscali e per aver firmato la legge che impedisce l’aborto negli ultimi mesi di gravidanza.
Ai vecchi repubblicani non piace la tendenza di Bush, lo spendaccione in capo, a governare da neokeynesiano, né l’aver aumentato la spesa pubblica, né aver speso centinaia di miliardi di dollari per riformare il Medicare, né il voler ripristinare il Patriot Act, cioè la legge antiterrorismo che i repubblicani considerano una pericolosa ingerenza dello Stato nella sfera individuale. Secondo costoro, Bush rischia di perdere la maggioranza al Congresso. James Sensenbrenner, deputato del Wisconsin e presidente della commissione Giustizia, ha detto che il Congresso dovrà passare sul suo cadavere se vorrà davvero rinnovare il Patriot Act che scade nella primavera del 2005. Mike Pence, deputato dell’Indiana, è uno dei 25 repubblicani che ha votato contro il programma che fornirà, a spese dello Stato federale, medicine gratuite a tutti gli anziani. Bush è uscito fuori dal seminato, ha detto il deputato, e rischia di far arrabbiare i contribuenti americani. Non c’è solo il Medicare ad angustiare i conservatori americani, ma anche i finanziamenti al No Child Left Behind Act, ambizioso progetto di scolarizzazione preparato insieme con l’icona liberal Ted Kennedy. Il timore è che Bush e i suoi si comportino da Rinos, Republicans in name only, repubblicani solo nominalmente, l’insulto peggiore circolato in sala.
I conservatori tradizionalisti si trovano, dunque, nella situazione di dover scegliere tra un presidente che amano e l’espansione della spesa pubblica che odiano. Oltre all’assistenza sanitaria e all’educazione, Bush si è impegnato a spendere soldi federali nella campagna spaziale, nella nuova frontiera su Marte, imitando John Fitzgerald Kennedy che nel 1961 annunciò il progetto che otto anni dopo portò l’uomo sulla Luna. Poi c’è il nation building in Iraq, la costosa ricostruzione di un paese. E, infine, il progetto di legalizzare milioni di immigrati. Cose che non piacciono affatto ai conservatori che, al congresso di Arlington, si sono convinti che sia arrivata l’ora di riprendere il timone della barca.
Bush, ovviamente, cerca voti al centro, e dal centro cerca di amministrare il paese, ma i conservatori duri e puri temono che questo riformismo compassionevole possa fargli perdere consensi a destra. Successe già a Bush padre, ricordano, che nel 1992 fu sconfitto proprio perché non ne tenne conto e aumentò le tasse. Bush lo sa e al congresso ha mandato Richard Cheney.
Ma non c’è solo la destra tradizionale a criticare Bush il compassionevole. I libertari del Cato Institute hanno appena presentato un documento dal titolo "The Republican Spending Explosion" con il quale spiegano, cifre alla mano, quanto siano diventati spendaccioni i repubblicani: "Negli anni fiscali 2001-2004, la spesa è aumentata del 24 per cento, senza contare gli 87 miliardi di dollari supplementari previsti dalla legge per la ricostruzione dell’Iraq". Non ci sono soltanto le spese militari, necessarie per combattere la guerra al terrorismo, dicono i liberisti del Cato: "Bush ha fatto davvero poco per limitare la spesa". Prova ne è quel 31 per cento di incremento della spesa non militare registrato nei primi tre anni dell’Amministrazione Bush.
E’ finita? No, non è finita. Anche sul fronte di sinistra del suo schieramento, Bush comincia a prendere schiaffoni. L’ultimo è quello di Andrew Sullivan, il quale su Time accusa il presidente di voler esportare la libertà nel mondo, e ci riesce, ma di dimenticarsene una volta dentro i confini nazionali. Bush, ha scritto Sullivan, pensa di avere il diritto di dover intervenire in molte decisioni personali, punendone alcune, incoraggiandone altre. Lo Stato baby sitter, che tanto piace alla sinistra, sta crescendo sotto Bush. Spesa pubblica più moralismo della destra religiosa. Idea di sinistra, soldi dei contribuenti, morale di Bush.

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