Camillo di Christian RoccaQuando Michael Moore censurò Paul Berman

Michael Moore non odia soltanto George W. Bush e i suoi "stupidi uomini bianchi", farebbe a fettine anche Paul Berman, l’autore dell’articolo pubblicato qui sopra. Il regista Moore è stranoto e strapremiato, ma i lettori del Foglio ormai conoscono bene anche Berman, il saggista di sinistra che ha scritto "Terrore e Liberalismo", il libro sull’ideologia politica che sostiene sia i fondamentalisti islamici sia i regimi cosiddetti laici del Medio Oriente. Berman è uno col curriculum di sinistra senza pecche: esponente della New Left americana, studioso del Sessantotto, ha scritto per riviste antagoniste come Mother Jones e per giornali liberal come New Republic, Dissent, New York Times Magazine e Los Angeles Times. Berman non ha votato né voterà Bush ma, con altri intellettuali della sinistra americana spesso ignorati dalla stampa italiana, e con Tony Blair, crede che sia stato un bene, soprattutto per gli iracheni, l’intervento che ha cambiato il regime dittatoriale di Saddam. Fa parte, insomma, di quella sinistra liberale e non ideologica che sta agli antipodi rispetto al casarinismo disobbediente di Michael Moore. Moore, infatti, lo odia.
La storia è questa. Alla fine del 1985 la più popolare tra le riviste della sinistra americana, "Mother Jones", inviò Paul Berman in Nicaragua per fare un lungo reportage sulla gloriosa (per la sinistra radicale) rivoluzione sandinista. Berman soggiornò a lungo a Managua e girò il paese. La lunga inchiesta fu pronta nel 1986 e fu uno shock per la sinistra americana che vedeva nei rivoluzionari di Daniel Ortega un’alternativa possibile al capitalismo reaganiano di quegli anni. "Avevo semplicemente scritto ­ dice oggi Berman al Foglio ­ che i sandinisti erano antidemocratici". Aggiunse che erano leninisti, che violavano i diritti umani e che non erano in grado di governare l’economia. Insomma, cose che nessun oggi contesta più, probabilmente neanche Ortega.
Mentre Berman era in Nicaragua, però, successe una cosa. La proprietà di Mother Jones, giornale di San Francisco che deve il nome alla sindacalista socialista Mary Harris (Mother) Jones che morì nel 1930 all’età di 100 anni, assunse un nuovo direttore, un trentaduenne proveniente dal Michigan Voice, un mensile antagonista di Flint, cittadina, appunto, del Michigan. Era Michael Moore.
Quando il neodirettore Moore lesse l’articolo di Berman pronto per essere stampato decise di censurarlo, non lo pubblicò, perché sarebbe stato "un regalo a Reagan", il presidente impegnato a contrastare l’Impero del Male ovunque, anche nel cortile di casa, non solo in Europa dell’est. Successe il finimondo, dopo la censura dell’articolo. Scoppiò una lite furibonda tra Moore e l’editore e la vicenda divenne un caso nazionale. Finì che, nel settembre del 1986, quattro mesi dopo l’assunzione, Moore fu licenziato. Cinque giorni dopo essere stato cacciato, Moore fece una causa da 2 milioni di dollari al giornale. L’articolo di Berman uscì a novembre.
Moore si vendicò scatenando una campagna di insulti e accusando Berman di non aver alcun titolo per valutare la situazione in Nicaragua anche perché, diceva Moore, Berman non parlava spagnolo. Ovviamente era falso, come false sono la gran parte delle cose che Moore dice di Bush, tanto che Berman gli rispose su un giornale direttamente in spagnolo. "Capii che era un bulletto, un demagogo, un ignorantone che usava metodi stalinisti, pur non essendo sofisticato come i peggiori vecchi stalinisti sapevano essere ­ dice Berman al Foglio ­ Ma aveva talento e riuscì a scatenare una crociata. Ho riso molto quando si è lamentato che qualcuno stava cercando di censurare il suo film detto da uno che aveva censurato il mio articolo". Naturalmente non c’è mai stato pericolo che "Farheneit 9/11" venisse bloccato. Era solo uno dei tipici colpi di marketing di Michael Moore, l’alfiere della stupid white left.

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