Camillo di Christian RoccaDivisi a Washington. I neocon chiedono di licenziare Rumsfeld

Washington. E’ stata la settimana peggiore per George Bush da quando ha liberato l’Iraq dalla dittatura di Saddam Hussein, al punto che sul Los Angeles Times di ieri s’è letto che il 9 di aprile dello scorso anno l’America aveva vinto la guerra, mentre il 9 aprile di quest’anno l’avrebbe persa. I fatti: nel mese di aprile sono morti 99 soldati americani e, nonostante le perdite, Bush non è riuscito a sedare la rivolta delle squadracce del raìs a Fallujah né quella del capopopolo Moqtada al Sadr. E’ sembrato un segno di debolezza chiedere una mano agli iraniani, cioè i finanziatori di gran parte del caos iracheno, anche perché è stato inutile, come ha scritto ieri mattina il neoconservatore Michael Ledeen a proposito dell’idea avanzata dal vice di Colin Powell, Richard Armitage. L’accordo con le Nazioni Unite è certamente un buon colpo, ma non sembra aver convinto gli alleati a inviare truppe né gli spagnoli a cambiare idea sul ritiro del loro piccolo contingente. Ma c’è di più. Improvvisamente si è aperto un fronte interno, dentro la stessa Amministrazione e nel partito repubblicano. La causa, scrive il New York Times, è la "mancanza di risolutezza in Iraq". Mentre laggiù l’intervento civile e le azioni militari sono in corso, a Washington si indaga, tramite commissioni d’inchiesta indipendenti, sulla guerra al terrorismo e sui fallimenti dell’intelligence. I giornali costringono Bush a declassificare un segreto di Stato la settimana, mentre stamattina dovrà mettere a disposizione di una commissione del Senato i piani militari per sconfiggere l’insorgenza irachena. In prima fila ci saranno i senatori repubblicani. Poi c’è il fronte editoriale. Ogni quindici giorni un nuovo libro svela retroscena segreti sul processo decisionale interno all’Amministrazione. Gli autori e le talpe provengono dalla squadra del presidente. L’unico che nel nuovo libro di Bob Woodward fa un figurone è Colin Powell, al punto che pare abbia collaborato egli stesso con il giornalista. Condi Rice ha smentito la notizia che Powell sia stato avvertito dei piani militari soltanto a guerra già decisa, e due giorni dopo l’ambasciatore saudita.

Il New York Times, con David Kirkpatrick, il suo cronista addetto al mondo conservatore, ha riportato i malumori repubblicani sulle probabilità che l’Iraq possa davvero diventare democratico. La National Review, storica rivista iperconservatrice, ha scritto un editoriale dal titolo: "La fine di un’illusione", mentre la destra reazionaria di Pat Buchanan invoca, come Zapatero, il ritiro delle truppe dall’Iraq.

Le critiche di Kagan, Kristol e Brooks
Anche sul fronte neoconservatore partono bordate contro l’Amministrazione. Bill Kristol e Robert Kagan hanno pubblicato sul Weekly Standard uscito ieri mattina un articolo dal titolo "Troppe poche truppe". E’ una vecchia battaglia dei neocon, questa. Fin dall’inizio della guerra, gli architetti del cambio di regime in Iraq hanno spiegato in tutti i modi che la "guerra leggera", con pochi soldati e molta tecnologia, voluta da Donald Rumsfeld, rischiava di fallire se l’obiettivo non fosse stato soltanto sconfiggere l’esercito di Saddam, ma costruire una nazione libera e democratica. Kristol e Kagan questa volta si sono spinti oltre: "Dipende dal presidente assicurare che il successo in Iraq sia davvero raggiunto. Se l’attuale segretario alla Difesa non può fare gli aggiustamenti necessari, il presidente deve trovarne uno che li faccia". E’ una richiesta di licenziamento di Rumsfeld.
I due neocon hanno invece lodato John Kerry per l’impegno a non smobilitare in Iraq, qualora vincesse le elezioni. "Tra Bush e Kerry scelgo Bush ­ ha detto Bill Kristol al New York Times ­ ma tra Kerry e Buchanan voterei Kerry. Se leggete il Weekly Standard vi accorgerete che ha molto più in comune con i falchi liberal che con i conservatori tradizionali".
Rumsfeld ha annunciato che non farà rientrare 20 mila uomini che avrebbero dovuto lasciare l’Iraq, ma per i teorici dell’intervento in Iraq non basta, ne servirebbero almeno altri 30 mila "soltanto per affrontare la crisi attuale". Lo storico militare Frederick Kagan, fratello di Robert, ha scritto sul Washington Post che la genesi dell’insorgenza nel triangolo sunnita è dovuta proprio al non aver inviato le truppe necessarie: "Questa Amministrazione è arrivata al potere credendo che la guerra fosse distruggere obiettivi, che la fanteria non fosse necessaria e la tecnologia fosse l’arma suprema. Non è vero. Le guerre per cambiare i regimi non possono essere combattute solo con i missili. Durante e dopo le ostilità devono essere presenti, in larga scala, forze militari sul terreno per interagire con la popolazione, assumere le funzioni di polizia e mantenere l’ordine". La stessa cosa ha scritto David Brooks, uno dei due opinionisti conservatori del New York Times: "Nonostante gli avvertimenti ad nauseam del Weekly Standard, l’Amministrazione ha continuato a pensare che potesse costruire un nuovo Iraq a buon mercato".

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