Camillo di Christian RoccaUn simpatizzante dei neocon sale al trono culturale del santuario liberal d'America, la Book Review del NYT

New York. Uno dei santuari intellettuali della sinistra liberal, la Book Review del New York Times, sarà diretto da un giornalista sospettato di essere vicino ai neoconservatori. Non è un evento da niente, è una specie di piccola rivoluzione culturale nel mondo editoriale americano, tanto che il New York Observer, altro giornale liberal newyorchese, da due settimane mette il caso in prima pagina. Sam Tanenhaus comincerà il primo aprile, ma non è uno scherzo, guiderà davvero l’inserto domenicale del Times, quelle poche pagine che ogni settimana decidono il destino dei libri pubblicati in America e poi nel resto del mondo.

Tanenhaus, 48 anni, è un saggista e scrittore che negli ultimi anni ha seguito per Vanity Fair i neocon e la loro influenza nell’Amministrazione Bush. Ma è noto per essere stato il biografo di Whittaker Chambers, un apocalittico giornalista e intellettuale comunista diventato infine uno dei più seri anticomunisti d’America. Quando Tanenhaus ha ricevuto la chiamata dal New York Times stava lavorando alla biografia di William F. Buckley, uno dei principali intellettuali della destra americana, nonché fondatore della National Review. Questo non vuol dire che lui si identifichi al cento per cento con le idee dei soggetti che ritrae: "Sono molto moderato per natura ­ ha detto a Rachel Donadio dell’Observer ­ ma mi interessano le persone che hanno idee estreme".
Il direttore del New York Times, Bill Keller, ha comunicato la nomina di Tanenhaus il 10 marzo, con una mail ai redattori: arriva Sam Tanenhaus, abbiamo fatto un gran colpo, ha detto ai suoi. La scelta di Keller fa parte del più ampio progetto di scuotere il New York Times dalle granitiche certezze liberal e dalle chiusure intellettuali del mondo culturale della East Coast. In meno di un anno, Keller ha assunto il commentatore neocon David Brooks, ex Weekly Standard, e ha assegnato al giornalista David Kirkpatrick il compito di seguire la galassia delle idee conservatrici e gli umori dell’America bushana, che fin qui non avevano spazio sul giornale. Il nuovo New York Times, ha detto Tanenhaus all’Observer, sta seguendo "coraggiosamente e straordinariamente" l’influenza del movimento conservatore in America. A lui Keller ha chiesto un inserto dei libri che segua gli sviluppi del dibattito culturale che si fa a destra e che influenza il paese reale: "Questo non vuol dire che vinceranno sempre, né che abbiano ragione ­ ha spiegato ­ ma se si guarda alla politica degli ultimi 50 anni, si deve ammettere che la presenza dei conservatori è stata sempre più forte di quanto gli intellettuali fossero a conoscenza".
Alla notizia della nomina di Tanenhaus qualche malumore c’è stato. Tanenhaus nella sua carriera ha scritto per il neocon Commentary e per i conservatori National Review e New Criterion. Sul Wall Street Journal, nel 2002, ha difeso George Bush, ma Sam Tanenhaus è stato anche redattore della pagina degli editoriali del New York Times, cioè del salotto buono dell’establishment liberal americano. Tra i suoi amici ci sono commentatori schieratissimi a sinistra, come Eric Alterman, commentatore di The Nation, ed Hendrik Hertzberger, opinionista politico del New Yorker.

A destra è considerato terzista
A destra è considerato terzista, uno che cerca di stare sempre nel mezzo. Non è né di sinistra né conservatore né neoconservatore, ha detto all’Observer, un suo amico: "E’ il classico intellettuale anticomunista, liberal ed ebreo che si entusiasma ancora per i libri di Saul Bellow", un ritratto che è quanto di più vicino alla figura dei neocon di prima generazione. Ai neoconservatori, però, creò un guaio. In realtà la colpa fu di Vanity Fair, che anticipò una sua intervista a Paul Wolfowitz con un comunicato che annunciava come il vice di Rumsfeld avesse ammesso la "pretestuosità" delle motivazioni ufficiali per fare la guerra a Saddam. Wolfowitz smentì e per dimostrare la sua tesi mise su Internet la trascrizione del suo colloquio con Tanenhaus. Ma la notizia fece lo stesso il giro del mondo, nonostante quando infine Vanity Fair uscì in edicola, si scoprì che neanche Tanenhaus aveva attribuito a Wolfowitz quella frase maliziosa

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter