Milano. C’è una nuova bozza del progetto americano denominato "Greater Middle East Initiative", l’ambizioso piano di George W. Bush per avviare il processo di democratizzazione del Medio Oriente. Il Foglio, grazie a un documento ottenuto dal Network Transatlantico della Democrazia, è in grado di anticiparne le novità essenziali. Al vertice del G8 di Sea Island, che si terrà in Georgia tra l’8 e il 10 giugno, gli Stati Uniti presenteranno ai partner del mondo industrializzato uno schema di lavoro dal titolo "Elementi per un piano di sostegno alla riforma".
Il documento contiene cinque iniziative-chiave per accendere la miccia della liberalizzazione soft della società mediorientale: un’agenzia multilaterale per coordinare l’assistenza democratica; una fondazione per la democrazia che finanzi le organizzazioni non governative; un programma di alfabetizzazione; un piano di finanziamenti per le piccole imprese; "un forum per il futuro" che istituzionalizzi il dialogo sulle riforme e promuova partnership di lungo termine tra i paesi del G8 e i paesi arabi. Il modello è quello della National Endowment for Democracy (Ned), l’agenzia indipendente americana creata nel 1983 per finanziare, con soldi federali, le istituzioni e i gruppi democratici in giro per il mondo. La Ned si ispira al principio che la libertà è un’aspirazione universale dell’uomo che si realizza con lo sviluppo delle istituzioni, delle procedure e dei valori democratici. Fu fondata da Ronald Reagan per finanziare i gruppi democratici nei paesi comunisti, ma è la compagna ideale della dottrina Bush.
Penn Kemble, esponente del Network, ex funzionario dell’Amministrazione Clinton e lobbista della democrazia, sostiene che le proposte contenute nella nuova bozza della Greater Middle East Initiative facciano riferimento esplicito ai suggerimenti elaborati nel mondo arabo. Questo è il punto centrale. La prima versione, infatti, pubblicata a febbraio da un giornale arabo, aveva creato malumori sia tra i regimi della regione, ed era comprensibile, sia in Europa, e lo era un po’ meno. Sembrava come se l’idea bushana di esportare la democrazia fosse una materia tabù, da non affrontare né con l’invasione militare né con iniziative diplomatiche volte a rimuovere gli ostacoli che impediscono l’articolazione di una società democratica. Agli americani si è rimproverato di aver voluto imporre con la forza economica un modello di vita e un patto sociale estranei alla cultura e alla tradizione mediorientale. In realtà si trattava di un documento preparatorio per recepire i consigli degli alleati europei. L’idea americana prendeva spunto proprio dal rapporto 2002 delle Nazioni Unite sullo sviluppo nel mondo arabo, un testo redatto da intellettuali e funzionari originari di quei paesi, i quali avevano indicato i tre deficit del Medio Oriente: la mancanza di libertà, la mancanza di conoscenza, la mancanza di diritti delle donne.
Eppure le critiche al testo americano sono state feroci, specie in Europa e in Egitto ma, insieme con la liberazione di Baghdad, l’iniziativa ha avuto il merito di far parlare il Medio Oriente di riforme. La Lega araba è stata convocata per discutere del piano, ma la riunione, prevista a Tunisi lo scorso 27 marzo, è saltata per dissapori interni. Il mondo arabo, improvvisamente, si accapiglia sul concetto di democrazia.
L’Amministrazione Bush, e in particolar modo il Dipartimento di Stato, tengono a precisare di non voler imporre niente ai regimi autoritari del Medio Oriente. L’obiettivo dichiarato è quello di fornire assistenza e aiuti ai riformatori che vivono dentro il mondo arabo e, magari, agli stessi regimi autoritari qualora volessero tentare la strada delle liberalizzazioni e delle aperture sociali.
Il nuovo documento ottenuto dal Network Transatlantico della Democrazia fa esplicito riferimento a due iniziative riformatrici nate in Medio Oriente: la conferenza di Sana’a, nello Yemen, e la dichiarazione di Alessandria d’Egitto.
Il 10 gennaio scorso, a Sana’a, su iniziativa dei radicali di Emma Bonino, si è tenuta una conferenza regionale intergovernativa sulla democrazia. Le delegazioni dei governi arabi hanno sottoscritto una dichiarazione finale che da più parti è stata definita come il primo tentativo del mondo arabo di darsi una Magna Charta. Due mesi più tardi, il 12 marzo, ad Alessandria d’Egitto, duecento intellettuali, politici e professori mediorientali hanno discusso dei modi per raggiungere gli obiettivi riformatori. Il raduno di Alessandria è stato organizzato dal regime di Hosni Mubarak, il quale non ha invitato i due principali dissidenti democratici egiziani, Ali Salem e Saad Eddin Ibrahim. Nonostante la sua esclusione, Ibrahim ha scritto un articolo sul Washington Post per sottolineare la straordinarietà dell’evento. Qualche settimana dopo, a Beirut, cinquanta associazioni della società civile hanno organizzato un’altra conferenza sulla riforma e sui diritti umani che si è conclusa con una richiesta formale ai dittatori arabi di attuare quei punti della dichiarazione di Alessandria che riconoscono il diritto a un governo rappresentativo e alle piene garanzie di libertà politica, di pensiero, di religione e di associazione.
Per la prima volta in più di mezzo secolo, e per effetto della rivoluzione bushana innescata dagli attacchi dell’11 settembre, dice l’esule iraniano Amir Taheri, "il discorso politico nel mondo islamico è dominato in modo sempre crescente dal lessico democratico". Taheri riconosce le difficoltà e ammette che "le élite di governo possano usare tutto questo gran parlare di democrazia come una tattica per resistere alla tempesta creata dagli eventi in Afghanistan e in Iraq, per poi, infine, tornare ai loro ben sperimentati metodi di governo violenti e corrotti. Ma i cinici, spesso, hanno torto".
7 Maggio 2004