Camillo di Christian RoccaDocumentari contro Bush

New York. La via documentaristica alla destituzione di George W. Bush passa dal Cinema Village di Manhattan, ritrovo per cinefili radical chic di New York. Coda, cassa, biglietto e due spiegazioni contraddittorie sulla sanguinosa guerra in Iraq. Nella sala di destra c’è "Bush’s Brain", il cervello di Bush, ovvero Karl Rove, un documentario che spiega come l’avventura in Mesopotamia sia opera esclusiva dello stratega elettorale della Casa Bianca, perché, secondo Rove, il presidente aveva bisogno di un bel conflittone armato, non importa dove, per balzare in testa ai sondaggi. Armi di distruzione di massa, democrazia in medio oriente, Al Qaida, dottrina del primo colpo sono tutte balle: la guerra in Iraq è uno dei tanti "sporchi trucchi" cui ci ha abituati Karl Rove nella sua carriera di cinico consulente elettorale.
Chi, invece, alla cassa di quello stesso cinema ha comprato il biglietto per il film in proiezione nella sala di sinistra, "Hijacking Catastrophe", trova la stessa premessa ma uno sbocco opposto: Karl Rove non viene neppure citato, e la guerra non è stata preparata durante questo mandato per rivincere le elezioni, ma è stata programmata negli anni della presidenza di Bush senior. Un progetto che fu rinviato a causa della vittoria di Bill Clinton, dice la voce narrante, dimenticandosi che fu proprio Bush padre a lasciare Saddam al suo posto e poi a suggerire al figlio di non avventurarsi in Iraq. Per "Hijacking Catastrophe" il cattivone, il cervello di Bush, questa volta non è Rove ma Paul Wolfowitz, e con lui la sua cricca di ebrei neocon, più volte paragonata ai nazisti. Il cambio di regime a Baghdad è stato preparato quattordici anni fa per dominare il mondo attraverso il controllo delle risorse petrolifere. Ma, attenzione: non solo l’Iraq, anche l’Afghanistan. Secondo il documentario anche la guerra ai talebani non aveva nulla a che fare con il terrorismo, ma piuttosto con il progetto imperialista dei neocon. Sì, anche l’Afghanistan. C’è di più. Il documentario lascia intendere che dietro alla catastrofe dell’11 settembre ci possano essere loro, i neoconservatori. La prova starebbe in un documento neocon, preparato dopo il crollo del comunismo, secondo cui l’America avrebbe dovuto restare in guardia e usare la sua forza e i suoi principi di libertà per prevenire la nascita di un nuovo rivale capace, magari, di provocare "un’altra Pearl Harbor". Alle parole "un’altra Pearl Harbor" si sono alzati grandi "oohhh" di stupore, seguiti da applausi a scena aperta quando uno degli intervistati ha detto che i neocon andrebbero processati e condannati. Cioè quella che fu un’analisi corretta di quanto sarebbe potuto accadere, e poi infatti accadde, nel film diventa la prova del complotto per dirottare la catastrofe, la politica estera, il cervello di Bush, qualsiasi cosa. Le fonti sono i soliti Noam Chomsky e molti altri, tra cui la nuova star del Comune di Roma, Benjamin Barber.
Sono tesi che i giornali di tutto il mondo ripetono da tre anni, tutt’altro che opinioni carbonare. Eppure questi documentari a senso unico vengono presentati come controinformazione e alternativa al pensiero unico che guiderebbe i media. C’è anche un terzo documentario, "Outfoxed" (di cui Il Foglio ha scritto l’8 settembre), dove si spiega che la guerra è un affare per l’impero di Rupert Murdoch. Non c’è solo Michael Moore, dunque. Ma almeno il regista di "Fahrenheit 9/11" non vuole che il suo film agli Oscar partecipi nella categoria dei documentari.

Il governatore stupido di "Silver City"
Nel fronte cinematografico contro Bush c’è anche un film in uscita nei prossimi giorni, "Silver City". Racconta di un governatore del Texas stupido, gaffeur, incapace di parlare e manovrato da un potentissimo e perfido stratega elettorale. Il regista, John Sayles, dice esplicitamente che il personaggio è ispirato a Bush. E’ finita? No non è finita. Anche il rock è sceso in campo, e non solo con i concerti di Bruce Springsteen. I Rem stanno per fare uscire un album interamente dedicato alla guerra al terrorismo di Bush, mentre Steve Earle, una specie di Springsteen però comunista, ha appena pubblicato "The revolution starts now", chiamata alle armi contro Bush, la sua guerra e le sue politiche economiche che favoriscono le assunzioni all’estero. Uno dei brani si intitola "Condi, Condi", un altro spiega che sia il marine inviato in Iraq sia il kamikaze mandato a uccidere innocenti sono vittime degli stessi signori della guerra.
Poi c’è la saggistica anti Bush, ultimamente in ribasso visto il grande successo del libro anti Kerry dei reduci del Vietnam. Nelle librerie è l’ora dei saggi anti Bush ma molto chic. Uno l’ha scritto l’elegante direttore di Vanity Fair, Graydon Carter, "What we’ve lost", con contumelie a non finire. Un altro, "Bushworld", è della perfida signora del New York Times, Maureen Dowd. Infine, l’ultimo, vira sul gossip fino a scrivere che Bush sniffava cocaina a Camp David. "The Family"è scritto dalla screditata biografa di Nancy Reagan, Kitty Kelley. La sua fonte, l’ex cognata di Bush, ha già smentito. Nonostante lo sforzo artistico però i sondaggi svelano che gli americani preferiscono Bush.

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