Camillo di Christian RoccaKerry straripa

New York. John Kerry ha vinto, straripando, altre due primarie, al Sud questa volta, Virginia e Tennessee, nel cortile di casa di John Edwards, secondo, e di Wesley Clark, terzo. Gli elettori democratici continuano a non filarsi Howard Dean, il candidato beniamino della stampa radical chic, l’uomo che sposta sempre più in là il suo obiettivo (vedi articolo a pagina tre). Il generale Clark si è ritirato, il fiasco della sua campagna è secondo solo al disastro di Dean. Restano Kerry, Edwards e, ancora, Dean, oltre ai mai domi candidati dell’1 per cento, il reverendo Al Sharpton e l’antagonista deputato dell’Ohio, Dennis Kucinich.
Kerry ha vinto in 12 Stati su 15, al Nord, al Sud, a Est, nel Midwest, ovunque. E’ l’unico candidato nazionale insieme a Dean, il quale però arriva quasi sempre in fondo. La corsa è finita, dicono tutti gli analisti, Kerry sfiderà George W. Bush il 2 di novembre. Il presidente del Comitato nazionale del partito democratico, Terry McAuliffe, disinvolto stratega degli anni d’oro clintoniani, ha disegnato il calendario delle primarie proprio per ottenere questo risultato: un candidato forte e il più presto possibile.
Se i giochi sono fatti, perché Edwards e Dean continuano la corsa? Intanto sperano in un passo falso di Kerry, eventualità davvero remota, data l’esperienza del senatore del Massachusetts. Edwards, fin qui, ha giocato tutto sul fattore Sud, lui è del Sud e senza un paio di Stati del Sud i democratici non entrano alla Casa Bianca. Ma il Sud, con l’eccezione della Carolina, gli ha preferito Kerry. Dicono che in ballo ci sia la vicepresidenza, e gli analisti notano che Edwards ha criticato Kerry in una sola occasione.
Glielo chiedono tutti, e a tutti Edwards risponde di no, che non gli interessa. Eppure per i giornali americani è quasi certo, nonostante nelle campagne precedenti non abbiano indovinato né Cheney vice di Bush né Gore vice di Clinton. Edwards, peraltro, dovrebbe dimettersi da senatore se vorrà accettare la sfida, e chissà se avrà voglia. Intanto trae vantaggio dall’uscita di scena di Clark, e spera di ottenere più visibilità, spessore politico e, magari, l’investitura per tenere il discorso di apertura della Convention di Boston di fine luglio. Che non è cosa da poco. In America si parla ancora dei discorsi inaugurali di Reagan nel 1964 per Barry Goldwater e di Clinton nel 1988 per Mike Dukakis. Goldwater e Dukakis persero in modo disastroso, Reagan e Clinton diventarono due grandi presidenti.

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