Camillo di Christian RoccaSull'Iraq non abbiamo sbagliato, dicono i falchi di sinistra

Milano. Negli Stati Uniti esiste una sinistra liberal, ferocemente all’opposizione di George Bush, che ha sostenuto con forza le ragioni della guerra in Iraq e che non ha timore di continuare a sostenerla adesso che gli auspici di Washington si sono scontrati con la realtà, con la brutalità dei terroristi, con il fiero nazionalismo iracheno e con l’influenza islamista delle nazioni confinanti.
I giornali italiani hanno fatto finta di non vedere questa sinistra americana, invece c’era, ed era rumorosa, attenta, competente e prodiga di consigli, per la maggior parte inascoltati, all’Amministrazione Bush. Un anno dopo, con la situazione irachena in bilico tra la guerra e l’avvio della democrazia, la rivista neoliberal New Republic, sostenitrice dell’intervento, ha chiesto ad alcuni di loro, oltre che a un paio di conservatori indipendenti, di rispondere a una domanda: "Ci siamo sbagliati?". Nel numero in edicola oggi rispondono Thomas Friedman, colonna del New York Times, Paul Berman, autore di Terrore e Liberalismo, Fareed Zakaria, direttore di Newsweek international, Anne Applebaum, editorialista del Washington Post e Pulitzer per il libro "Gulag", Fouad Ajami, Kenneth Pollack, specialista di Iraq nelle Amministrazioni Clinton, Martin Peretz, Peter Beinart e Leon Wieseltier, firme di New Republic, il senatore democratico Joe Biden e John McCain, il senatore repubblicano che John Kerry avrebbe voluto al suo fianco.
New Republic si era schierato a favore della guerra per due ragioni, una strategica e una morale. Quella strategica si è dimostrata sbagliata perché il timore che Saddam potesse dotarsi di una arma nucleare si è rivelata una minaccia non così urgente da giustificare una guerra. New Republic, così come gli altri intervenuti a questo dibattito, non accusa Bush di aver voluto ingannare l’America. Resta la ragione morale, la stessa avanzata per gli interventi in Bosnia e Kosovo. Fermare i dittatori e i genocidi, scrive New Republic, provoca sempre effetti benefici, come dimostra l’allargamento a Est dell’Unione europea che non ci sarebbe stato senza lo stop armato imposto al regime serbo. Nei posti dove l’America non è intervenuta, come in Ruanda, la politica del genocidio è invece diventata la prassi della regione. Secondo New Republic la guerra in Iraq ha avuto costi ben più alti di quelli immaginati, peggiorati dallo scandalo delle torture e dagli errori dell’Amministrazione. Ma ora le chiavi del nuovo Iraq sono nelle mani degli iracheni, i quali sono liberi di discutere e di pretendere la democrazia. L’Ayatollah Sistani non accusa l’America di aver voluto imporre la democrazia, ma di non averla portata prima. Nel mondo arabo, grazie all’intervento americano, ora si discute di democrazia, si redigono appelli ai regimi, si chiedono diritti, si convocano manifestazioni.
Thomas Friedman non ha mai creduto che Saddam avesse le armi e non considerava quello il motivo razionale per invadere l’Iraq. Credeva, e crede ancora, nella politica del regime change e della trasformazione democratica del medio oriente, perché la minaccia principale per l’America è il "popolo di distruzione di massa", quella micidiale arma prodotta dalle politiche oppressive dei dittatori arabi. Tesi simile è quella di Paul Berman, il quale però nota la distonia tra le splendide ma tardive parole di Bush sulla democrazia e il modo di condurre la guerra. Berman non condivide l’arroganza contenuta nella Strategia sulla sicurezza nazionale, l’indifferenza per la battaglia delle idee e non capisce per quale motivo Bush non abbia giustificato l’intervento in Iraq con la stessa retorica morale usata dai clintoniani ai tempi del Kosovo. Berman, se possibile, è ancora più duro con la sinistra che non capisce che questa è una guerra antitotalitaria, con i zapateristi che hanno abbandonato il vecchio motto antifascista del "no pasaran" per un vergognoso "sì pasaran".
Fareed Zakaria e Ken Pollack hanno un approccio più realista il primo e più scettico il secondo. Continuano a pensare che sia stata una guerra giusta, rovinata dalla cattiva gestione ideologica e "al risparmio" e complicata dagli errori del dopoguerra. Zakaria spiega perché l’Iraq c’entra con al Qaida: "Le cause originarie del terrorismo islamico si rintracciano nelle politiche del medio oriente, dove fallimenti e repressione hanno prodotto fondamentalismo e violenza. L’Islam politico è cresciuto come alternativa mistica alla miserabile realtà delle dittature laiche che dominano il mondo arabo".
Il senatore John McCain rivoterebbe per la liberazione dell’Iraq, specie ora che ha visto con i suoi occhi le fosse comuni a Hilla, dove 10 mila iracheni furono uccisi legati uno con l’altro per risparmiare le pallottole. Il democratico Joe Biden dice, invece, di aver votato la guerra solo per disarmare l’Iraq e non per cambiare regime (dimentica però che la risoluzione approvata parlava esplicitamente anche di cambio di regime). Non aver trovato le armi, insieme agli errori e all’unilateralismo di Bush, ha messo in dubbio l’intera missione. Ma il senatore è altrettanto preoccupato che il fallimento iracheno possa contribuire a peggiorare la sindrone del Vietnam che affligge una buona parte del partito democratico e che si concretizza nella mancanzaa di fiducia nell’uso della forza e del potere americano.
Anche Anne Applebaum è delusa dai bushiani, ai quali aveva fatto fiducia proprio perché si trattava dello stesso team che aveva affrontato e vinto, con Ronald Reagan, la guerra fredda. Ma quella guerra non fu vinta soltanto con lo scudo stellare e le armi, piuttosto con il piano Marshall, con l’Alleanza Atlantica, con le organizzazioni del commercio, con le radio libere: "L’islam radicale è come il comunismo, un’ideologia che potrà essere sconfitta solo quando i moderati abbandoneranno i radicali". Bush non ha puntato sul dialogo con il mondo arabo, non si è mai davvero impegnato a finanziare tv e radio per far circolare idee e creare dibattito nella regione. "Niente però è irreversibile", dice Applebaum, specie se si ricordano le parole di Chu En Lai, il quale alla domanda su cosa pensasse, duecento anni dopo, della rivoluzione francese rispose: "E’ ancora troppo presto per dirlo".

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