Camillo di Christian RoccaCambierà la politica estera americana se Kerry fosse eletto presidente?

New York. La politica estera del presidente John Kerry sarà così diversa da quella di George W. Bush? Il Foglio ha rivolto questa domanda a otto analisti americani indipendenti, studiosi di affari internazionali ed esperti di Medio Oriente, e ha letto il documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale preparato dal Democratic Leadership Council, l’ala clintoniana del partito, che invoca "l’avanzamento della democrazia all’estero come strumento per rendere più sicura l’America; la prevenzione dell’acquisizione, non soltanto dell’uso, di armi di distruzione di massa da parte di terroristi e regimi pericolosi; l’aumento della difesa nazionale ("non è tempo per tagliare il bilancio del Pentagono") e la restaurazione delle alleanze internazionali e della leadership economica globale degli Stati Uniti". Un programma del genere (sul quale torneremo nei prossimi giorni) non sembra radicalmente diverso dalla strategia bushiana.

Ora il senatore Kerry, il quale ha votato sia per la guerra in Iraq sia per il Patriot Act, si sta muovendo su questa scia, come aveva previsto Richard Perle, e ha iniziato a criticare Bush per aver fatto troppo poco nella lotta al terrorismo. Finché doveva convincere i democratici di essere il candidato migliore per sconfiggere Bush, Kerry ha schiacciato l’occhio alle tesi non interventiste. Ma adesso che ha ottenuto la candidatura deve convincere gli americani, per cui ha spiegato che "se in gioco c’è la nostra sicurezza" non aspetterà "la luce verde dall’estero per intervenire" e che, se necessario, non esiterà "a ordinare azioni militari dirette". Su Haiti, per esempio, ha detto che avrebbe mandato truppe "immediatamente", "anche senza l’appoggio internazionale" e "unilateralmente".
Walter Russel Mead, principale storico americano della politica estera del suo paese e autore del libro "Il serpente e la colomba" (Garzanti), spiega: "Con Kerry alla Casa Bianca non credo ci saranno tutti i cambiamenti che la gente si aspetta. Il Senato, chiunque vinca le elezioni, continuerà a non ratificare né il protocollo di Kyoto né la Corte penale internazionale. Nessun presidente americano ha mai accettato l’idea che l’autorizzazione delle Nazioni Unite fosse necessaria per l’autodifesa, e Kerry non sarà certo il primo a farlo". Mead sostiene che anche con Kerry sia "difficile un miglioramento delle relazioni con la Francia, a meno che non ci sia un cambiamento di approccio a Parigi", non a Washington. Secondo Mead, così come per gli altri analisti interpellati dal Foglio, è più che altro "una questione di stile". Il candidato democratico, sostiene Mead, "dovrà convincere gli elettori dubbiosi che non è un liberal pappamolla sulla difesa. Vedrete che sui temi di politica estera si sposterà al centro". Successe già ai tempi di Bill Clinton, quando dopo la vittoria dei repubblicani di Newt Gingrich, il presidente gli sottrasse l’agenda di politica interna: "Ruberanno i vestiti ai repubblicani e si candideranno come il partito più capace a difendere gli americani dai nemici. Mi aspetto che Kerry sceglierà i suoi consiglieri dall’ala falca del suo partito, uno sarà Richard Holbrooke".

"Soltanto differenze tattiche"
David Phillips, del Center for Preventive Action, sostiene che "non ci saranno grandi differenze tra la presidenza Kerry e l’attuale di fronte al pericolo terrorista". Phillips, che ha lavorato con l’opposizione irachena e si occupa di prevenzione dei conflitti nei Balcani e nel Caucaso, è certo che "Kerry non rinuncerà in alcun modo al diritto di difendersi in modo robusto e con qualsiasi mezzo". Se Kerry fosse presidente "ci sarebbero soltanto differenze tattiche, avrebbe un approccio più multilaterale e più rispettoso della legge internazionale, senza che questo chiuda la porta a interventi unilaterali. Kerry andrebbe più a fondo per capire la radice dei problemi, le cause del risentimento e dell’antiamericanismo nel mondo arabo. Andrebbe a parlare con la gente che vuole liberare prima di intervenire, quello che Bush in Iraq non ha fatto".
Steven Cook, del Council on Foreign Relations, dice che "stando a quanto ha detto nel corso delle primarie, Kerry cercherà di riallacciare i rapporti con i nostri tradizionali alleati europei e con i paesi arabi". Secondo Cook, "Kerry crede nel ruolo e nella leadersphip mondiale dell’America, ma pensa che questa dipenda molto dalle buone relazioni. C’è però da notare una differenza tra quanto ha detto fin qui e i suoi ultimi discorsi. Sul Medio Oriente, per esempio, Kerry ora sostiene le politiche del governo israeliano e chiede riforme dentro l’Autorità palestinese, se vuole essere considerata un vero partner nel processo di pace. Chiede anche più impegno in Iraq, quindi se si scava in fondo, grandi differenze con Bush non ce ne sono, fatta eccezione per un diverso stile diplomatico, simile a quello di Clinton". Kerry, dice Cook, "non avrebbe condotto la crisi irachena in quel modo, ma gli obiettivi sono gli stessi di quelli di Bush, Kerry avrebbe un approccio più soft, più diplomatico. Questo non vuol dire che escluda di agire unilateralmente, tutt’altro, però la sua priorità è quella di lavorare con gli alleati, cercare una risposta comune. Ma se costoro non ci stessero, l’America di Kerry agirebbe da sola, in modo unilaterale".
Joseph Siegle, esperto di democrazia, sviluppo e ricostruzione postbellica, sostiene invece che ci saranno grandi novità sia nello stile sia nella sostanza: "Credo che l’Amministrazione Kerry sarà molto più multilaterale, non solo perché i democratici credono che questo approccio sia più efficace ma anche perché sono più interessati alle idee, alle preferenze e alle preoccupazioni degli alleati. La politica del ‘o con noi o contro di noi’ scomparirà, così come ci sarà meno enfasi sugli aspetti militari della guerra al terrorismo, più rispetto della legge internazionale e più impegno nel nation building".
Secondo Siegle, "i repubblicani agiscono unilateralmente quando è possibile, e multilateralmente solo se necessario. I democratici, invece, preferiscono agire attraverso i meccanismi multilaterali, e unilateralmente solo quando bisogna proprio farlo". Questo vuol dire che "Kerry si tiene aperta la porta a una risposta unilaterale, perché l’11 settembre ha cambiato il tipo di minacce che l’America deve affrontare. Nel caso di terroristi che vogliano mettere le mani su armi di distruzione di massa, i costi dell’attesa potrebbero essere catastrofici, per cui se c’è una minaccia imminente, e la comunità internazionale non si mobilita in tempo, l’America di Kerry agirà da sola". Judith Kipper, direttrice del Middle East Forum, crede invece che con Kerry alla Casa Bianca la politica cambierà perché "saranno rafforzati i rapporti con gli alleati, con l’Europa e con le istituzioni internazionali, ci sarà un approccio multilaterale e la forza militare tornerebbe a essere l’ultimo strumento di politica estera".

"Sarebbe più duro con i sauditi e con Arafat"
Edward Luttwak, del Center for Strategic & International Studies di Washington, non ci crede: "Chi in Europa si aspetta rose e fiori e buoni sentimenti dall’Amministrazione Kerry resterà molto deluso. Con l’Amministrazione Bush è partito un trend, una tendenza, da cui è difficile sganciarsi, non solo per Kerry. Francesi e canadesi sono stati i più critici dell’approccio unilaterale americano in Iraq, ora invece sono pateticamente i primi sostenitori di un intervento unilaterale a Haiti. L’Amministrazione Kerry non cambierà direzione, sarebbe assurdo, è condannata alla continuità, le differenze con Bush saranno minime. Kerry è un politico troppo preparato per indugiare nella cretinata delle armi che non si trovano, anche perché un rimedio all’errore ci sarebbe: Saddam è vivo e in custodia americana, basterebbe liberarlo e rimetterlo al potere per rimediare, no?". Luttwak crede che una vera differenza tra i due ci sarebbe stata due anni fa, perché i democratici probabilmente non avrebbero fatto la guerra, nonostante Kerry l’abbia votata: "Ora c’è da finire il lavoro, e su questo punto i democratici saranno più duri di Bush. Sbatteranno la porta in faccia ai sauditi molto più di quanto abbiano fatto i repubblicani. Lo stesso con Arafat. Bush non lo considera un partner nei negoziati ma i democratici lo odiano visto che ha fatto fallire la pace di Clinton". Per Luttwak, anche sul fronte interno della lotta al terrorismo, l’Amministrazione Kerry sarà tosta: "Investirà molto di più nel ministero della Homeland security, un progetto che Bush ha sottratto ai democratici, anche perché crea molto lavoro".
Rachel Bronson, direttrice dei Middle East Studies al Council on Foreign Relations, ricorda come tutti i presidenti americani si riservino il diritto di agire unilateralmente, il punto è quanto si impegnino per evitarlo: "Kerry è più portato a vedere il terrorismo come una tattica, piuttosto che come un nemico. Molti consiglieri di Bush, invece, credono che i problemi del mondo nascano dal fatto che l’America viene percepita come un paese debole. Sostengono che se ci mostrassimo forti, gli altri paesi ci seguirebbero molto più facilmente. I democratici non credono a questa tesi, pensano che la Guerra fredda sia stata vinta, che spendiamo per la difesa più di tutti gli altri paesi messi insieme, e che la nostra economia sia forte". Rachel Bronson crede che "la squadra di Kerry avrà molta più pazienza nel cercare di costruire un consenso internazionale su molte questioni", ma reputa davvero difficile fare oggi delle previsioni: "Vedremo nei prossimi otto mesi se e quanto Kerry sarà diverso da Bush". Anche Richard W. Murphy, del Council on Foreign Relations, aspetta la campagna elettorale prima di pronunciarsi, "ma già questo fa capire quanto sia difficile rispondere con certezza su quali siano le idee di Kerry". Murphy riconosce che gli ultimi discorsi lo facciano "assomigliare a Bush", ma non crede che sia così: "Entrambi, però, sono ostaggi degli imprevedibili sviluppi in Iraq e della situazione economica".

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