Camillo di Christian RoccaRE: NO SUBJECT di Christian Rocca & Luca Sofri

Caro Christian, tu non sai quanti alibi alla regressione infantile – come se ce ne mancassero – siano offerti dal mettersi in casa dei bambini ulteriori. La mia è una dritta, avvisato. Dopo aver ricomprato tutta la serie di Lucky Luke e aver organizzato visioni familiari di Butch Cassidy, adesso ho scoperto che sono stati ripubblicati in Italia i libri dei Moomin, una specie di Barbapapà finlandesi (Odino mi fulmini per questa definizione) il cui culto mi fu tramandato dalla zia di turno. Tra l’altro, allora la cultura scandinava prevaleva, tra Vacanze all’isola dei gabbiani ed Emil: altro che questi dannati musi gialli. Se trovo un Pokemon per strada, lo schiaccio con la macchina.

Caro Luca, non so di cosa tu stia parlando, la mia è una dritta – avvisato. Peraltro mi avevi detto che il nuovo disco di David Byrne è bellissimo, e invece è così così, c’è qualche bella canzone, molte insignificanti e un paio dove canta in un italiano imbarazzante una romanza di Giuseppe Verdi. Sembra Bocelli. Capisco che tu ti sia emozianato al secondo brano, ma quello è un pezzo dei Lambchop. Ti consiglio, invece, un altro disco di Byrne, quello di un paio di mesi fa. E’ la colonna sonora del film Young Adam (di cui non so niente), ma la musica è fantastica, ci sono i Delgados e i Mogwai
Ah, ultima notizia: a settembre inizia il farewell tour del tuo amico Phil Collins, il curatore fallimentare della musica dei Genesis. Io vado. Se lo trovo per strada, lo schiaccio con un yellow cab.

Caro Christian, dissento. Il disco di Byrne è molto bello, e la sua performance su “Un dì, felice, eterea, mi balenaste innante…” meno peggio di Mick Jagger quando cantava “Con le mie lacrime” o di “Ragazzo solo, ragazza sola” di Bowie. Invece del cab, là dove sei, vedi se c’è un ferry che ti porti a Hart Island, che sta tra il Bronx e Long Island. È un posto spettrale e affascinante, un’isoletta che fu carcere, cimitero, ospedale, e ora è una specie di reliquiario abbandonato dei suoi tempi che furono e dei dimenticati che la abitarono. L’avevano usata per un film di qualche anno fa con Michael Douglas, e ho scoperto un bel libro che la racconta a una mostra londinese di un fotografo che si chiama Joel Sternfeld. Va’, e scrivine per GQ.

Caro Luca, non posso. Mi è capitata una cosa e da allora non riesco più a uscire dal mio quartiere senza prendere le dovute precauzioni. Ti spiego. Ho comprato una radio sveglia Tivoli, una figata pazzesca, pur sapendo che in Italia non la potrò far funzionare per il diverso sistema elettrico che c’è qui. Allora ho comprato un trasformatore, o come diavolo si chiama, che converte i 120 volt in 220 volt o viceversa. Non ci capisco niente, e infatti l’ho comprato sbagliato. Ma non è questo il motivo per cui non esco più dal quartiere. Il motivo è che la garanzia di 90 giorni del convertitore “non copre i danni o i mancati funzionamenti causati da atti di Dio”. Testuale. E’ una disdetta, specie se la notizia giungesse all’orecchio di Mel Taleban Gibson. A proposito, ci sono novità sulla passione tra Katia & Carolina?

Caro Christian, non per buttarti giù, ma guarda che le radio Tivoli le vendono pure in Italia da un pezzo. Ce l’ha perfino Gad Lerner, a casa. Di Katia e Carolina non so, il Grande Fratello non è più di culto presso noi raffinati intellettuali da quando tu hai smesso di scriverne sul Foglio. Ho ripiegato sulla lettura dell’ultimo Grisham, ennesimamente ricalcato sui precedenti ed ennesimamente avvincente. Stavolta c’è solo una caduta in più: per raccontare di immigrati italiani in Tennessee l’autore si è informato male, e così ha battezzato una ragazza Carlota, con una ti sola. Ma questo è il meno, il peggio è Nicola: una signora arrivata laggiù da Bologna, con questo tipico nome da signora italiana. Intanto, ho scoperto che Hart Island è off limits al pubblico: ma tu di’ che sei di GQ.

Caro Luca, l’altro giorno sul New York Times c’erano due pagine sul cheese cake, il dolce che gli ebrei in fuga da Hitler esportarono in America (sono certo che se gli israeliani bombardassero i palestinesi di cheese cake, quelli col cavolo che avrebbero ancora voglia di Generale kamikaze). Le migliori si trovano a Brooklyn ma io sono andato da Strip House, un ex bordello che oggi è un meraviglioso ristorante coi velluti rossi, la luce bassa e le foto delle donnine nude degli anni Trenta. Immaginati una steak house gestita da Giampiero Mughini e capirai. La fetta di cheese cake era alta 13 centimetri, larga 9 e batteva bandiera libanese. Ne ho mangiato fino allo sfinimento, poi mi sono fatto preparare una doggy bag e l’ho portata a casa con il taxi. L’indomani è stata il mio pranzo, poi il mio dolce per cena. Due giorni dopo ci ho pranzato ancora. Ora, sshh, che sta riposando.

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