Camillo di Christian RoccaYo no soy Zapatero, John Kerry

New York. Il lettore europeo che volesse capire per quale motivo il beniamino della sinistra, Howard Dean, abbia preso la clamorosa batosta che ha preso alle primarie democratiche, nonostante i 40 milioni di dollari e l’appoggio dei mass media, dovrebbe leggersi la sua dichiarazione sulla strage di Madrid e poi confrontarla con quella di John Forbes Kerry, il democratico che, invece, le primarie le ha stravinte e che il 2 novembre sfiderà George W. Bush.

Dean, martedì sera, nel corso di una manifestazione a favore di Kerry, con Kerry assente, ha detto che una delle "cause" della morte dei 201 spagnoli è la politica di George W. Bush, e la sua guerra al terrorismo. Il capo della campagna presidenziale di Bush-Cheney, Marc Racicot, non ha fatto a tempo a chiedere a Kerry di "ripudiare immediatamente i commenti" di Dean, che Kerry l’aveva già fatto in modo perentorio: "Non è la nostra posizione". Kerry non è come Zapatero, nonostante il premier spagnolo si auguri la vittoria di Kerry. Per intenderci, l’altro ieri, Kerry ha detto: "Vorrei dire una cosa a tutti gli americani, ma anche ai nostri alleati e ai nostri nemici, quando c’è da difendere il paese e da combattere il terrorismo, l’America sarà sempre unita". Kerry lo ha ripetuto anche ieri: "Gli eventi spagnoli non ci convinceranno a lasciare l’Iraq, ho telefonato a Zapatero invitandolo a riconsiderare la sua scelta perché i terroristi non possono vincere grazie ai loro atti di terrore". A una televisione dell’Arizona, ha ribadito: "A mio giudizio Zapatero doveva dire che la strage avrebbe aumentato la nostra determinazione a portare a termine il lavoro".
A differenza di quei leader della sinistra europea che dopo le elezioni spagnole si sono affrettati a dire di aver sempre avuto la stessa posizione di Zapatero, Kerry se ne è guardato bene e per un paio di giorni ha addirittura evitato di fare cenni alla strage di Madrid. Un conto è criticare duramente la politica di Bush, un altro è tirarsi indietro di fronte a chi ti ha dichiarato guerra. Il senatore della Florida Bob Graham, uno dei possibili candidati vicepresidenti, al New York Times ha spiegato il motivo: "Credo che nessun politico americano possa candidarsi alla presidenza con una piattaforma che spera accadano eventi negativi: qualcuno in campagna elettorale potrebbe interpretare una valutazione della tragedia di Spagna come una dichiarazione che saremo i prossimi a essere attaccati".
Alla George Washington University, ieri Kerry ha annunciato i suoi "piani per rafforzare la forza militare americana", con frasi di questo tipo: "L’America ha bisogno di un presidente che faccia tutto il necessario per creare la più moderna forza combattente della Terra". Oppure: "Da presidente farò tutto quello che serve per assicurare che l’esercito americano del ventunesimo secolo sia il più forte del mondo". Ancora: "Non esiterò a usare la forza se sarà necessario scatenare e vincere la guerra al terrore". Di più: "Al cuore di questa forza ci deve essere un esercito perfettamente equipaggiato per essere pronto ad affrontare qualsiasi avversario, in qualsiasi posto".

Più di Rumsfeld
Secondo il senatore del Massachusetts, "la missione in Iraq non è finita, le ostilità non sono cessate e i nostri uomini e le nostre donne in uniforme combattono quasi da soli con un bersaglio sulla schiena". Ma la sua risposta non è quella di ritirarsi dal "pantano", perché l’Iraq "diventerebbe un rifugio per i terroristi e una minaccia per il nostro futuro", piuttosto è quella di rigettare l’unilateralismo di Bush, costruire una più ampia alleanza internazionale e dare più fiducia e più assistenza ai militari. Kerry si deve far perdonare, come insistono gli spot di Bush, di non aver votato gli 87 miliardi di dollari che finanziavano la missione e la ricostruzione dell’Iraq. Nei giorni scorsi si è difeso goffamente, dicendo che se il voto fosse stato decisivo probabilmente avrebbe votato in modo diverso. Ma Kerry ha davvero a cuore l’esercito del suo paese, così ieri ha proposto di aumentare di 40 mila unità il numero dei militari americani, 10 mila in più di quelli proposti da Donald Rumesfeld, e ha presentato il "Military Families Bill of Rights" che prevede benefici sanitari e previdenziali per i veterani di guerra.