Camillo di Christian RoccaProdurre pensiero, due giorni tra i think tank americani

Washington. La superiorità del modello politico americano è visibile a occhio nudo passeggiando su Massachusetts avenue, uno dei vialoni della capitale federale, a Nord della Casa Bianca. Al numero 1000 c’è una grande palazzina moderna, in vetro e acciaio, che è sede del Cato Institute, uno dei centri studi più importanti d’America. Poco più in là, uno di seguito all’altro, ci sono gli edifici che ospitano la Brookings Institution, il principale pensatoio liberal, la Carnegie Endowment for International Peace e il Council on Foreign Relations. In questi istituti, così come in molti altri, tra cui l’American Enterprise, l’Heritage Foundation e il Center for Strategic International Studies, si studiano i problemi, si confrontano le opzioni e si cercano le soluzioni alle crisi attuali e future. Le strategie sono elaborate per tempo, le tendenze anticipate, i flussi analizzati, i riflussi previsti. In due parole: si produce pensiero.
E’ necessario entrare dentro questi edifici per rendersene conto. Ciascuna di queste palazzine è dotata di decine di stanzette che ospitano studiosi, analisti ed esperti stipendiati per pensare, analizzare, riflettere e poi scrivere rapporti, relazioni, progetti, libri e quant’altro su qualsiasi argomento di interesse sociale, politico ed economico. I think tank sono università senza l’insegnamento, luoghi di sapere dove gli studenti sono l’establishment, il governo, la politica, il mondo degli affari, le aziende, l’opinione pubblica. Sono il cuore del sistema politico e amministrativo americano, dove nascono le strategie pubbliche e si studiano le policies che i governi applicano.
Il sistema di governo americano non è elefantiaco, i principali funzionari federali a ogni cambio di presidente lasciano l’Amministrazione per il settore privato oppure per uno di questi centri studi che servono da palestra per la formazione di idee e di personale per l’eventuale ricambio a fine mandato. L’American Enterprise Institute, per esempio, aveva fornito pochi funzionari a Bill Clinton, a differenza della Brookings. Otto anni dopo, invece, ne ha prestati una ventina all’Amministrazione Bush.
Il business del pensiero è finanziato esentasse da privati, da donazioni, da società ed è frequentato dalle migliori intelligenze d’America, sia nelle vesti di studiosi sia in quelle di fruitori della merce intellettuale prodotta. Lunedì, al Council on Foreign Relations, è stato presentato il rapporto della Task force indipendente sull’Iraq, un organismo formato da esperti, analisti e diplomatici cui il Council, che pubblica la rivista Foreign Affairs, aveva delegato il compito di fare una ricognizione della situazione post bellica a un anno dalla liberazione di Baghdad. Il documento di cinquanta pagine conteneva un’analisi dettagliata della situazione politica, economica, petrolifera, industriale e di sicurezza in Iraq, accompagnata dalle raccomandazioni all’Amministrazione (e a John Kerry) su che cosa fare e che cosa non fare per costruire un paese libero. Incontri di questo tipo ce ne sono decine ogni giorno, e vi partecipano giornalisti (rari gli italiani di Washington) e altri analisti, businessman, diplomatici, politici. I toni non sono mai partigiani, tanto che lunedì sera, a New York, l’intervento al Council della deputata democratica della California, Jane Harman, capogruppo della commissione parlamentare sull’Intelligence, era difficile da catalogare in un fronte o nell’altro. Anzi, non conoscendola, ho dovuto aspettare la fine dell’incontro per scoprire che quella parlamentare, che spiegava quanto fosse stupida l’idea della manipolazione dei servizi e che sottolineava gli errori di valutazione dell’Amministrazione Clinton, fosse una liberal della California, cioè dello Stato più di sinistra d’America. In sala c’era George Soros, il più tosto del fronte anti Bush, ma anche lui era lì per capire, per informarsi, per fare domande, non per un comizio.
La stessa cosa è capitata martedì mattina a Daniele Capezzone, il quale è stato invitato dall’American Enterprise di Washington per spiegare il progetto radicale di un’Organizzazione mondiale della democrazia. L’ospite era Michael Ledeen, ma Capezzone ha avuto l’opportunità di confrontarsi con l’ex viceministro degli Esteri polacco, Radek Sikorski, dissidente politico, inviato di guerra e oggi direttore esecutivo della New Atlantic Initiative, il quale gli ha fatto delle osservazioni e gli ha dato dei suggerimenti. Tra il pubblico non c’erano amici e parenti, ma esponenti della Banca mondiale, della National Endowment for Democracy, della Community of democracy, diplomatici, rappresentanti della Nato, di partiti democratici mediorientali in esilio, che si sono presi la briga di andare a sentire di persona l’ultima idea arrivata dall’Europa (anche se, in realtà, l’idea è nata in America, dentro l’Amministrazione Clinton). C’era anche l’ex ambasciatore americano in Ungheria, Mark Palmer, autore del libro "Breaking the Real Axis of Evil: How to Oust the World’s Last Dictators by 2025", uno dei più tenaci sostenitori della causa democratica nel mondo. Era particolarmente felice di scoprire che in Italia ci fosse qualcuno con un progetto simile al suo.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter