Camillo di Christian RoccaCosì si sono arruolati gli italiani

Non sono mercenari i quattro nostri connazionali rapiti in Iraq dalle squadracce fedeli a Saddam. Il lavoro di Fabrizio Quattrocchi, Salvatore Stefio, Umberto Cupertino e Maurizio Agliana è "operatore della sicurezza", che non è un modo stucchevole per dire operatore ecologico invece di spazzino o verticalmente svantaggiato invece di nano. Gli operatori della sicurezza non sono soldati di ventura ma "una cosa completamente diversa", spiega a Vanity Fair, Carlo Biffani, amministratore di Start Sicurezza, una delle società italiane che offre questo tipo di servizi. Parlando come si mangia, gli operatori di sicurezza sono guardie del corpo. Il mercenario, così come regolato dalla Convenzione di Ginevra, è un cittadino privato che combatte armi in pugno al soldo di una delle parti in conflitto. Gli italiani di Falluja non combattevano né per la coalizione internazionale né per i picciotti di Saddam. Esistono due tipi di società di sicurezza. La legge italiana ammette soltanto le Psc (Private Security Corporations), società private di sicurezza, mentre vieta le Pmc, (Private Military Corporations), società private militari. Le prime svolgono il lavoro di assistenza e di protezione, le seconde forniscono servzi militari e di addestramento alla guerra.
Il confine può sembrare esile. "Le nostre aziende ­ racconta Biffani ­ offrono servizi e consulenze in materia di sicurezza". In soldoni vuol dire questo: se un’impresa italiana vuole aprire un’attività commerciale o deve concludere un affare in un paese straniero a rischio di terrorismo o solo di criminalità, si rivolge a questi operatori di sicurezza che offrono consulenze e progetti per diminuire i rischi in terra straniera. "I clienti ci chiamano e noi facciamo un’indagine ­ spiega l’amministratore della Start ­ forniamo i dettagli su cosa fare in loco, come muoversi, di quali autisti servirsi, come contattare l’ambasciata, a chi rivolgersi e cosa chiedere alle amministrazioni locali. Per fare tutto questo mandiamo nostri uomini a fare la ricognizione". Ma c’è di più, e arriviamo al caso degli italiani rapiti: "In situazioni estreme e ad alto rischio, ormai solo in Iraq e in qualche posto del Sudamerica, i clienti ci chiedono anche un team di protezione ravvicinata". Che, tradotto, vuol dire appunto guardie del corpo, vigilantes.
Sono ventimila le guardie private internazionali che operano oggi in Iraq, ma ce ne sono anche 14 mila irachene, al servizio dei ministeri, della stessa Autorità angloamericana e di molti uomini d’affari. E’ incerto, invece, il numero degli italiani. "Uno dei motivi di tale confusione ­ spiega Gianandrea Gaiani, esperto di cose militari e direttore di AnalisiDifesa.it ­ è la mancanza di una legge che regolamenti la materia, stabilisca i requisiti, le qualifiche e la formazione necessari per svolgere il mestiere. Non esiste un albo degli arruolati". Per questo motivo tra le guardie del corpo italiane non ci sono soltanto i professionisti, cioè ex incursori o ex militari di carriera, ma anche una manovalanza di basso livello e scarsamente addestrata scelta tra chi solitamente svolge servizio d’ordine ai concerti rock o tra chi frequenta le palestre. Il caos post Saddam e, insieme, le nuove prospettive di sviluppo nell’Iraq liberato hanno fatto aumentare le richieste italiane: "Sul nostro sito Internet, fino a poco tempo fa arrivava una ventina di curriculum la settimana ­ dice Biffani ­ ma da un po’ di tempo riceviamo 25 richieste di assunzione il giorno. C’è tantissima gente di tutte le età che ci scrive, attirata dai soldi e dal mistero intorno a questa professione. Ma un buon quaranta per cento si rivolge a noi con le giuste motivazioni, cioè vuole migliorare la propria condizione e fare un salto di qualità nel proprio lavoro". Secondo Gaiani, "è un mestiere come un altro, sono i libri e i film a descriverlo come un mondo popolato da eroi e talvolta da figli di buona donna".
Sui giornali si leggono cifre da capogiro, mille euro il giorno, ma Biffani smorza gli entusiasmi: "Mille euro il giorno è la cifra, lorda, che i clienti pagano alla società che fornisce il servizio. Il quaranta per cento di questa cifra serve a pagare l’assicurazione sulla vita". Poi c’è la quota per l’agenzia, alla guardia del corpo restano tra i sei e i diecimila euro il mese.
Una bella somma, tanto che c’è la fila di gente che, pur di entrare nel giro, frequenta a pagamento i corsi di formazione per body guard che poi rilasciano patentini e brevetti. I corsi insegnano a tirare con la pistola, danno rudimenti di spionaggio e, come si dice in gergo, spiegano i trucchetti di "guida e condotta evasiva", cioè si impara a non farsi inseguire. Secondo il titolare della Start, i corsi servono a poco: "Impari a usare un fucile d’assalto o, magari, a guidare un carrarmato, ma per fare da scorta a un uomo d’affari è roba inutile. I nostri uomini sono addestrati per difendere i clienti e se stessi, l’ipotesi di un combattimento è solo l’extrema ratio".
Gli operatori della sicurezza non partono da Fiumicino con le armi in valigia. In posti come l’Iraq, dicono gli esperti consultati da Vanity Fair, il mercato di armi è florido, si trovano in loco. Ma non si può girare senza autorizzazione. Carlo Biffani è appena stato a Baghdad, dove fornirà assistenza a una società d’affari italiana. La prima cosa che ha fatto, una volta arrivato a laggiù, è stata quella di registrarsi all’Istituto per il Commercio Estero presso l’Ambasciata italiana e, subito dopo, ha denunciato le armi agli uffici dell’Autorità angloamericana per ottenere il permesso.
La sicurezza personale del governatore Paul Bremer è affidata a una società privata americana, così come quella dei ministri iracheni, dei diplomatici del Foreign Office inglese e delle società petrolifere. Kofi Annan ha avviato un bando di gara internazionale per assegnare ai privati la gestione delle attività di sicurezza delle Nazioni Unite, dopo che ad agosto i terroristi fecero saltare in aria il quartier generale Onu a Baghdad. "E’ un fenomeno crescente, che non va sottovalutato ­ dice Davide Sattin, esperto di sicurezza internazionale attualmente impegnato in un master di Affari internazionali alla Columbia University di New York ­ Esistono ricerche serie di analisti come P. W. Singer, autore del libro "Corporate Warriors: The Rise of the Privatized Military Indistry". Il giro di affari è superiore ai due miliardi di euro, la fetta maggiore va agli inglesi, agli americani, ai sudafricani. Le società italiane cominciano a muovere i primi passi. E così gli italiani si arruolano.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter