Camillo di Christian RoccaI Vulcans di Bush

I sei uomini che nel secondo Dopoguerra portarono l’America fuori dall’isolazionismo furono chiamati i "Wise men". Gli "uomini saggi" erano gli architetti della dottrina Truman, del Piano Marshall, della Guerra fredda e passarono alla storia per aver cambiato la politica estera americana fino a farle assumere le responsabilità di potenza globale. Negli anni Sessanta i "Wise men" furono sostituiti dai "Best and brightest", i migliori e i geniali, il gruppo di accademici che si riunì intorno al presidente John Kennedy, che riscoprì l’idealismo democratico, che combattè il comunismo e intervenne nella guerra civile vietnamita per frenare l’avanzata del totalitarismo rosso.
Ora, regnante George Bush, i nuovi uomini saggi, i nuovi migliori e geniali si fanno chiamare Vulcans, da Vulcano, il Dio del fuoco e fabbro degli dei, la cui statua alta venti metri domina la vista su Birmingham, Alabama, sede di industrie dell’acciaio e città natale di Condoleezza Rice. Gli altri del gabinetto di guerra e di politica estera di Bush, scelto prima della sua elezione, sono Dick Cheney, Donald Rumsfeld, in qualità di membri anziani, e poi Paul Wolfowitz, Richard Perle, Colin Powell e Richard Armitage. Le loro storie e i loro rapporti politici trentennali sono al centro di uno straordinario libro appena pubblicato in America, The rise of the Vulcans, scritto da James Mann, autore e giornalista di grido.
Il gruppo cominciò a riunirsi nel 1999, all’inizio della campagna elettorale di Bush junior, un candidato che non aveva idea di chi fosse il presidente del Pakistan né che esistessero i talebani. Bush però ebbe l’idea di scegliere i migliori esperti di affari esteri a disposizione del partito repubblicano, neocon, realisti e conservatori, amici e nemici di suo padre. Il nome del gruppo, Vulcans, all’inizio era uno scherzo, poi uscì sui giornali e, in effetti, rende perfettamente l’immagine della politica estera di Bush: forte, potente, coraggiosa, arrogante. Si deve a loro, ai Vulcans, la nuova dottrina post 11 settembre, ma il libro di Mann spiega come quelle idee vengano da lontano e siano state perseguite, e in alcuni casi realizzate, già parecchi anni fa. Cheney, per esempio, uno che sembra più a destra di Gengis Khan, nel 1975 fu l’unico dell’Amministrazione Ford a dissociarsi dalla decisione di non ricevere Aleksandr Solzhenitsyn presa da Kissinger per non far irritare i sovietici. Wolfowitz e Perle da sempre invocano la democratizzazione del Medio Oriente, la colomba Powell è uno sponsor della potenza militare americana.
I Vulcans, complice l’attacco all’America, hanno messo fine al contenimento e alla deterrenza che avevano guidato l’America nella Guerra fredda. Ma già molto prima dell’11 settembre, Cheney, Rumsfeld, Powell, Perle e Wolfowitz, hanno sostenuto la tesi secondo cui solo la straripante superiorità militare americana avrebbe potuto consentire all’America di non scendere a compromessi con altre nazioni. Le origini intellettuali di questa idea risalgono agli anni di Ford e Reagan, come risposta alla sconfitta in Vietnam e alla successiva politica di distensione nei confronti dei sovietici. Il campione di quella tesi era Henry Kissinger, il quale si convinse che la debacle in Indocina fosse il segnale inequivocabile del declino americano e della superiorità di Mosca.

Così nacque la dinastia
I Wise men arrivarono al potere dal mondo del business, la loro casa spirituale era Wall Street, mentre i Best and Brightest provenivano dal mondo accademico, da Harvard, dal liberal Massachusetts. I Vulcans, spiega Mann, sono la generazione militare, la loro casa è il Pentagono. Due di loro, Cheney e Rumsfeld, sono stati segretari della Difesa. Powell è stato capo di Stato maggiore, Armitage è stato vicesegretario alla Difesa, così come Perle, mentre Wolfowitz ha elaborato strategie per il Pentagono sotto diverse Amministrazioni. Il libro svela come fin dal 1977, con Carter presidente, Wolfowitz abbia suggerito azioni contro l’Iraq perché prima o poi Saddam avrebbe "invaso il Kuwait" e minacciato il Medio Oriente.
Mann racconta come si arrivò quasi per caso alla "moralità in politica estera" di Reagan. Dopo aver vinto le primarie con questo slogan, Reagan temette di perdere le elezioni a causa del suo radicalismo. Così tentò di recuperare i kissingeriani e cercò di convincere l’ex presidente Gerald Ford a fargli da vice. Sarebbe stato un dream team, una squadra invincibile. L’accordo affidava la politica estera a Ford e, dunque, a Kissinger. Ford avrebbe avuto potere di veto, sarebbe stato una specie di copresidente. All’ultimo minuto, erano le 11 di sera, la trattativa fallì e fu necessario trovare di corsa un sostituto da annunciare l’indomani alla convention di Detroit. L’unico numero di telefono a disposizione a quell’ora fu quello di George Bush e, con grande dispiacere del candidabile Rumsfeld, in quel preciso istante nacque la dinastia politica dei Bush e la politica estera che sconfisse l’Impero del Male, parte I.

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