Camillo di Christian RoccaPerché l'ammaccato Dean è ancora convinto di poter vincere

New York. I democratici si chiedono che intenzioni abbia il dottor Howard Dean, l’ex governatore del Vermont che nel giro di una settimana, e di due sconfitte in Iowa e New Hampshire, ha perso la qualifica di candidato più probabile per sfidare George Bush il prossimo 2 novembre. Tutti i sondaggi dicono che sia spacciato, che abbia perso il momentum, lo slancio, l’inerzia vincente dei mesi scorsi. Sono finiti anche i soldi, ha speso 32 milioni di dollari, e ha sostituito il capo della sua campagna elettorale. Dean non si ritira, anzi è certo di vincere la nomination alla convention di Boston di fine luglio. Nelle trasmissioni televisive del weekend ha spiegato che vincere nei sette Stati in cui si vota domani non è affatto decisivo. Intanto perché già sabato c’è un’altra doppia chance (in Michigan e nello Stato di Washington) e poi il giorno dopo nel Maine, dove il dottore ha concentrato gli spot elettorali. Ma in realtà perché la sfida di Dean è sui delegati, su chi alla convention di Boston sceglierà materialmente il candidato anti Bush. Nonostante le due sconfitte, infatti, Dean è in testa nel numero di delegati. I motivi sono due. Nelle primarie non vale il principio maggioritario del "vincitore-prende-tutto". Al contrario, il numero dei delegati viene distribuito proporzionalmente tra i candidati che ottengono le migliori percentuali di voto. Al momento Kerry ha 33 delegati, Edwards 18, Dean 16. Ne servono 2.161 per vincere, ma non sono tutti assegnati con le primarie: 640 voti sono affidati ad altrettanti superdelegati, cioè ai leader di partito e ai parlamentari. Solitamente finiscono per votare il candidato che ha vinto le primarie, ma una buona metà ha già scelto il candidato su cui puntare. Centoventi stanno con Dean, ottantasette con Kerry, quarantatré con Clark e trentasei con Edwards. Dean, così, è in vantaggio con 136 delegati, seguito da Kerry con 120.
La strategia dell’ex governatore di contare su ogni singolo delegato, tra i democratici ha fatto circolare l’ipotesi, e il terrore, che Dean voglia sfidare il suo partito. E, magari, qualora la nomination andasse a un altro, presentarsi contro Bush da indipendente. I deaniacs, i fan di Dean reclutati su Internet e nei campus universitari, sono un movimento anti sistema, fuori dall’establishment, non disponibile a compromettersi con le lobby washingtoniane. C’è il rischio, dunque, che non vadano a votare se il candidato sarà un patrizio liberal del Massachusetts come John Kerry. Successe già nel 1968, quando i pacifisti si disinteressarono alla politica appena il loro candidato, Eugene McCarthy, perse la nomination democratica di Chicago a favore di Hubert Humphrey, il quale poi fu sconfitto dal repubblicano Richard Nixon.
Il New York Times è sceso in campo e li ha invitati a non mollare la presa. Il presidente del comitato nazionale dei Democratici, Terry McAuliffe, è certo che Dean non farà colpi di testa: "Dean è un Democratico al cento per cento. Siamo uniti dalla volontà di sconfiggere Bush". Dean ha confermato che non andrà alla Convention per rompere le scatole, anche perché tenta, disperatamente, di romperle ora che ha ancora qualche possibilità. Così da quando, domenica, si è scoperto che Kerry è il senatore che negli ultimi 15 anni ha ricevuto più finanziamenti dai lobbysti, il girotondino Dean non perde occasione di accusare Kerry di essere un "repubblicano". Come Bush, insomma. "Corrotto? No, Kerry non è corrotto ­ ha detto Dean in tv ­ ma ha ingannato gli elettori dell’Iowa e del New Hampshire. E’ colpevole di dire una cosa e di farne un’altra".

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