Camillo di Christian RoccaMosse dei democratici per lasciare l'Iraq (e perdere il Senato)

Milano. Dopo i primi due tentativi andati a male, la leadership democratica al Senato di Washington sta tentando un’altra manovra parlamentare per fermare la nuova strategia Bush per Baghdad, sempre evitando di tagliare i fondi alle truppe impegnate nei teatri di battaglia. Questa volta, però, rischia seriamente di agevolare il passaggio del senatore Joe Lieberman al gruppo repubblicano, perdendo la maggioranza al Senato. Il piano dei senatori democratici sarà presentato, e poi messo al voto, la settimana prossima. I due capigruppo delle Commissioni Esteri e Difesa, Joe Biden e Carl Levin, hanno già preparato una bozza di risoluzione coordinata con il leader Harry Reid. La via maestra per porre fine alla guerra è sempre quella del blocco dei soldi necessari a condurla. I gruppi pacifisti chiedono di percorrere questa strada, ma i leader democratici sanno che far mancare il sostegno del Congresso alle truppe metterebbe in imbarazzo i candidati alla Casa Bianca e a rischio l’esito delle elezioni del 2008.
Alla Camera, dove i democratici hanno una maggioranza più ampia, la speaker Nancy Pelosi ha scelto di seguire la linea ideata dal deputato John Murtha: si tratta di uno stratagemma legislativo che “taglia i fondi, ma per proteggere meglio le truppe”. Murtha vuole vincolare i soldi alla fornitura di precisi equipaggiamenti, di particolari addestramenti e di obbligatori periodi di riposo dopo un turno di servizio, tutte condizioni che il Pentagono oggi non è in grado di garantire e che gli impedirebbero di inviare il numero di soldati richiesto dal generale David Petraeus. I leader repubblicani sostengono che la mossa di Murtha non abbia i numeri nemmeno alla Camera. Certamente non ha la maggioranza qualificata che impedirebbe a Bush di esercitare il diritto di veto. In ogni caso sono gli stessi democratici del Senato a pensare che sia controproducente. Dopo aver fallito due volte il tentativo di approvare una risoluzione non vincolante contraria al piano Bush, i leader democratici al Senato puntano a modificare la risoluzione del 2002 che ha autorizzato la Casa Bianca, anche con i loro voti, a usare la forza militare per rimuovere il dittatore Saddam Hussein. I democratici sostengono che quella risoluzione sia ormai datata, quasi scaduta, visto che Saddam non c’è più e le armi di sterminio non sono state trovate. L’idea è di riscriverla, imponendo il rientro delle truppe combattenti per il marzo 2008, come suggerito dalla Commissione Baker, restringendo l’impegno militare all’addestramento, al supporto logistico, alle operazioni di anti terrorismo e al controllo delle frontiere con l’Iran e la Siria. Ancora una volta sarà difficile per i democratici mantenere tutti i propri voti (52) e convincere almeno otto senatori repubblicani. L’ultima volta – su una risoluzione non vincolante, quindi senza alcuna conseguenza reale – i repubblicani anti Bush sono stati sette. I democratici, poi, hanno un senatore ancora in ospedale per un’operazione al cervello e non potranno contare su Joe Lieberman, il quale ieri ha detto a The Politico e a Time che esiste una remota possibilità che possa lasciare il gruppo democratico per iscriversi al caucus repubblicano e che questa possibilità diventa sempre più concreta ogni volta che i leader democratici scrivono una risoluzione sull’Iraq.
Il cambiamento della risoluzione che ha autorizzato l’uso della forza, mentre la guerra è ancora in corso, non ha precedenti nella storia politica americana, tanto che – a parte la mancanza dei voti e il certo veto di Bush – i repubblicani si preparano a contrastarla anche costituzionalmente. Al di là delle tattiche parlamentari e delle manovre di Lieberman per consolidare il suo ruolo di senatore più decisivo di Washington, sono evidenti le difficoltà dei leader democratici al Congresso. Pelosi e Reid sono sotto costante pressione dei gruppi pacifisti e della base elettorale, ma non possono compromettere le chance presidenziali dei candidati alla Casa Bianca, costringendoli a votare su provvedimenti di sfiducia ai vertici militari che, per la gioia degli strateghi repubblicani, potrebbero rappresentare la loro condanna in campagna elettorale.
L’editorialista del Washington Post, Charles Krauthammer, ha commentato così i sotterfugi democratici per uscire dall’impasse: “Dissanguare lentamente le nostre forze non finanziando le cose che i nostri comandanti pensano siano necessarie per vincere (l’approccio Murtha) o riscrivere l’autorizzazione a usare la forza in modo che siano gli avvocati a decidere quali operazioni potranno essere effettuate (approccio del Senato) non è il modo di combattere una guerra. Non è nemmeno il modo di porre fine a una guerra. E’ un modo di complicarla, di renderla invincibile e di imboscarsi per non prendersene la responsabilità politica”.

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