Camillo di Christian RoccaBush oscilla, Brahimi va avanti

Milano. Il disastro mediatico provocato dalle torture nel carcere di Abu Ghraib ha fatto dimenticare i piani dell’Amministrazione Bush e delle Nazioni Unite sul processo politico che nel giro di poche settimane porterà al trasferimento della sovranità nelle mani degli iracheni. Da gennaio si lavora intorno all’ipotesi di Lakhdar Brahimi, l’inviato speciale di Kofi Annan in Iraq. Il piano è stato concordato con anglo-americani e iracheni, ha ricevuto l’ok del Consiglio di sicurezza dell’Onu e prevede, entro maggio, la nomina da parte delle Nazioni Unite di un nuovo governo provvisorio che, dal 30 giugno, regga il paese per sei mesi, cioè fino alle elezioni che si svolgeranno entro il 30 gennaio 2005.
Brahimi vorrebbe nominare un governo di tipo tecnico, con esponenti della società civile irachena che si impegnino a non partecipare alle elezioni di gennaio. Sebbene molti analisti italiani abbiano inteso questa scelta come una mera esclusione di Ahmed Chalabi, il leader liberale dell’Iraqi National Congress appoggiato dal Pentagono ma osteggiato da Cia e Dipartimento di Stato, la decisione riguarda invece tutti i leader politici iracheni e rispecchia una precisa richiesta dell’ayatollah sciita al Sistani.
Al New York Times risulta che gli americani abbiano cambiato idea. Non è la prima volta che accade. Dopo aver incoraggiato la soluzione Brahimi, ora la Casa Bianca gli chiede di formare un governo politico, non tecnico, rappresentativo della società irachena, che dia il potere a quei partiti che hanno un effettivo seguito popolare.
A Washington temono che un governo transitorio formato da tecnocrati (ipotesi Brahimi) rischi di nascere debole e non abbastanza forte da far capire agli iracheni che si tratta davvero del primo passo verso la democrazia. L’Amministrazione fa sapere che l’idea di un governo politico è condivisa dai leader curdi e da molti esponenti sciiti, anche se fin qui l’ayatollah al Sistani si è sempre mostrato contrario a conferire i pieni poteri a un governo non eletto democraticamente. L’Amministrazione, secondo il New York Times, vorrebbe affidare le redini del nuovo esecutivo ai partiti politici sciiti legati a Sistani, e con un ruolo importante per Adnan Pachachi, l’ex ministro degli Esteri sunnita che ha già guidato la Commissione sulla Costituzione provvisoria. Uno dei possibili candidati alla poltrona di premier è Mahdi al Hafidh, attualmente ministro della Programmazione.
Robert Kagan e Bill Kristol, sul Weekly Standard in edicola ieri, hanno chiesto un passo ulteriore all’Amministrazione: anticipare la data delle elezioni. "Democracy now", democrazia subito, è il titolo del loro editoriale. "Tra i grandi errori dell’anno scorso ­ hanno scritto i due neoconservatori ­ c’è quello di non essere riusciti a spingere più rapidamente l’Iraq verso le elezioni". Kagan e Kristol scrivono di non avere "la bacchetta magica" ma credono che "una delle risposte all’attuale crisi possa essere quella di anticipare le elezioni di parecchi mesi, magari a settembre". Accelerare il processo, sostengono Kagan e Kristol, consentirebbe di spostare le priorità. Anziché concentrarsi sull’odio nei confronti degli americani, gli iracheni penserebbero alle elezioni. E, in piena campagna elettorale, gli stessi insorgenti verrebbero percepiti come resistenti alle elezioni e alla democrazia piuttosto che all’occupazione americana. Sul fronte interno, infine, l’anticipo della data del voto darebbe agli elettori americani una maggiore fiducia nell’esito della campagna irachena, farebbe avvicinare l’obiettivo di un governo legittimo e quindi la speranza di una soluzione positiva del conflitto. Ieri, al Pentagono, Bush ha confermato che l’America sta già facendo "i cambiamenti necessari". Non si sa ancora quali siano, fatta eccezione per la richiesta di politicizzare il governo scelto da Brahimi. La svolta dell’Amministrazione, piccola o grande che sia, segue di pochi giorni l’annuncio di segno opposto, fatto al Congresso, secondo cui il nuovo governo iracheno non avrebbe avuto la piena sovranità.
Per la prima volta dall’11 settembre 2001, Bush dà l’impressione di non sapere bene che cosa voglia fare. Sia politicamente sia militarmente sembra che non ci sia un piano preciso, i capi dei due partiti lo fanno notare, i generali si lamentano. Alla Casa Bianca regna la confusione, come ha fatto notare Kagan sul Washington Post della settimana scorsa. Questa indecisione, sostengono gli esperti, pare sia la cosa che più di ogni altra mette in pericolo la rielezione del presidente. Un comandante in capo post 11 settembre che ha una chiara missione da compiere riesce a convincere gli elettori, ma se sbanda e procede a tentativi perde fiducia e consenso. Bush vince se fa Bush, scrisse quattro mesi fa Kristol, ma rischia moltissimo se smette i panni di rivoluzionario. Analisi confermata da una lunga inchiesta del Washington Post di ieri sugli umori dentro il partito repubblicano: qualunque sia il progetto finale per l’Iraq, democrazia o stabilità, Bush non deve fare le cose a metà come pare stia facendo adesso.
Eppure John Kerry non ne approfitta, non affonda il coltello nelle ferite della strategia bushana. I capi democratici cominciano a essere insofferenti rispetto all’atteggiamento temporeggiatore di Kerry, il quale sembra voglia aspettare che Bush si faccia male da solo e poi raccoglierne i frutti. I sondaggi danno i due candidati appaiati, ma l’autorevole sondaggista John Zogby ieri ha predetto esplicitamente la vittoria di Kerry, aggiungendo che "soltanto lui potrà perdere le elezioni".
Il Washington Post ha offerto un’altra analisi della parità sondaggistica: al di là delle cose che si dicono in campagna elettorale, Bush e Kerry sono molto simili, quasi uguali. Il 2 novembre conterà quale dei due candidati apparirà più adatto a portare a compimento la missione di George Bush.

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