Camillo di Christian RoccaIl programma di Kerry/1 (La politica estera e di sicurezza) – I democrats presentano la Piattaforma e spiegano che il first strike è utile

John and John, Kerry ed Edwards, i due sfidanti della coppia in carica George Bush e Dick Cheney, ora hanno il loro programma ufficiale, The Democratic Platform for America, che sarà presentato lunedì alla convention del partito Democratico di Boston. Nella tradizione politica anglosassone il programma di governo è un documento serio, rispettato, vincolante, redatto da una commissione apposita che sottopone il testo definitivo ai delegati per l’approvazione finale, solitamente durante il secondo giorno della convention. In Inghilterra, per consuetudine, il premier eletto è addirittura costretto a indire nuove elezioni qualora volesse stravolgere i contenuti del "Manifesto" sul quale ha chiesto il consenso ai cittadini. La Piattaforma di Kerry ed Edwards, coordinata dal governatore dello Iowa Tom Vilsack, dunque è un documento fondamentale per capire che America ci dovremo aspettare se Kerry il 2 novembre sconfiggerà Bush.
Il testo è composto di 37 pagine, è aperto da un preambolo e chiuso da una dichiarazione di intenti, "A strong American Community", ed è articolato intorno a tre grandi temi: la politica estera e di difesa, l’economia, la società americana.
Il Foglio ha più volte raccontato, attraverso interviste a esperti e all’analisi dei discorsi di Kerry, come la politica estera americana, la gestione dell’Iraq e la guerra al terrorismo non cambierebbero granché se Bush fosse sconfitto e sostituito da un presidente Democratico. La lettura della Piattaforma conferma questa tesi e ribadisce che l’unica differenza sarebbe di tono, di paziente e ottimista ricerca di alleanze internazionali più ampie di quelle create da Bush. Per il resto, specie riguardo ai rapporti con l’Arabia Saudita e la Corea del Nord e sul ruolo dell’esercito americano, l’atteggiamento di Kerry è finanche più falco di quello dei bushiani. Ma c’è di più: il programma di Kerry ed Edwards, entrambi favorevoli alla guerra in Iraq, dice chiaramente che se fosse necessario il presidente Democratico non escluderebbe l’opzione del "primo colpo", di un attacco preventivo, tutt’altro. Il programma Democratico accusa la dottrina Bush di aver allontanato alcuni dei tradizionali alleati americani ma dice che "la vittoria nella guerra al terrorismo richiede una combinazione di determinazione americana e di cooperazione internazionale, richiede l’abilità e la buona volontà di ordinare azioni militari immediate ed efficaci quando sia possibile la cattura o la distruzione di gruppi terroristici e dei loro leader". Il documento affronta anche casi concreti e spiega che l’obiettivo sarà sempre e comunque quello di "difendere l’America da un attacco". Per cui "il mondo deve sapere che prenderemo ogni misura possibile per difenderci contro la possibilità di un attacco con armi non convenzionali. Se un attacco del genere apparisse imminente, noi faremmo ogni cosa necessaria per fermarlo. Se un attacco di questo tipo si verificasse, noi risponderemmo con forza schiacciante e devastante".

"Non attenderemo la luce verde dall’estero"
La Platform aggiunge che la guerra dovrà sempre essere l’ultima opzione, da utilizzare solo qualora fallissero tutti gli altri tentativi, ma è la stessa identica cosa che dice, e che ha fatto, Bush. La differenza è minima, limitata al diverso grado di fiducia che Bush e Kerry ripongono sugli alleati, in realtà sulla Francia e sulle Nazioni Unite. Kerry sostiene, infatti, che gli attacchi preventivi talvolta sono necessari, ma sarebbe meglio farli in compagnia, non da soli: "Dobbiamo costruire e guidare un consenso internazionale per un’azione preventiva e tempestiva per fermare e mettere al sicuro le armi di distruzione di massa esistenti e il materiale necessario a fabbricarne altre". Kerry punta molto sul gioco di squadra con gli alleati, ma non fino al punto di dover chiedere loro il permesso nel caso fosse necessario agire. Si legge, infatti, sul suo programma: "Con John Kerry comandante in capo non attenderemo mai la luce verde dall’estero quando in gioco ci sarà la nostra sicurezza, ma dobbiamo arruolare coloro il cui sostegno è necessario per una vittoria definitiva". Kerry e i Democratici, però, non forniscono dettagli su come si comporterebbero qualora, come è accaduto a Bush, alcuni alleati non condividessero la medesima necessità di agire.

(segue dalla prima pagina) La Piattaforma di governo del partito Democratico parla chiaro: il presidente John Kerry non sarà una colomba, come si aspettano alcune cancellerie europee. Eppure il senatore non riesce a convincere gli americani, per i quali resta il classico liberal del Massachusetts. L’opinionista del Washington Post, E. J. Dionne Jr., spiega questo fenomeno con la teoria del "pappamolle Democratico", la sindrome che colpisce quei centristi sempre alla ricerca affannosa di un autoposizionamento da leader tosti e forti. Chi è ossessionato da questa cosa, ha scritto Dionne, non apparirà mai come un duro, così come chiunque insista sul ruolo salvifico delle Nazioni Unite sembrerà sempre come un leader debole e inefficace.
Il preambolo del documento ricorda che "siamo stati attaccati sul nostro territorio" e spiega come Bush non stia rispondendo in modo adeguato alle grandi sfide cui l’America deve far fronte. Kerry ed Edwards, invece, hanno "una nuova idea dell’America, forte in patria e rispettata all’estero". "Stronger at home, respected abroad" è infatti lo slogan della convention di Boston, l’America in cui credono Kerry ed Edwards, "l’America per la quale ci battiamo. L’America che costruiremo insieme – una nazione, sotto Dio, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti".
Nel testo c’è una novità anche rispetto al tema dell’esportazione della democrazia. Ultimamente Kerry aveva evitato di parlarne, fino ad escludere che l’esportazione della democrazia possa essere una priorità della sua Amministrazione. Piuttosto, aveva detto Kerry in una recente intervista al Washington Post, l’obiettivo da perseguire è quello della "stabilità". Alcuni analisti liberal hanno cominciato a definire "kissingeriana" la svolta impressa da Kerry alla sua strategia di politica estera. Ora, nella Platform, Kerry spiega invece che l’idea di "difendere e promuovere la libertà in giro per il mondo" è alla origine stessa della nascita dell’America, "un’America rispettata e non solo temuta".
Gli obiettivi della sua presidenza, dunque, saranno "gli stessi di sempre: proteggere il nostro popolo e il nostro modo di vivere, aiutare a costruire un mondo più sicuro, più pacifico, più prospero, più democratico". Per fare ciò, si legge nel documento dei Democratici, "per prima cosa c’è da vincere la guerra al terrorismo, poi fermare la diffusione delle armi nucleari, biologiche e chimiche e, terzo, promuovere la democrazia e la libertà in giro per il mondo, cominciando da un Iraq pacifico e stabile". Parole che nessuno si stupirebbe di ascoltare in bocca al più perfido dei neoconservatori. Continua il documento di Kerry: "Sappiamo che promuovere la democrazia, i diritti umani e lo stato di diritto è vitale per la nostra sicurezza di lungo periodo. Gli americani saranno più sicuri in un mondo di democrazie. Lavoreremo con le persone e le organizzazioni non governative che in giro per il mondo si battono per la libertà. Ristabiliremo la credibilità e l’impegno dell’America come forza per la democrazia e per i diritti umani, a partire dall’Iraq".

Un Alto Commissario
Sull’Iraq oggi Kerry non ha dubbi, non crede che a Baghdad ci sia il disastro, non pensa che sia il Vietnam del deserto. Può ancora diventarlo, però. Per evitare che accada la soluzione proposta non è il ritiro delle truppe ma l’invio di altri uomini, meglio equipaggiati, anche se in questo caso Kerry ed Edwards dovranno spiegare perché votarono contro i 67 milioni di dollari stanziati da Bush per finanziare la missione militare. Altre risorse, si legge sul programma, dovranno essere trovate internazionalizzando sia politicamente sia militarmente la campagna irachena, anche attraverso il coinvolgimento della Nato e la nomina di un Alto commissario che aiuti il governo iracheno nel cammino verso la democrazia. Kerry è certo di riuscire a convincere la Francia e gli altri paesi che fin qui hanno sempre detto di no alle medesime richieste di Bush. "Non è una aspettativa realistica", ha scritto la settimana scorsa in una lunga inchiesta il New Yorker citando diplomatici europei: "I leader europei certamente darebbero il benvenuto a un cambio di presidente, ma anche loro hanno elezioni a cui pensare, e non è certo che siano pronti a fare un sacrificio così grande solo per il nuovo uomo".
La Platform individua i quattro pilastri della politica di sicurezza nazionale dei Democratici: lanciare una nuova era di alleanze internazionali per il mondo post 11 settembre; modernizzare l’esercito, aggiungendo 40 mila uomini e raddoppiando il numero delle Forze speciali; utilizzare al meglio "la diplomazia, i servizi segreti, il potere economico e l’attrazione che esercitano i valori e le idee americane" e, infine, fare in modo che l’America non dipenda più dal petrolio mediorientale. Kerry e i suoi smontano la tesi in voga in Europa per cui la lotta al terrorismo riguarda esclusivamente al Qaida e la cattura di bin Laden: "Questa guerra non è una caccia all’uomo. Non potremo riposarci finché Osama sarà catturato o ucciso, ma quel giorno segnerà soltanto una vittoria nella guerra al terrorismo, non la sua fine". Secondo Kerry, dunque, Bush ha sbagliato tutto, anche se "ora sta seguendo le proposte avanzate da oltre un anno da molti Democratici". Un modo come un altro per dire che lui, nonostante l’aura aristocratica del Massachusetts, avrebbe agito come il cowboy del Texas. (1. continua)

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