Camillo di Christian RoccaModerati e uniti, ma sono loro stessi a non crederci

Boston. Al terzo giorno di convention democratica è scattata l’ora del candidato vicepresidente, John Edwards. E’ lui quello che piace, il candidato brillante che riesce a scaldare i cuori dei democratici. Il suo è un messaggio positivo, che guarda al futuro, sulla linea del discorso chiave di questo congresso, il keynote speech tenuto martedì notte dalla nuova star del partito, Barack Obama. L’obiettivo è proprio questo, mostrare agli americani che i democratici non sono un partito di teste matte di sinistra incapaci di difendere con vigore gli interessi e il popolo americano. Barra al centro, dunque. Puntare su un’America più forte e dimostrare serietà e responsabilità.
Gli attacchi al presidente sono stati pochi e tutto sommato deboli, anche se i repubblicani sostengono che sul palco del Fleet Center non si sia parlato d’altro. La guerra in Iraq è quasi assente e gli oratori preferiscono criticare Bush sui posti di lavoro perduti e sulle mancate riforme sanitarie piuttosto che sulla guerra in Iraq, tema che resta sullo sfondo. Le parole grosse riguardano il Patriot Act, peraltro votato sia da John Kerry sia da Edwards. Solo Jimmy Carter e Ted Kennedy hanno detto che il presidente ha ingannato il paese.
I riferimenti alla guerra sono indiretti, cauti, e sempre seguiti dai ringraziamenti alle truppe in Iraq e dall’affermazione, evidentemente sfuggita al diarista dell’Unità Piero Fassino, che l’impegno in medio oriente non si fermerà in caso di elezione di Kerry, anzi sarà rafforzato. L’errore di Bush, ha detto Obama, è stato l’aver mandato in Iraq un numero insufficiente di soldati. Nessuno dice la parola "pantano" o "disastro" o "fallimento" a proposito dell’Iraq e per essere certi che nessuno lo faccia c’è una squadra di mastini di Kerry che con matita blu controlla parola per parola i testi degli oratori. Nessuno fin qui ha ancora pronunciato, nemmeno per sbaglio, la parola "liberal", nonostante siano già intervenuti Kennedy, Howard Dean, Jimmy Carter, Jesse Jackson. John Kerry non vuole commettere l’errore commesso dal suo predecessore, Michael Dukakis, sconfitto nel 1988 anche perché rivendicò di essere un liberal duro e puro. L’etichetta liberal agli americani ricorda debolezza e scarsa dimestichezza con i temi della sicurezza e della difesa. La convention, con tutti gli accenti sulla sicurezza e i mille ricordi bellici di Kerry, punta a dimostrare come il candidato democratico sia il miglior comandante in capo possibile in circolazione. Kerry dovrà riuscire a convincere gli americani su questo ma sarà dura, ha scritto ieri mattina in prima pagina il New York Times.
Il partito sembra unito in questo sforzo, anche se qua e là si avvertono le crepe. Se si parla direttamente con i delegati i toni sono molto più duri sia sull’Iraq sia su Bush. C’è una vociante base che non è contenta di questa linea moderata, ma sembra consapevole che non ci sia altra strada. Howard Dean, per esempio, è stato buonino sul palco del Fleet Center. Non ha urlato, non ha fatto il pacifista a oltranza, ma è sembrato a disagio, distaccato, come se volesse sottolineare e far vedere ai suoi di essere stato costretto a parlare così.
Il reverendo Al Sharpton, a proposito dell’intervento di ieri notte, ha detto che sa quale sia il messaggio di questa convention. "Certo ­ ha aggiunto ­ devo anche tenere conto della mia base". Dennis Kucinich, il più antagonista tra i candidati democratici sconfitti da Kerry alle primarie, usa le parole forti fuori dalla sala e nei mille incontri collaterali che si tengono in giro per la città, il più importante dei quali avrà luogo alla fine della convention e vedrà riuniti tutti i big pacifisti del partito. Ma anche le parole di Kucinich sono sempre accompagnate dall’invito all’unità e a non disperdere nessun voto: "Non mi interessa chiedere a Kerry di spiegare perché ha votato a favore della guerra, la responsabilità è di Bush, questa è la guerra di Bush". Anche Tom Hayden, il leader del ’68 americano che guidò la protesta anti Vietnam durante la convention democratica di Chicago di quell’anno, oggi invita alla calma e a votare senza esitazioni Kerry, nonostante tutte le riserve che i liberal hanno su di lui. L’obiettivo è sconfiggere Bush, dice anche Michael Moore. Solo Ralph Nader resta convinto che si tratti di pura ipocrisia: Bush e Kerry sono uguali, dice. E ieri, tentando di ottenere un accredito per entrare al Fleet Center, ha cercato di dirlo direttamente ai delegati democratici.

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