Camillo di Christian RoccaPer lo storico Gaddis Bush è come Adams e Roosevelt

New York. John Lewis Gaddis è il più grande storico americano della Guerra fredda, non un pericoloso reazionario della destra bushiana, piuttosto fa parte dell’establishment accademico della East Coast liberal e occupa la cattedra di professore di storia militare all’università di Yale. Il Boston Globe ha annunciato che a marzo uscirà un suo libriccino dai contenuti shock: nella storia americana si contano soltanto tre statisti che sono stati anche portatori di grandi strategie: John Quincy Adams, Franklin Delano Roosevelt e George W. Bush.

Tutti i presidenti, scrive Gaddis in "Surprise, Security, and the American Experience" (Harvard), hanno una politica estera. Ma solo pochi hanno in mente una grande strategia che riesce a delineare la missione di una nazione, fissare le priorità e ispirare le azioni politiche conseguenti. A chi accusa George W. Bush di essere un peso leggero, lo storico di Yale spiega che la conoscenza specialistica che entusiasma tanto gli intellettuali non è necessaria in un presidente: Bush è un generalista che preferisce la visione complessiva al particolare.
Gaddis sostiene che la dottrina Bush sia molto più seria e sofisticata di come viene descritta dai suoi critici e, peraltro, non è neanche una grande novità. Tre dei suoi punti chiave, cioè la guerra preventiva, l’unilateralismo e l’egemonia americana, risalgono all’inizio del diciannovesimo secolo, ai tempi di John Quincy Adams, il segretario di Stato del presidente James Monroe.
Abbiamo già vissuto una situazione come quella dell’11 settembre, dice Gaddis, e abbiamo sempre reagito "aumentando la nostra sicurezza". E’ cominciato tutto nel 1814, quando i britannici attaccarono Washington e bruciarono la Casa Bianca e il Congresso. Questo 11 settembre dell’Ottocento, scrive Gaddis, convinse Adams che per garantire la sicurezza interna fosse necessaria una strategia di unilateralismo e di azioni preventive in tutto il continente nordamericano, perché fino a quando i governi degli Stati confinanti fossero stati deboli o teleguidati dalle potenze europee, il suolo americano avrebbe corso seri pericoli. Ecco perché l’America acquisì sicurezza attraverso quell’espansione territoriale che Gaddis definisce "preventiva".

Clinton? "E’ stato superficiale"
Soltanto nel 1941, con l’altro 11 settembre, cioè con l’attacco giapponese a Pearl Harbor, l’idea della sicurezza "nordamericana" si è mostrata superata. Franklin Delano Roosevelt elaborò la politica della cooperazione internazionale per sconfiggere i regimi autoritari, strategia che è durata fino alla fine della Guerra fredda. L’Organizzazione delle nazioni unite fu progettata perché le quattro grandi potenze, Stati Uniti, Unione sovietica, Gran Bretagna e Cina, fungessero da poliziotti per mantenere la pace del mondo. Il crollo dell’impero sovietico ha lasciato l’America senza più una grande strategia. Bush padre parlava di nuovo ordine mondiale, ma non riuscì a elaborare niente di nuovo, mentre Bill Clinton credeva che la globalizzazione e la democratizzazione fossero ormai processi irreversibili e quindi non ci fosse più bisogno di alcuna grande visione. "E’ stato superficiale ­ ha detto Gaddis ­ penso che si siano tutti addormentati di fronte a questo cambiamento".
L’11 settembre, spiega John Lewis Gaddis, ha reso evidente che il modello del 1945 era superato. L’America tornerà a essere sicura soltanto liberando il Medio Oriente e prevenendo che terroristi e dittature acquisiscano armi nucleari. E’ questa la grande strategia del presidente Bush e la nuova missione degli Stati Uniti d’America.

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