Camillo di Christian RoccaFuori Dean, dentro Edwards

New York. John Kerry primo, John Edwards secondo, Howard Dean terzo. Le primarie, cioè il processo di selezione del candidato democratico che il 2 novembre sfiderà George Bush, anche in Wisconsin sono andate come negli altri 16 Stati dove fin qui si è votato: vittoria per il senatore del Massachusets, ottimo risultato per l’ex avvocato della Carolina del Nord, disastro per il girotondino ex governatore del Vermont. In teoria non ci sarebbe la notizia, in pratica è successo un quarantotto.

Dean mette fine alla sua pena e si ritira, i giornali festeggiano Edwards come se avesse vinto, Kerry prova a tenere lo sguardo avanti, dice giustamente che "una vittoria è sempre una vittoria", ma non resiste alla tentazione di guardare indietro per controllare nervosamente l’avversario. Edwards, che è arrivato a soli sei punti da Kerry, facendo registrare un balzo di 20 punti rispetto ai sondaggi, ha sintetizzato il suo "momentum" con questa frase: "Gli elettori del Wisconsin hanno mandato un messaggio chiaro, e il messaggio è questo: le cose che si vedono allo specchio possono essere molto più vicine di quanto appaiano". Lo aveva detto anche nel dibattito tv di domenica a un Kerry che parlava come se avesse già vinto la gara: "Vai troppo veloce, John Kerry".
John Edwards è fatto così, agisce quando gli altri abbassano la guardia. Li prende in contropiede quando meno se lo aspettano. I suoi ex colleghi del foro ricordano come nei processi contro le grandi corporation partisse sempre sconfitto, come il compito sembrasse ogni volta sovrumano. Eppure, alla fine, vinceva sempre lui, il giovane avvocato piacente, e a perdere erano sempre gli altri, quelli dell’establishment, i favoriti, i potenti. Mai sottovalutarlo, dice chi lo conosce bene. Edwards ha una dote, che nessuno in questa corsa alla Casa Bianca riesce a eguagliare: i suoi stump speech, i discorsi dal palco dei comizi, sono perfetti, convincenti, entusiasmanti. Qualunque cosa dica, Edwards la dice benissimo e se Kerry parla alla sala, lui comunica direttamente con gli individui presenti in sala. Martedì sera, gli advisor di Kerry se ne sono accorti. Il loro candidato aveva vinto, ma in diretta tv Edwards stava arringando da vincitore le folle, con quello che è stato definito "il discorso più importante della sua vita". Con un trucchetto, diciamo una scorrettezza, gli uomini di Kerry ne hanno smorzato l’effetto, facendo intervenire subito il loro candidato, prima che Edwards terminasse il suo discorso, in modo che le televisioni gli togliessero la linea per dare la diretta al vero vincitore.

Il populista felice piace ai Reagan democrats
Il ritiro di Dean può essere un guaio per il favorito senatore del Massachusets, le primarie diventerebbero una corsa a due, Kerry contro Edwards, il noioso senatore dell’establishment contro il dotato comiziante del Sud. Fin qui Kerry ha stravinto perché, pur non entusiasmando, è apparso il democratico con più chance di vittoria contro Bush, ma il suo avversario era Howard Dean. La corsa, di fatto, era tra un candidato che scaldava i cuori ma che avrebbe fatto scappare i moderati e un classico e già collaudato senatore della East Coast. Dean ha spaventato, Kerry ha rassicurato. Con Dean fuori dalla gara, diventa Kerry il più radicale ed Edwards il più moderato. In Wisconsin, dove potevano votare anche gli indipendenti e i repubblicani, è stato un trionfo per Edwards, è lui il candidato che sottrae più voti al fronte avversario. Bill Kristol, direttore del Weekly Standard, sostiene che a Bush faccia più paura Edwards, perché contro il classico liberal del Massachusets, per quanto forte sia, la Casa Bianca sa come condurre una campagna. Edwards, invece, è un’incognita. E’ un populista felice, non entra nel merito delle cose, ma trasmette un messaggio positivo, fa sognare, parla di due Americhe, quella dei privilegiati e quella di tutti gli altri, è lui il vero kennedyano. Quasi non parla di Iraq, e perlomeno tra i democratici sembra funzionare. Solo il 17 per cento degli elettori del Wisconsin crede che la priorità sia la guerra. Conta il lavoro. Edwards parla solo di quello e sfida Kerry che votò il trattato Nafta, che è considerato la causa di tutti i mali. Sembra che possa ripetere il miracolo che riuscì a Ronald Reagan, arruolare la working class disillusa dalla crisi, i Reagan democrats. Vedremo martedì 2 marzo, quando si voterà nei grandi Stati e nelle aree urbane, Edwards sa che la chiave "is still the economy, stupid".

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