Camillo di Christian RoccaBerman chiede alla sinistra di guidare la lotta antifascista

Milano. Ogni tanto può capitare che l’avversario politico faccia una mossa giusta, può capitare perfino a George W. Bush di azzeccarne una. Che fare in questo caso? Riconoscerglielo, far finta di nulla o aggrapparsi con le unghie allo specchio? John Kerry, il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti, uno che non ha mai smesso di criticare il presidente, mercoledì sera, almeno su un punto, ha scelto la strada del fair play nei confronti di Bush. Poche ore dopo l’annuncio del piano israeliano di ritiro dai Territori orchestrato da Ariel Sharon con il lasciapassare di George Bush, Kerry ha commentato così: "Credo che possa essere un passo positivo". La cosa importante, ha spiegato il candidato del centrosinistra americano, "è, ovviamente, la sicurezza dello Stato di Israele".

Sul fronte della guerra in Iraq, che al Senato ottenne il voto di quasi tutti i senatori Democratici, compreso quello di Kerry, il candidato del centrosinistra è stato più duro, ma le critiche sono di merito e non di legittimità. Kerry contesta a Bush la gestione del dopoguerra, non la guerra, "l’approccio unilaterale" non la missione anti Saddam in sé: "Non dobbiamo essere soltanto forti, dobbiamo essere anche furbi. E c’è un modo più intelligente per compiere la missione che questo presidente sta perseguendo".
Il modo più intelligente non è il ritiro, né il tentennamento, tanto che Kerry mercoledì sera ha dovuto affrontare una vivace protesta di un ex professore del City College di New York che lo ha accusato di sostenere una politica imperialista. "Ritira le truppe", gli ha detto l’ex prof mentre un gruppo di studenti srotolava un grande striscione che diceva: "Kerry prendi posizione: via le truppe subito".

L’impetuosa ondata di estremismo politico
Kerry, ovviamente, ha rigettato l’idea stessa del ritiro americano dall’Iraq, anzi ha ribadito che se i generali chiedono più truppe, più truppe bisogna mandare: "Il presidente ha detto chiaramente qual è la posta in gioco comune: gli Stati Uniti saranno risoluti e forti e faranno in modo di essere certi che la nostra missione sia compiuta". Se venisse eletto presidente, Kerry userebbe il suo potere di persuasione per convincere le altre nazioni che è anche nel loro interesse condividere questo sforzo.
Le sue parole sono piaciute a Paul Berman, l’autore di Terrore e Liberalismo (Einaudi), il saggio sull’ideologia politica che sostiene sia i fondamentalisti islamici sia i regimi cosiddetti laici del Medio Oriente. Berman è un intellettuale di sinistra e ieri ha scritto un articolo sul New York Times per chiedere all’opposizione di condurre la battaglia contro il totalitarismo e a favore della democrazia. "La guerra in Iraq potrà andare bene o in modo catastrofico ma, in ogni caso, è centrale nella più ampia guerra al terrorismo. Questo perché il terrore non è una questione di alcune centinaia di pazzi da circondare con la polizia e con le forze speciali. Il terrore emerge da qualcosa di più ampio: da un’impetuosa ondata di estremismo politico". Secondo Berman "l’onda ha iniziato a gonfiarsi circa 25 anni fa" ed è fatta di parecchi movimenti e correnti che sono pienamente riconoscibili. I pilastri teorici sono quattro, scrive Berman: 1) "una paranoica teoria del complotto, secondo cui il male cosmico rappresentato da ebrei, massoni, crociati e occidentali ha pianificato la cancellazione dell’Islam e la subordinazione degli arabi"; 2) la necessità di una guerra apocalittica da scatenare contro ebrei e crociati; 3) la certezza che, dopo l’Apocalisse, riemergerà una nuova utopica società dominata dal califfato islamico; 4) la morte è cosa bella, da rispettare e riverire.
Berman loda l’atteggiamento di John Kerry e non risparmia critiche a Bush, ma chiede che l’opposizione di centrosinistra metta insieme una squadra di politica estera non per indebolire le giuste scelte americane ma per raggiungere gli obiettivi che Bush non sembra più in grado di ottenere. "I democratici dovrebbero spiegare i pericoli del moderno totalitarismo e gli obiettivi della guerra. () Non basta parlare di Onu e di stabilità in Iraq. Si deve parlare di fascismo e di culto della morte".

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