Camillo di Christian RoccaLa Nato in Iraq mette d'accordo Kerry, Bush, l'Onu, i realisti e i neocon

New York. Chi vuole e chi no l’invio di un contingente militare della Nato in Iraq per proteggere il percorso democratico di Baghdad e addestrare il nuovo esercito locale? Nella casella di sinistra, quella dei favorevoli, ci sono sia il presidente americano George Bush sia il suo sfidante democratico John Kerry. Entrambi sono convinti che la Nato possa dare un contributo alla pacificazione dell’Iraq. Kerry, addirittura, ne ha fatto un pilastro centrale del suo piano in quattro punti per vincere la pace.

Con loro, tra i favorevoli alla presenza della Nato in Iraq, ci sono anche l’Onu e il premier provvisorio di Baghdad, Iyyad Allawi. Nella casella di destra, quella dei contrari a un coinvolgimento dell’Alleanza atlantica, c’è Jacques Chirac, al quale pochi giorni fa è stato strappato un timido "sì" all’utilizzo di 300 uomini Nato per addestrare l’esercito iracheno. A questa decisione il presidente francese ha fatto seguire la seguente dichiarazione: "La politique française a l’égard de l’Iraq n’a pas changé et ne changera pas", la politica francese sull’Iraq non è cambiata, né cambierà.
Le parole di Chirac sono state pronunciate proprio mentre John Kerry spiegava all’Università di New York il suo nuovo piano per l’Iraq, che si basa essenzialmente sulle sue capacità di riuscire a convincere la Francia, e gli altri alleati, a intervenire nel conflitto mediorientale. Gli editorialisti dei giornali americani, anche quelli più vicini a Kerry, sono scettici su questa possibilità e le parole di Chirac confermano i dubbi. Tanto più che mentre per Bush il coinvolgimento Nato servirebbe a rafforzare le nuove istituzioni irachene, per Kerry sarebbe finalizzato alla sostituzione delle truppe statunitensi e alla condivisione con gli alleati del peso e dei costi umani ed economici della missione. "Il presidente deve arruolare migliaia di qualificati addestratori dai paesi nostri alleati, specialmente da quelli che non hanno truppe in Iraq ­ recita il piano di Kerry ­ e deve fare pressioni sui nostri alleati della Nato perché aprano centri di addestramento di soldati iracheni nei loro paesi".
Sarà dura, però, convincere Chirac. Anche perché, fin qui, la sua Francia ha già più volte detto di "sì" alle richieste anglo-americane e delle istituzioni internazionali, salvo poi non rispettare gli impegni. Al vertice Nato di Istanbul del 28 e 29 giugno scorso, per esempio, è stata approvata una dichiarazione che impegnava i 26 capi di Stato e di governo a un "pieno sostegno all’indipendenza, alla sovranità, all’unità e all’integrità territoriale della Repubblica dell’Iraq e al rafforzamento della libertà, della democrazia, dei diritti umani, dello Stato di diritto e della sicurezza di tutto il popolo iracheno". Pieno sostegno che la Francia non ha mai fornito. I 26 capi di Stato e di governo della Nato hanno dichiarato di essere "uniti nel sostegno al popolo iracheno e nell’offrire la piena cooperazione al nuovo governo provvisorio sovrano per cercare di rafforzare la sicurezza interna e di preparare la via alle elezioni nazionali del 2005". Sembrano le parole dell’appello che il Foglio ha lanciato in questi giorni, ma l’opposizione di Parigi ha impedito che il documento dell’Alleanza atlantica venisse rispettato in pieno. L’invio di soli 300 uomini Nato, infatti, non è paragonabile alla solenne "offerta di assistenza al governo iracheno nell’addestramento delle sue forze di sicurezza".

I piani per Fallujah e le truppe in più
Anche le Nazioni Unite con l’ultima risoluzione, la 1.546 votata anche dalla Francia, hanno espressamente fatto appello a un invio di truppe Nato in Iraq. Si legge, infatti, che il Consiglio di sicurezza Onu "richiede agli Stati membri e alle organizzazioni internazionali e regionali, in accordo con il governo dell’Iraq, di contribuire con aiuti, comprese forze militari, alla forza multinazionale per andare incontro ai bisogni di sicurezza, stabilità, assistenza umanitaria del popolo iracheno e per sostenere l’impegno della missione delle Nazioni Unite in Iraq". La risoluzione però su questo punto non ha avuto seguito, con buona pace di chi ha a cuore il diritto internazionale.
L’appello del Foglio, intanto, è condiviso da alcuni importanti analisti americani. Edward Luttwak, del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali di Washington, ha firmato la richiesta di un’iniziativa italiana ed europea per le truppe Nato in Iraq, nonostante sia stato contrario alla guerra e ora suggerisca di cominciare a studiare un piano di disimpegno Usa. Hanno aderito anche Michael Rubin, direttore del Middle East Quarterly, ed ex membro dell’Autorità provvisoria di Paul Bremer a Baghdad, e Michael Ledeen dell’American Enterprise. Gary Schmitt, direttore del Project for a New American Century, è totalmente d’accordo con la proposta del Foglio e ricorda come, al contrario di quanto recita la propaganda anti-neoconservatori, il suo centro studi abbia lanciato due appelli bipartisan analoghi fin dal marzo del 2003, a Baghdad appena liberata. Si legge nella seconda lettera: "L’istituzione transatlantica più importante è la Nato, e l’Alleanza deve assumere un ruolo importante nel dopoguerra iracheno. Viste le sue capacità e la sua esperienza, la Nato deve al più presto essere pienamente coinvolta nell’impegno postbellico".
Altre truppe in Iraq sono necessarie. Il Pentagono è sempre stato contrario ad aumentarne il numero, ma ora pare abbia deciso di inviare altri 15 o 20 mila uomini. Anche Kerry vuole un maggiore impegno, fornito però dagli alleati. La differenza tra Bush e il piano del suo sfidante non è sul numero delle truppe, è su Fallujah. Entrambi concordano sul fatto che si dovrà assicurare il corretto funzionamento del processo elettorale, addestrare le truppe irachene e proteggere la missione Onu ("Il presidente deve arruolare truppe dai nostri amici e alleati per una forza di protezione del personale Onu. Non sarà facile, ma anche i paesi che hanno rifiutato di mandare truppe in Iraq dovranno aiutare a proteggere l’Onu", ha detto Kerry). Questi compiti potrebbero essere affidati alla Nato.
Su Fallujah e sulle città del triangolo sunnita controllate da fondamentalisti e nostalgici di Saddam, Bush ha fatto filtrare prima sul New York Times e domenica sul Washington Post i preparativi militari per riconsegnarle al governo iracheno. Kerry non ne parla perché per un candidato di centrosinistra è dannoso accusare il presidente di non essere stato sufficientemente tosto con gli insorgenti. Jackson Diehl, editorialista del Washington Post, suggerisce di ricordarsi di Jenin, in Palestina. Lì l’esercito israeliano, più preparato di quello Usa, fece un’incursione militare che permise di annientare una centrale di kamikaze. Morirono 30 terroristi, 22 civili palestinesi e 23 soldati israeliani. Da Jenin non sono più partiti attentati.

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