Mentre gli europei nel paese delle meraviglie credono che la settimana appena trascorsa abbia decretato la fine dell’impero di George Bush II, gli ultimi due sondaggi americani, svolti nel weekend, hanno fotografato un sentimento opposto: Bush è tornato nettamente in vantaggio su John Kerry, sia per Cnn e Time sia per Washington Post e Abc. Il motivo è, esplicitamente, la guerra in Iraq e la minaccia terroristica. Gli americani pensano che Bush possa difenderli meglio. Non c’è sindrome di Zapatero negli Stati Uniti, un paese che non ha conosciuto né fascismi né nazismi né comunismi. Lo stesso Kerry, pur criticando la gestione del dopoguerra, ha respinto le tesi di Zapatero e non smette di ricordare che se fosse lui il comandante in capo l’impegno americano in Iraq non diminuirebbe, anzi la sua Amministrazione manderebbe più truppe e si impegnerebbe di più per ottenere un Iraq stabile. Su Israele, sul piano sharoniano di ritiro dai territori e sulle esecuzioni dei capi terroristi, Kerry sta dalla parte di Bush, tanto che a Meet the Press, domenica scorsa, il giornalista Tim Russert gli ha fatto notare che stava parlando proprio come il presidente Bush. "Kerry è ancora più falco di Bush", ha scritto ieri sui giornali australiani e inglesi John Laughland del British Helsinki Human Rights Group, un’associazione dei diritti umani di sinistra: "Un vero pacifista dovrebbe votare per Dubya ha scritto Bush e Kerry concordano su quasi tutto in politica estera, ma quando si trovano in disaccordo è Kerry il più falco dei due".
Peter Beinart, giovane direttore del settimanale neo-liberal New Republic, lunedì ha scritto un editoriale che iniziava così: "Non sono soltanto le truppe americane a essere sotto assedio questa settimana a Falluja e Najaf, e non è sotto assedio solo l’Amministrazione Bush. Sta lottando per la sua stessa esistenza anche una visione del mondo che ha caratterizzato la politica estera americana fin dal 1989. Questa visione del mondo è l’universalismo democratico, l’idea che tutte le persone desiderano la democrazia liberale, non importa quanto estranea sia la loro cultura o dispotica la loro storia". Non c’entrano, dunque, né Bush né la cricca dei neocon, secondo il settimanale liberal è stato piuttosto Bill Clinton a fare della "promozione della democrazia l’epicentro della sua politica rispetto al Terzo mondo. E nonostante il fiasco in Somalia avesse fatto intuire i limiti della capacità americana di impiantare una democrazia liberale in uno Stato debole, i clintoniani hanno continuato a battere questa strada, ad Haiti, in Bosnia, a Timor Est e in Kosovo". Complici, evidentemente, anche i capi della sinistra d’Italy. I repubblicani americani erano contrari a questa politica che risale alla presidenza del democratico Woodrow Wilson, ma l’11 settembre ha cambiato le cose. Ora, scrive New Republic, il timore è che lo shock di questi giorni possa far cambiare idea alla destra americana, farla tornare realista e isolazionista: "Anche Kerry ha cominciato a riflettere questo nuovo pessimismo, sostituendo la parola ‘democratico’ con ‘pluralista’ a proposito del futuro dell’Iraq". Secondo Beinart, "se il progetto in Iraq fallisse e Kerry vincesse le elezioni è plausibile immaginare un precipitoso ritorno al relativismo culturale di destra degli anni Novanta". Conclude New Republic: "Ora, più che mai, l’universalismo democratico ha bisogno di essere difeso, non solo in Iraq ma anche a Washington".
Restando a sinistra, ancora più a sinistra, Christopher Hitchens ha scritto un articolo su Slate facendosi la domanda che tutti i sostenitori della guerra a Saddam in questi giorni si pongono: ne è valsa la pena? I due principali "pentiti" di questo mese, Colin Powell e Richard Clarke, secondo Hitchens non sono credibili: "Powell non ne ha mai azzeccata una, voleva lasciar correre la Bosnia e non voleva nemmeno muovere una portaerei quando fu avvertito che Saddam stava per invadere il Kuwait". Quanto a Clarke, "nessuno gli ha ancora rinfacciato perché fosse così contrario a un intervento degli Stati Uniti in Ruanda".
I pacifisti ora dicono che il grande errore americano sia stato quello della de-baathificazione dell’esercito, "ma immaginatevi che cosa avrebbero detto se avessimo lasciato i saddamiti al loro posto". Hitchens difende, dunque, anche quella scelta di Paul Bremer perché "l’Iraq è stato troppo a lungo vittima di un enorme e parassitario esercito che attaccava i vicini e reprimeva i concittadini. Ora i giovani non dovranno più perdere anni della loro vita a causa di una disgustosa leva obbligatoria, mentre è stato reso impossibile a brigadieri o generali di dichiararsi salvatori dell’Iraq per mezzo di un colpo di stato militare".
Hitchens, in realtà, una cosa se la rimprovera. Crede di aver sottostimato un elemento, il quale però rafforza le ragioni della guerra al dittatore: "Il livello di islamizzazione in Iraq era peggiore di quanto immaginassi". Nell’ultimo decennio, infatti, "Saddam ha creato un sottobosco fondamentalista con una crescente propaganda islamista del partito Baath" praticamente sconosciuta in Occidente. Hitchens si lamenta che il dittatore genocida non sia stato cacciato prima e invita gli analisti a non offendere lo sciismo e il sunnismo chiamando sciiti e sunniti le squadracce khomeniste e wahabite che combattono per non far emergere la democrazia in Iraq.
Per riuscire nell’impresa, ha scritto ieri Francis Fukuyama sul Wall Street Journal, bisogna impegnarsi per tutto il tempo necessario: "Solo le elezioni possono legittimare il nuovo governo iracheno, né l’Onu né il mondo arabo". A quel punto, e mancano solo poche settimane, "l’Iraq sarà lo Stato più legittimo dell’intero mondo arabo, ma anche molto debole e dipendente dall’aiuto esterno". Per questo è necessario tenere salda la linea e dire agli zapateros che "no pasaran".
21 Aprile 2004