New York. Un falco trotzkista, un pacifista di sinistra, una professoressa liberal e un neoconservatore. Venerdì la New School University di Manhattan ha organizzato un dibattito sull’Iraq mettendo insieme le quattro anime del dibattito culturale interno alla sinistra liberale: la posizione interventista, quella anti guerra, quella metà e metà e, infine, quella di destra ma con radici a sinistra, rappresentata dai neocon. I protagonisti erano di primo piano: Christopher Hitchens, polemista e paladino dell’idea che l’intervento in Iraq sia di tipo "antifascista"; Mark Danner, pacifista antibushiano del New Yorker; Samantha Power, docente di Diritti umani a Harvard e premio Pulitzer per un libro sui genocidi; e David Frum, ex speech writer di Bush e fresco autore, con Richard Perle, del libro An End to Evil.
"Signore e signori, sorelle e fratelli, compagni ha esordito Hitchens compiacendo l’aula questa è una guerra di liberazione". Un veterano del Vietnam o, quantomeno delle proteste pacifiste dei tempi del Vietnam, gli ha urlato di vergognarsi, ma Hitchens ha spiegato che lottare contro le dittature è la battaglia principale della sinistra: "Contro i fondamentalismi siamo tutti coinvolti, non possiamo restare a guardare". L’iper pacifista Mark Danner, tra gli applausi del pubblico, si è chiesto per quale motivo siamo in Iraq, visto che le armi non ci sono e il genocidio risale al 1988: "Lo scandalo è di fronte ai nostri occhi. Bugie, corruzione, è come il Watergate. Il paese è stato ingannato, l’Iraq non era un pericolo, ora lo è". Hitchens gli ha replicato duramente: "Frivolezze irresponsabili. L’Iraq è stato disarmato soltanto ora, abbattendo Saddam". Era il rais l’arma di distruzione di massa e, in ogni caso, "l’ispettore David Kay ha scoperto che l’Iraq aveva ripreso il programma nucleare e che voleva comprare materiale dalla Nord Corea. Ora quel programma non c’è più". I risultati sono sotto gli occhi, ha detto Hitchens: "La Libia ha deciso di disarmare, e per farlo è andata dagli americani e dagli inglesi, certo non dai francesi. Gli iraniani hanno avviato le trattative sui loro programmi nucleari. Quanto ai genocidi, è vero, sono di parecchi anni fa. Ma ora, grazie all’intervento, i responsabili sono in galera, invece che al potere, e saranno processati. Nel 1988 non siamo intervenuti per ragioni di realpolitik. Ora finalmente abbiamo cacciato Saddam: volete capire che stavolta siamo dalla parte giusta?".
Mark Danner non s’è fatto convincere: "Ecco un’altra bugia: una guerra per punire, 13 anni dopo, un genocidio. E’ ridicolo. La verità è che al Qaida sta vincendo, in Medio Oriente prevalgono il caos, l’antiamericanismo, i morti". Samantha Power, liberal e politicamente corretta, concorda sul fatto che gli Stati Uniti stiano perdendo il dibattito culturale: "Le ragioni umanitarie non sono state usate perché sennò avremmo dovuto invadere l’Arabia Saudita e parlare dei nostri precedenti rapporti con Saddam. Il cambio di regime ha portato buoni risultati con la Libia e l’Arabia Saudita e, certo, gli iracheni ora stanno meglio, nonostante il caos e la poca sicurezza. C’è la libertà, ma da un momento all’altro può sfociare nella guerra civile". Secondo il neocon David Frum, "questa è esattamente la storia di tutti i conflitti". Ma il punto è: "Qual è l’alternativa che propone chi si è opposto al cambio di regime? Ritirare le truppe e far scoppiare la guerra civile? Coinvolgere l’Onu in modo che una volta lì, dio mio, si accorga che ci vuole un esercito e, visto che gli unici ad averlo siamo noi, ci chieda di restare lì cambiando il colore dell’elmetto? Piuttosto c’è da vincere la guerra, negoziare con gli iracheni, aiutarli a darsi una Costituzione, a votare e poi andarcene il prima possibile come facemmo in Francia, quando consentimmo al generale De Gaulle di entrare da liberatore a Parigi. E’ il loro paese, non il nostro". Il giornalista pacifista non la beve: "Fosse vero, faremmo votare subito gli iracheni, come chiedono gli sciiti". "Ecco, appunto ha replicato Hitchens l’Iraq è l’unico paese del Medio Oriente dove oggi si discute di elezioni. E il merito è di Bush. E’ una guerra per la democrazia".
3 Febbraio 2004