Camillo di Christian RoccaLa Quarta guerra mondiale di Norman Podhoretz (parte 5 e 6)

(qui la prima e seconda parte)
(qui la terza e quarta parte)

 

Le Twin Tower non avevano ancora quasi fatto in tempo a cadere che cominciò un’accesissima gara per la medaglia d’oro alle olimpiadi dell’antiamericanismo. La televisione () ha subito cominciato a propinarci programmi che presentavano l’islam in termini molto elogiativi. Sostanzialmente, questi programmi s’ispiravano alle parole dello stesso presidente Bush e di altri leader politici. Con le migliori intenzioni, e anche per motivi di prudenza, i funzionari del governo si sforzavano di negare il fatto che la guerra contro il terrorismo fosse una guerra contro l’islam.
Di conseguenza, non hanno mai smesso di elogiare gli elementi positivi di quella religione, della quale ben pochi di loro in realtà sapevano qualcosa. Comunque, è dalle università, e non dai politici, che il materiale sostanziale di queste trasmissioni è stato tratto, attraverso interviste ai professori ­ molti dei quali musulmani ­ che presentavano una versione dell’islam all’acqua di rose. Talvolta erano persino completamente insinceri, soprattutto quando presentavano un’immagine ripulita del jihad (o guerra santa) o quando non ammettevano che moltissime personalità religiose in tutto il mondo musulmano continuavano a celebrare gli attentatori suicidi (compresi quelli che avevano compiuto gli attacchi contro le torri gemelle e il Pentagono) come martiri ed eroi.
Non è mia intenzione entrare in una disputa teologica. Il mio scopo, al contrario, è quello di offrire un altro esempio di quell’effetto di ricaduta di cui ho già parlato prima. Così, immediatamente dopo l’11 settembre, le università hanno cominciato ad aggiungere innumerevoli corsi sull’islam nei loro programmi di studi. Nei campus, il corso intitolato "Comprendere l’islam" ha inevitabilmente cominciato a trasformarsi in una difesa dell’islam, e la maggior parte dei media ha fatto la stessa cosa. Questi ultimi hanno anche adottato la posizione di neutralità tra noi stessi e i terroristi prevalente nel mondo accademico moderato, in particolare quando le principali reti televisive hanno imposto ai loro giornalisti di non mostrare alcuna forma di partigianeria. La sola grande eccezione è stata Fox News channel. Il New York Times, in un articolo in cui si deplorava che la Fox parlasse della guerra da un punto di vista apertamente proamericano, esprimeva il proprio sollievo per il fatto che nessun’altra rete televisiva avesse gettato allegramente al vento le sacre regole che impongono ai giornalisti, per dirlo con le parole del presidente di Abc News, "di mantenere la loro neutralità in tempo di guerra".
Sebbene la vasta maggioranza di coloro che incolpavano l’America per gli attentati che essa stessa aveva subito appartenessero alla sinistra, alcune voci della destra si sono unite a questo coro perverso. Ospite della trasmissione di Pat Robertson, il reverendo Jerry Falwell proclamò la tesi che Dio stava punendo gli Stati Uniti per la loro decadenza morale, perfettamente incarnata in un folto numero di gruppi liberal. Sia Robertson sia Falwell si sono poi scusati per avere puntato il dito contro questi gruppi, ma hanno continuato a sostenere che Dio aveva ritratto la sua mano protettiva dall’America perché tutti noi eravamo diventati dei grandi peccatori. Per di più, nel coro di amen che si è formato attorno alla destra laica, commentatori come Robert Novak e Pat Buchanan hanno aggiunto che ci eravamo tirati addosso la punizione non tanto per la nostra consapevole disobbedienza alla legge divina quanto per la nostra manovrata obbedienza a Israele.

Il grande rifiuto dominante
Abbastanza stranamente, tuttavia, all’interno dello stesso mondo arabo, si dava molto meno peso a Israele come causa essenziale degli attacchi rispetto a quello che gli davano praticamente tutti i paleoconservatori della destra seguaci di Pat Buchanan. Persino per Osama bin Laden, il sostegno dato a Israele stava soltanto al terzo posto nella sua lista dei nostri "crimini" contro l’islam. Non che, naturalmente, tutti gli arabi (insieme con la maggior parte dei musulmani non arabi del medio oriente, come gli iraniani) avessero abbandonato il sogno di cancellare Israele dalla carta geografica.
Per chiunque la pensasse altrimenti, ecco che cosa ha detto Fouad Ajami, della John Hopkins University, un americano cresciuto come musulmano in Libano, a proposito del "grande rifiuto" da parte del mondo arabo di accettare la stessa esistenza di Israele: "Il grande rifiuto continua ancora a dominare nelle strade, tra gli intellettuali e gli scrittori, così come nei sindacati. La forza di questo rifiuto può essere osservata nella stampa governativa e in quella d’opposizione, tanto tra i laici quanto tra i religiosi, sia nei paesi che hanno concluso accordi diplomatici con Israele sia in quelli che non lo hanno fatto".
Ajami ha sottolineato che il grande rifiuto rimane "fortissimo in Egitto" nonostante il trattato di pace firmato con Israele nel 1978. Ci si sarebbe aspettati, quindi, che gli egiziani avessero immediatamente attribuito il diffuso risentimento contro gli Stati Uniti alla politica americana nei confronti d’Israele, soprattutto perché l’Egitto (secondo soltanto a Israele come destinatario di aiuti americani) aveva un potente stimolo a spiegare in questo modo l’ingrata risposta degli egiziani al nostro generoso trattamento. Ma non è stato così. Soltanto due settimane prima dell’11 settembre, Abd al Munim Murad, un editorialista di al Akbar ­ quotidiano sponsorizzato dal governo egiziano ­ scrisse: "Il conflitto che definiamo arabo-israeliano è in realtà un conflitto degli arabi contro il colonialismo occidentale e in particolare americano. Gli Stati Uniti trattano gli arabi esattamente come hanno trattato gli schiavi trasportati sul loro continente.
A questo fine, gli Stati Uniti sono aiutati da un nemico più piccolo, che è, naturalmente, Israele". In un altro articolo, lo stesso giornalista ha ribadito e ulteriormente ampliato questo suo inconsueto e sincero riconoscimento: "La questione non riguarda più il conflitto arabo-israeliano. La vera questione è il conflitto arabo-americano: gli arabi devono capire che gli Stati Uniti non sono ‘l’amico americano’; il loro obiettivo (passato, presente e futuro) è quello di imporre il proprio dominio sul mondo, e innanzitutto sul medio oriente e il mondo arabo". Poi, in un terzo articolo, pubblicato alla fine di agosto, Murad ci ha dato qualche indizio per capire quale sia invece il suo obiettivo nei confronti dell’America: "La statua della libertà, nella baia di New York, deve essere distrutta, per colpire la folle politica americana che passa da un disastro all’altro, conficcata nel fango dei pregiudizi e del più cieco fanatismo: l’era del collasso americano è cominciata".
Se questo era il genere di giudizio che ricevevamo da un paese arabo da tutti considerato come "moderato", in Stati radicali come l’Iraq e l’Iran bisognava come minimo identificare l’America come il "Grande Satana". Quanto ai palestinesi, il loro disprezzo per l’America non era sorpassato nemmeno dal loro odio per Israele. Per esempio, il mufti nominato da Yasser Arafat aveva pregato affinché Dio "distruggesse l’America", mentre il direttore di un importante giornale palestinese aveva proclamato: "La storia non ricorda gli Stati Uniti, ma ricorda l’Iraq, la culla della civiltà. La storia ricorda ogni centimetro della terra araba, perché è la madre della civiltà umana. Invece gli americani, gli assassini dell’umanità, i creatori di una cultura barbarica e i succhiasangue delle nazioni, sono destinati alla morte e a rimpicciolirsi fino a dimensioni microscopiche, come la Micronesia".
Qui, l’assenza persino di un accenno a Israele dimostra che, se anche lo Stato ebraico non fosse mai stato realizzato, gli Stati Uniti sarebbero stati comunque visti come l’incarnazione di tutto ciò che quasi tutti questi arabi considerano l’essenza stessa del male. In verità, l’odio per Israele è in buona parte un surrogato dell’antiamericanismo, e non il contrario.
Israele è considerato semplicemente l’avanguardia della volontà americana di domino sul medio oriente. Come tale, lo Stato ebraico era soltanto un riflesso dell’America: il "piccolo nemico" o "piccolo Satana". Cancellare Israele dalla carta geografica significava quindi purificare una regione appartenente all’islam (dar al islam) dalle blasfeme influenze politiche, sociali e culturali che provenivano da una forza barbarica e assassina. Questa forza era l’America, mentre Israele ne era semplicemente lo strumento.

Le interpretazioni dell’11 settembre
Sebbene Buchanan e Novak fossero stati i primi e i più schietti nell’attribuire la colpa dell’11 settembre all’amicizia dell’America per Israele, quest’idea non era confinata alla destra o alle zone marginali del paleoconservatorismo. Al contrario: se appariva qua e là nella destra, pervadeva completamente la sinistra radicale e buona parte della sinistra moderata, ed era condivisa persino da un certo numero di liberal di centro come Mickey Kaus. Per il momento, anzi, i sostenitori della tesi "incolpare innanzitutto Israele" erano concentrati soprattutto nella sinistra.
Ed era sempre a sinistra, in particolare all’interno delle università, che erano collocati i loro fratelli gemelli, ossia i sostenitori della tesi "incolpare innanzitutto l’America". Tuttavia, Eric Fomer, professore di storia alla Columbia Unversity, dichiarava, in modo davvero ridicolo, che il rapporto dell’Acta era inaccurato perché i sondaggi dimostravano che c’era un "forte sostegno" alla guerra tra gli studenti universitari. "Se il nostro scopo è indottrinare gli studenti con convinzioni non patriottiche", sottolineò con sarcasmo Foner, "stiamo davvero ottenendo pessimi risultati".
Vero. Ma ciò che Foner, come storico, doveva per forza sapere, e che ha invece evitato di menzionare, è che persino nel momento di massima eccitazione radicale dei campus negli anni Sessanta soltanto una minoranza degli studenti si schierò con i radicali pacifisti. Tuttavia, benché rappresentassero la maggioranza, gli studenti non-radicali, non poterono far sentire la propria voce sopra al fracasso pacifista, e tutte le volte che ci provarono vennero zittiti. La situazione è stata grosso modo la stessa subito dopo l’11 settembre. All’interno dei campus c’erano alcuni coraggiosi ribelli contro l’ortodossia accademica. Per lo più, tuttavia, la maggioranza silenziosa è rimasta silenziosa, per timore di incorrere nella disapprovazione dei suoi professori, o addirittura di essere puniti per il crimine di "insensibilità".
E’ stato dunque di tal fatta l’attacco sferrato, immediatamente dopo l’11 settembre, dai guerriglieri con cattedra delle università, insieme ai loro discepoli spirituali e politici disseminati in altri angoli della nostra cultura. Questo "sparuto gruppo di anziani Rip van Winkles", come furono allegramente bollati e scaricati da un commentatore, sarebbe riuscito a diventare un forza altrettanto potente di quella rappresentata dai "Jackal bins" di un tempo? L’ondata di fiducia nell’America e nelle virtù americane che si era spontaneamente creata all’indomani dell’11 settembre era abbastanza potente da riuscire a resistergli? Alcuni di quelli che condividevano le mie preoccupazioni ritenevano che, se la situazione al fronte fosse stata positiva, sarebbe andato tutto bene anche in patria. Ed è esattamente questo che sembrava dimostrare l’effetto provocato dallo spettacolare successo della campagna afghana, che fece gettare nella spazzatura la tesi del "pantano" e interrompere la propaganda pacifista in un certo numero di campus.
Ciononostante, le operazioni di rastrellamento condotte in Afghanistan crearono un’opportunità per più sofisticate forme di opposizione. Furono sollevate proteste sul fatto che i terroristi catturati in Afghanistan e trasferiti nella prigione di Guantanamo non fossero trattati come regolari prigionieri di guerra. Furono anche espresse accuse sulla minaccia che rappresentavano per le libertà civili in America provvedimenti come il Patriot Act, emanato per impedire ulteriori attacchi terroristici in patria. Sebbene questi timori nascessero in gran parte da un fraintendimento della Convenzione di Ginevra e dello stesso Patriot Act, molte persone erano senza dubbio sinceramente preoccupate. Ma non c’è nemmeno nessun dubbio sul fatto che tali questioni potevano essere usate (e lo sono state) come una rispettabile copertura per un assoluto rifiuto della guerra.
Un’altra rispettabile copertura era l’accusa secondo cui Bush stava seguendo una politica di "unilateralismo". L’allarme per questo affronto a quanto pare senza precedenti fu suonato innanzitutto dalle cancellerie e dai logorroici intellettuali dell’Europa occidentale dopo che Bush aveva dichiarato che, nella lotta contro il terrorismo e i paesi che lo appoggiavano, gli Stati Uniti avrebbero preferito combattere insieme ai loro alleati e con l’avallo delle Nazioni Unite, ma che, se necessario, lo avrebbero fatto anche da soli e senza avere l’imprimatur dell’Onu.

L’ostentata superiorità dell’Europa
Questo era davvero troppo per gli europei. Dopo averci fatto le loro condoglianze per l’11 settembre, non sono riusciti a resistere nemmeno per un minimo periodo prima di ricadere nella loro antica abitudine di dimostrare quanto sono superiori per raffinatezza e saggezza agli americani, il cui carattere primitivo si rivelava ancora una volta nelle "semplicistiche" idee e nel rozzo moralismo del presidente Bush. Così, cominciarono a sostenere che dovevamo porre fine alle operazioni in Afghanistan e lasciare il resto in mano alla diplomazia, con deferente obbedienza ai grandi maestri di questa misteriosa arte che vivono a Parigi e Bruxelles.
Prendendo ispirazione da questi maestri, il New York Times, insieme a molti altri giornali appartenenti a un arco che andava dal centro fino all’estrema sinistra (e presto seguito da tutti i candidati democratici nelle primarie presidenziali, fatta eccezione per il senatore Joseph Lieberman), cominciò ad accusare Bush di sconsideratezza e arroganza. Insomma, si è assistito al formarsi di una coalizione molto più ampia di quella riunita dal movimento pacifista in occasione della guerra in Vietnam, specialmente nei primi anni.
Allora, il movimento pacifista era stato composto quasi interamente da liberal ed esponenenti della sinistra, mentre questo nuovo movimento stava raggruppando insieme tutta l’estrema sinistra, alcuni elementi della sinistra moderata e vari settori della destra americana. Seguendo il percorso già tracciato dal suo collega Mickey Kaus sulla questione di Israele, Michael Kinsley, esponente della sinistra moderata, si mise al fianco di Pat Buchanan come smascheratore di un’altra rispettabile copertura.
L’idea fu quella di imputare il presidente Bush di avere violato la Costituzione proponendo di combattere guerre non dichiarate. Nel frattempo, questa stessa accusa si diffondeva nelle cerchie politiche per mezzo di senatori come Robert Byrd, Edward M. Kennedy e Tom Daschle, i quali continuavano anche a parlare di pantani, di strade pericolose e di "unilateralismo".
Quanto a me, ero certo che, con l’ampliarsi del teatro militare della quarta guerra mondiale (e con l’Iraq come ovvio prossimo fronte di battaglia), l’opposizione sarebbe non soltanto accresciuta ma avrebbe anche acquistato sufficente sicurezza e fiducia in se stessa per fare a meno di ogni rispettabile copertura. Ciò significava che sarebbe stata sostenuta soltanto dagli estremisti e dai radicali. Su questo ho avuto ragione, mentre chi aveva deriso i "Jackal bins" e i "Rip van Winkles", considerandoli politicamente insignificanti, ha avuto torto. Ma non mi sarei mai immaginato che il nuovo movimento pacifista avrebbe raggiunto così rapidamente quello stato di virulenza per raggiungere il quale il suo predecessore al tempo del Vietnam aveva invece impiegato anni.

Varie forme di apologia
Una possibile spiegazione di questo fenomeno era che, come nel caso delle rispettabili critiche che lo avevano preceduto, l’opposizione radicale seguiva le orme dell’opinione pubblica europea. In questo caso, incoraggiamenti e stimoli sono stati offerti dal quasi incredibile scoppio di ostilità nei confronti dell’America esploso, all’indomani dell’11 settembre, in tutto il continente europeo, e soprattutto in Francia e in Germania, e che ha acquisito ancora maggiore forza nella fase di preparazione della guerra in Iraq. Se si deve prestare fede alle dimostrazioni e ai sondaggi dell’opinione pubblica, un enorme numero di persone detestava gli Stati Uniti così profondamente da non essere disposto a schierarsi al nostro fianco nemmeno contro uno dei più violenti tiranni del mondo.
Che questi fossero i sentimenti dominanti nel mondo musulmano non era certo una sorpresa. Diversamente che in Europa, dove gli attacchi dell’11 settembre avevano provocato una temporanea solidarietà per gli Stati Uniti ("Siamo tutti americani", aveva proclamato il titolo di prima pagina di un giornale della sinistra francese il giorno dopo gli attentati), nel mondo islamico la notizia dell’11 settembre fu accolta con danze nelle strade e grida di gioia. Nei loro sermoni, praticamente tutte le autorità religiose assicurarono i loro fedeli che, colpendo il "Grande Satana", Osama bin Laden si era comportato come un guerriero del jihad, in perfetta conformità con la volontà di Dio.
Queste parole furono per così dire preannunciate in un dibattito sul tema "Bin Laden: la disperazione degli arabi e lo spettro degli americani", trasmesso da al Jazeera circa due settimane prima dell’11 settembre. L’espressione "lo spettro degli americani" era leggermente prematura (si trattava ancora di un periodo in cui pochi americani erano preoccupati dal terrorismo islamico), per la semplice ragione che praticamente nessuno aveva mai sentito il nome di bin Laden o di al Qaida.
A ogni modo, alla fine del programma, il presentatore disse all’unico e isolato ospite che aveva denunciato bin Laden come terrorista: "Cerco tra le reazioni degli spettatori qualcuna che appoggi le vostre posizioni, ma non ne trovo nessuna". Poi citò "un sondaggio d’opinione di un giornale kuwaitiano che dimostrava che il 69 per cento dei kuwaitiani, degli egiziani, dei siriani, dei libanesi e dei palestinesi pensava che bin Laden fosse un eroe arabo e un guerriero del jihad islamico". Inoltre, sulla base dei sondaggi effettuati dalla sua rete televisiva, sostenne che tra tutti gli arabi, "dal Golfo Persico fino all’oceano atlantico", la proporzione di quelli che condividevano questa opinione era "probabilmente addiritura del 99 per cento".
Senza dubbio, quindi, il presidente dell’Associazione degli scrittori arabi siriani parlava in nome di milioni di suoi "fratellli" quando, poco dopo l’11 settembre, dichiarò che "quando sono crollate le Torri Gemelle () mi sono sentito come qualcuno che fosse appena resuscitato da una tomba; mi sono sentito trasportato nell’aria sopra il cadavere del simbolo mitologico dell’arrogante potenza imperialista americana () I miei polmoni si sono riempiti d’aria, e ho respirato dolcemente come non avevo mai fatto prima".
Se questa era stata la reazione generale del mondo arabo-musulmano all’11 settembre, che cosa ci si sarebbe dovuti aspettare quando gli Stati Uniti si sarebbero rimessi in piedi (poggiandoli su Ground Zero, per essere precisi) e avrebbero contrattaccato? Ciò che ci si poteva aspettare è stato esattamente quello che è avvenuto: un altro furioso scoppio di antiamericanismo.
Soltanto che questa volta predominava non la gioia ma la disperata speranza che gli Stati Uniti subissero una qualche umiliazione. Speranza che fu presto cancellata dalla rapida sconfitta del regime talebano in Afghanistan, ma poi immediatamente riaccesa da come Saddam Hussein sapeva resistere all’America. Saddam aveva ucciso centinaia di migliaia di musulmani in Iran, e innumerevoli arabi in Kuwait e nel suo stesso paese. Ovviamente, però, tutto questo era completamente trascurato dai suoi "fratelli" arabi e musulmani, orgogliosi della sua sfida contro gli Stati Uniti. Si poteva forse rintracciare un elemento di questo stesso perverso atteggiamento nella facilità con cui milioni e milioni di europei davano di fatto aiuto e sostegno a questo mostro? Naturalmente si sosteneva che la maggior parte di questa gente non era né pro Saddam né antiamericana: tutto ciò che chiedevano era "give peace a chance".
Ma questa pretesa era smentita dagli slogan, dai discorsi e dai manifesti del partito della "pace". Per quanto l’odio nei confronti dell’America possa anche non avere permeato tutti gli oppositori dell’intervento militare americano, era certamente molto diffuso e profondo. E sebbene entrassero in gioco anche altre considerazioni (il sentimento pacifista la preoccupazione per le perdite civili, il disprezzo per Bush, la fiducia nelle Nazioni Unite), queste ultime non avevano difficoltà ad accordarsi con un’estrema ostilità nei confronti degli Stati Uniti.
Così, soltanto due mesi dopo l’11 settembre, un sondaggio su importanti personalità di ventitre paesi diversi ha fornito interessanti risultati, che un giornale inglese ha così riassunto: "L’America ha in qualche modo attirato su di sé gli attentati terroristici di New York e Washington? () La maggior parte degli intervistati in tutti questi paesi stranieri () ritiene che, per certi versi, sia proprio così () Dai paesi suoi più stretti alleati in Europa, fino in medio oriente, in Russia e in Asia, circa il 70 per cento ritiene positivo che, dopo l’11 settembre, gli americani si siano resi conto di essere vulnerabili".
Sembrerebbe quindi che il commediografo italiano Dario Fo, vincitore nel 1997 del premio Nobel per la letteratura, incarnasse l’opinione europea in modo molto più ampio e profondo di quanto si fosse inizialmente creduto con questo suo proclama: "I grandi speculatori sguazzano in un’economia che ogni anno uccide decine di milioni di persone in condizioni di assoluta povertà; dunque, cosa significano 20.000 (sic!) morti a New York? Indipendentemente da chi ha compiuto il massacro, questa violenza è la legittima figlia della cultura della violenza, della fame e dello sfruttamento dell’uomo".
In Francia, un autorevole filosofo, Jean Baudrillard, ha elaborato un tipo leggermente diverso di apologia per i terroristi dell’11 settembre. Un’apologia così pesantemente contorta e intrisa di linguaggio postmoderno da sconfinare nella parodia ("Il crollo delle torri del World Trade Center è una cosa inimmaginabile, ma questo non è sufficiente per farne un evento reale"). Ma l’articolo di Baudrillard conteneva almeno una confessione rivelatrice: "Che noi stessi abbiamo sognato questo evento, che ognuno di noi lo abbia fatto, () è una cosa inaccettabile per la coscienza morale occidentale; ma è comunque un fatto () Ora al Qaida l’ha fatto, ma noi l’abbiamo voluto".

Le richieste e le accuse
Questa stessa idea, in termini ancora più diretti, fu espressa in Inghilterra da Mary Beard, professoressa di storia del mondo classico alla Cambridge University, la quale scrisse: "Per quanto si cerchi di presentarlo con tatto, il fatto rimane che gli Stati Uniti se la sono voluta () I presuntosi alla fine la pagano". Su questo anche il famoso romanziere Martin Amis era d’accordo; ma poiché l’antica concisione inglese era evidentemente per lui fin troppo concisa, Amis è ricorso a qualche raffinato ritocco europeo per formulare il suo epitaffio sulle colpe dell’America: "Il terrorismo è comunicazione politica con altri mezzi. Il messaggio dell’11 settembre è questo: America, è giunto il momento che impari quanto profondamente sei odiata () Alcune delle tue più profonde caratteristiche nazionali (il senso di autonomia, un patriottismo molto più tenace che in qualsiasi paese europeo, una totale mancanza di curiosità per il mondo) hanno provocato un quasi completo disinteresse per le sofferenze degli altri popoli".
Che diavolo stava succedendo? Dopo l’11 settembre, la maggior parte degli americani si era progressivamente resa conto che eravamo odiati dai terroristi che ci avevano attaccato e da tutti i musulmani che li sostenevano non per i nostri difetti ma per le nostre virtù in quanto paese libero e prospero. Ma perché ci odiavano anche milioni di persone che vivevano invece in paesi altrettanto liberi e prosperi? In quest’ultimo caso, probabilmente, doveva essere per colpa dei nostri peccati. E tuttavia, la maggior parte di noi sapeva con certezza che, quali che fossero i nostri peccati, non erano quelli di cui ci accusavano gli europei.
Per dirlo in altre parole: ben lungi dall’essere una nazione di arroganti spacconi, chiedevamo umilmente il sostegno di piccoli paesi che avremmo potuto facilmente spingere via. Ben lungi dall’essere "unilateralisti", chiedevamo il permesso e la benedizione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu prima di intervenire militarmente contro Saddam Hussein. Ben lungi dal "correre verso la guerra", passavamo mese dopo mese a ballare un valzer diplomatico nella vana speranza di ottenere l’aiuto della Francia, della Germania e della Russia. E si potrebbe continuare ancora a lungo con questa lista.
Che cosa stava succedendo, allora? Una risposta a questa difficile domanda, poi ampiamente condivisa, fu data da Robert Kagan. Con una formula accattivante divenuta presto famosa, Kagan dichiarò che gli americani venivano da Marte e gli europei da Venere. Elaborando questa formula, Kagan ha scritto: "Sulla questione cruciale della potenza ­ l’efficacia della potenza, la moralità della potenza, la desiderabilità della potenza ­ gli americani e gli europei hanno punti di vista differenti. L’Europa sta prendendo le distanze dalla potenza, o, per dirla in un’altra maniera, l’Europa sta andando oltre la potenza per entrare in un mondo autosufficiente, fatto di leggi e di regolamenti, di negoziati internazionali e di cooperazione. L’Europa sta entrando in un paradiso post storico di pace e relativa prosperità, la realizzazione della kantiana ‘pace perpetua’. Gli Stati Uniti rimangono invece impantanati nella storia, continuando a esercitare la potenza in un anarchico mondo hobbesiano, in cui le leggi e le regole internazionali sono inaffidabili e dove la vera sicurezza, la difesa e lo sviluppo di un ordine liberale dipendono ancora dal possesso e dall’uso della forza militare".
Con questa sua tesi, Kagan ha visto giusto in molte cose e ha gettato la giusta luce in molti angoli oscuri. Ma mi sembra anche che abbia fatto calzare le scarpe della sua tesi nei piedi sbagliati. Per quanto accetti fino in fondo la presentazione di Kagan dei diversi atteggiamenti nei confronti della potenza militare, non sono d’accordo sul fatto che gli europei stiano già vivendo nel futuro e che gli americani siano ancora "impantanati" nel passato. A mio giudizio, è vero esattamente il contrario.
Il "paradiso post storico" nel quale sarebbero a quanto pare entrati gli europei a me non sembra nient’altro che la rete delle istituzioni internazionali che sono state create alla fine della seconda guerra mondiale sotto la leadership degli Stati Uniti nella speranza che avrebbero promosso la pace e la prosperità. Tra queste istituzioni c’erano le Nazioni Unite, la Banca Mondiale, la Corte internazionale e molte altre ancora. Poi, dopo il 1947, e ancora sotto la guida degli Stati Uniti, si riorganizzarono alcune delle istituzioni già esistenti e se ne crearono di nuove (come la Nato) per adattarsi alle esigenza della terza guerra mondiale. Con la vittoriosa conclusione di questa guerra nel 1989-1990, il vecchio ordine internazionale divenne una cosa sorpassata, tanto che si comprese immediatamente che sarebbero stati necessari nuovi adattamenti per affrontare la nuova fase storica. Ma passò più di un decina d’anni prima che l’11 settembre delineasse infine i contorni della "era post guerra fredda" in modo sufficientemente chiaro per determinare quali adattamenti fossero necessari.
Considerata da questo punto di vista, la dottrina Bush si presentava come un tentativo estremamente coraggioso per scardinare la struttura istituzionale e la strategia elaborata per combattere la terza guerra mondiale. Ma era anche qualcosa di più: definiva anche un progetto per una nuova struttura e una nuova strategia adatta a combattere un diverso tipo di nemico in una guerra che era appena cominciata e che dava tutta l’apparenza di dovere continuare ancora a lungo. Di fronte a questa nuova realtà, Bush era giunto alla conclusione che ben pochi (e probabilmente nessuno) dei vecchi strumenti istituzionali erano capaci di sconfiggere questo nuovo nemico, e che le strategie del passato erano altrettanto inutili contro il nuovo modo di combattere del nemico.
Per entrare nel futuro, bisognava sostituire la deterrenza con la prevenzione, e contare più sulla potenza militare americana che sul "soft power" delle Nazioni Unite e di altri relitti della terza guerra mondiale, o tantomeno sull’hard power della Nato (il cui raggio d’azione era stato specificamente ristretto al teatro europeo e il cui impiego in altri luoghi sarebbe stato ostacolato dai francesi).
Considerate da questo stesso punto di vista, le giustificazioni date dagli europei per la loro opposizione alla dottrina Bush (le proteste sul suo "unilateralismo", ecc.) si rivelavano mere elucubrazioni sofistiche. Sotto questo aspetto, mi trovavo d’accordo con Kagan nel rintracciare la loro origine in un declino della potenza degli europei. Kagan lo aveva scritto in modo perfettamente chiaro: "La seconda guerra mondiale aveva completamente distrutto le nazioni europee come potenze globali () Rimpicciolita dalle due superpotenze che la circondavano, un’Europa indebolita rimase tuttavia il cruciale teatro strategico della lotta mondiale fra il comunismo e il capitalismo democratico () Per quanto priva di tutti i più tradizionali strumenti di una grande potenza, l’Europa continuava a essere il cardine della geopolitica mondiale, cosa che, insieme alla sua antica abitudine alla leadership internazionale, le permetteva di mantenere un’influenza ben più profonda di quanto la sua potenza militare le avrebbe in realtà consentito. Dopo la fine della guerra fredda, l’Europa ha perso la sua centralità strategica, ma ci sono voluti alcuni anni prima che la resistente immagine della potenza globale europea cominciasse a svanire".
( segue da pagina III) Fin qui tutto bene. Ma non ero d’accordo con Kagan circa la sua convinzione che gli europei avessero effettivamente compiuto il salto nel "paradiso kantiano" del futuro, postnazionale e postmoderno. A me sembrava evidente che erano gli europei, e non noi americani, a essere rimasti "impantanati" nel passato. Gli europei combattevano accanitamente per impedire all’America il salto nel futuro proprio perché rimanere ancorati alle idee, alle strategie e alle istituzioni internazionali della guerra fredda gli avrebbe permesso di continuare ad esercitare "un’influenza ben più profonda di quanto la sua potenza militare gli avrebbe in realtà consentito". E’ stato George W. Bush, quel moralista "sempliciotto", quel cowboy dal grilletto facile, quell’affondatore del diritto internazionale e ostinato unilateralista, colui che ha avuto la capacità di vedere il futuro e che ha raccolto tutto il suo coraggio per entrarci dentro. Ma Bush è anche un politico, e come tale ha ritenuto necessario fare alcune concessioni di fronte alle pressioni che venivano esercitate su di lui in patria e all’estero. Per far questo bisognava fare ogni tanto qualche ritorno al passato. In queste occasioni, come quando ha cercato di ottenere l’approvazione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Bush ha mostrato una buona dose di gentilezza e deferenza nei confronti di coloro che, in patria e all’estero, continuavano ad interpretare la dottrina Bush non come un progetto per il futuro ma come un arrogante ripudio dell’approccio sostenuto dagli apparentemente più raffinati europei e dalle loro controfigure americane.
"Gli europei insistono che il loro approccio ai problemi è più sofisticato e ricco di sfumature, perché cercano di influenzare gli altri in modo sottile e indiretto Preferiscono di regola affrontare i problemi pacificamente, optando per il negoziato, la diplomazia e la persuasione piuttosto che per la coercizione. Per dirimere le controversie, sono più propensi a fare appello al diritto internazionale, agli accordi internazionali e all’opinione pubblica mondiale cercando di utilizzare i legami commerciali ed economici per tenere insieme le nazioni, spesso dando più risalto al processo che ai risultati, convinti che alla fine il processo possa diventare sostanza".
Non che in tutto questo ci fosse qualcosa di nuovo: gli europei avevano espresso esattamente la stessa pretesa di superiore raffinatezza durante gli anni della presidenza Reagan. A quel tempo, nel 1983, questa pretesa aveva provocato un perfetto commento di Owen Harris (l’ex capo della sezione per la strategia politica del ministero degli Esteri australiano e membro della scuola realista): "Quando si sente questa pretesa di superiore realismo e raffinatezza, il primo impulso è quello di chiedere quali sono esattamente le prove. Se si considerano alcuni degli eventi critici della storia europea del Ventesimo secolo (gli eventi che hanno portato allo scoppio della Prima guerra mondiale, la conferenza di pace di Versailles, il congresso di Monaco nel 1938, l’impegno che l’Europa era disposta a dare per garantire la propria difesa a partire dal 1948, e l’attuale atteggiamento circa la difesa dei suoi più vitali interessi nel golfo persico), non si è tanto facilmente portati a concederle questa superiorità".
Vent’anni dopo, il realista Harris avrebbe certamente avuto profonde riserve sulla dottrina Bush. Ma non avrebbe esitato ad aggiungere la "raffinata" opposizione europea alla lunga lista dei giudizi disastrosamente sbagliati da lui stesso descritti nel 1983.

Realisti sognatori
Lo spettacolare successo delle campagne militari in Afghanistan e Iraq ha mandato all’aria lo scetticismo dei molti esperti convinti che avevamo inviato troppe poche truppe o che stavamo seguendo un piano di battaglia sbagliato. Invece di essere trascinati in un pantano, come questi esperti avevano previsto,le nostre forze portarono a termine queste due campagne a tempo di record. E invece di decine di migliaia di soldati americani morti, le perdite si limitarono soltanto a qualche centinaio. Ecco come ha riassunto il significato della guerra in Iraq lo storico militare Victor Davis Hanson: "Nel giro di circa tre settimane, l’esercito degli Stati Uniti ha sottomesso un paese grande come la California. Ha completamente annientato le infrastrutture militari di Saddam Hussein e ha distrutto i suoi eserciti. Delle circa 110 vittime americane, circa un quarto sono state causate da incidenti o da fuoco amico. Il numero sorprendentemente basso di perdite americane non ha praticamente precedenti nella moderna storia militare".
Effettivamente, il periodo immediatamente successivo alla fine delle principali operazioni militari, si è rivelato più difficile di quanto il Pentagono si aspettasse. Per colpa di un’insurrezione della guerriglia fomentata da una coalizione di intransigenti fedeli di Saddam, di milizie sciite radicali e di terroristi giunti dall’Iran e dalla Siria, i soldati americani hanno subito altre perdite. Ciononostante, da un punto di vista storico (basta pensare ai 6.500 morti nel solo giorno del D-Day durante la Seconda guerra mondiale) il numero totale rimane straordinariamente basso.
Ma non sono state le questioni militari quelle che hanno suscitato l’acido scetticismo dei realisti. I loro dubbi riguardavano piuttosto la questione se la dottrina Bush fosse politicamente praticabile. Soprattutto, mettevano in discussione la tesi secondo la quale la democratizzazione fosse il migliore e forse il solo modo per sconfiggere l’islam militante e il terrorismo. Bush aveva scommesso sulla fede nell’universalità del desiderio di libertà e di prosperità. E se si fosse sbagliato a fare questa scommessa? Se il medio oriente fosse in realtà incapace di avviare un processo di democratizzazione? E se la religione islamica fosse per sua stessa natura incompatibile con la democrazia?
Queste erano domande di difficile risposta, alle quali le persone responsabili non si potevano tuttavia sottrarre. Però i sostenitori della scommessa di Bush avevano anch’essi i propri dubbi sui dubbi dei realisti. I realisti sembravano essersi dimenticati che il medio oriente di oggi non era stato creato da Allah nel VII secolo, e che l’ignobile dispotismo che ora vi predominava non era il risultato di qualche inesorabile processo storico mosso esclusivamente da forze culturali interne. Al contrario, praticamente tutti gli Stati di questa regione erano nati meno di cent’anni prima sulle macerie dello sconfitto impero ottomano alla fine della Prima guerra mondiale. I loro confini erano stati disegnati dalle potenze vincitrici, l’Inghilterra e la Francia, spesso in modo del tutto arbitrario, e le impotenti popolazioni di queste terre furono a lungo passate da un tiranno all’altro.
Consapevoli di questa vicenda storica, noi sostenitori della dottrina Bush ci domandavamo perché bisognasse considerare assiomatico che questi Stati avrebbero mantenuto costantemente la loro forma e perché la configurazione politica del medio oriente avrebbe dovuto restare eternamente al di fuori delle correnti democratiche che si stavano diffondendo in tutto il resto del pianeta.

La gioia della gente di Kabul
Ci chiedevamo anche se fosse realmente vero che i musulmani erano così diversi da tutti gli altri esseri umani, e che piacesse loro essere oppressi e uccisi da dei violenti tiranni, persino se questi tiranni si vestivano con gli abiti della religione e citavano versetti del Corano. E ci chiedevamo se i musulmani preferissero davvero essere poveri, affamati e senza casa anziché godere di quei comfort e di quelle comodità che in occidente sembrano così scontate che non ne siamo più nemmeno grati. E, infine, ci chiedevamo perché, se era davvero così, c’era stato un così grande scoppio di gioia e felicità tra la gente di Kabul quando gli americani l’avevano liberata dai suoi oppressori talebani.
D’accordo, era la risposta, ma che dire della popolazione irachena? Quasi tutti i sostenitori dell’invasione, me compreso, avevano previsto che gli americani sarebbero stati accolti con fiori e sorrisi; invece le nostre truppe hanno incontrato odio e bombe. Ciononostante, e contrariamente all’impressione suscitata dai media, tutti i sondaggi dimostravano che la vasta maggioranza degli iracheni ci dava il benvenuto, ed era felice di essere stata liberata dalla violenta tirannia di Saddam Hussein. L’odio e le autobombe arrivano dallo stesso gruppo di combattenti del jihad che ci avevano attaccato l’11 settembre e che, a differenza degli scettici del nostro paese, avevano paura che gli Stati Uniti stessero davvero riuscendo a democratizzare l’Iraq. In effetti, questo era l’autentico segnale d’avvertimento lanciato dal leader terrorista Abu Musab al Zarqawi a resti di al Qaida ancora nascosti nelle grotte dell’Afghanistan: "La democrazia sta arrivando, e dopo non ci sarà più alcuna giustificazione (per il terrorismo in Iraq)".
Parlando a nome di molti suoi colleghi realisti, Fareed Zakaria, sulle pagine di Newsweek, smentì Zarqawi affermando che in Iraq non stava arrivando la democrazia e anzi che era prematuro cercare di impiantarla in quel paese o in qualsiasi altra regione del medio oriente: "Noi non vogliamo la democrazia in medio oriente, o almeno non ancora. Vogliamo innanzitutto stabilire quelli che si possono definire i presupposti della democrazia (), il regno della legge, i diritti individuali, la proprietà privata, l’indipendenza dei tribunali, la separazione tra Stato e Chiesa (). Non possiamo aspettarci che in medio oriente avvenga nello spazio di una sola notte ciò per cui in occidente ci sono voluti secoli".
Noi sostenitori della dottrina Bush non vedevamo nulla di sbagliato nelle tesi di Zakaria. Ma rifiutavamo l’accusa (spesso rivoltaci non soltanto da realisti come Zakaria ma anche da paleoconservatori come Pat Buchanan) secondo la quale la nostra posizione era troppo "ideologica" o ingenuamente "idealistica" o addirittura "utopica". Eravamo completamente d’accordo con quello che il presidente Bush andava già da tempo sostenendo: ossia che l’opzione realista di accettare regimi autocratici e dispotici in medio oriente non aveva garantito né la stabilità regionale né ­ come aveva tragicamente dimostrato l’11 settembre ­ ci aveva reso più sicuri in patria. Bush aveva già da tempo dato una risposta alla domanda posta da "coloro che si definiscono realisti", vale a dire se "la diffusione della democrazia dovesse essere una preoccupazione degli Stati Uniti".
Lo era eccome, dichiarò Bush in termini risoluti, perché la democratizzazione ci avrebbe reso più sicuri, e accusò i realisti di avere "perso contatto con una fondamentale realtà". Da questo punto di vista, a mio giudizio, Bush ha adottato una politica simile a quella del Piano Marshall, che era servito agli interessi americani e nello stesso tempo aveva aiutato gli altri paesi. Al pari del Piano Marshall, la nuova politica di Bush era una sintesi di realismo e idealismo: un esempio di come si fa bene facendo il bene.
Coloro che sostenevano questa nuova politica si opposero anche alla tesi secondo la quale democrazia e capitalismo potevano crescere soltanto in un terreno che era stato coltivato già da secoli. Abbiamo ricordato ai realisti che, dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti erano riusciti, in un solo decennio, a trasformare la Germania nazista e il Giappone imperialista in democrazie capitaliste.
E dopo la sconfitta del comunismo, era cominciato un processo analogo in Europa centrale e orientale, e persino nel cuore stesso dell’antico impero del male. Perché non avrebbe potuto accadere la stessa cosa nel mondo islamico? La risposta dei realisti era che qui la situazione era diversa. A questo noi rispondevamo che la situazione era ogni volta diversa, e che si potevano sempre trovare mille ragioni di possibile fallimento per scoraggiare qualsiasi tentativo ambizioso.
Di fronte a questa osservazione si sosteneva frequentemente che l’Amministrazione Bush aveva notevolmente sottovalutato le particolari difficoltà che implicava la democratizzazione dell’Iraq e erroneamente calcolato il tempo necessario per una trasformazione così profonda, sempre ammesso che fosse possibile. Tuttavia i discorsi su una "facile passeggiata" e cose del genere erano fatti soprattutto fuori dall’Amministrazione e in ogni caso erano riferiti alla futura campagna militare in Iraq (che si è rivelata effettivamente tale) e non alla successiva fase di ricostruzione.
Quanto a quest’ultima, l’Amministrazione aveva continuato a ripetere che sarebbe rimasta in Iraq "fino a quando sarebbe stato necessario, e non un giorno di più". Ma quanto sarebbe durato il processo di democratizzazione? Per coloro che si opponevano alla dottrina Bush, un anno (o persino un mese?) era già un periodo troppo lungo; per i suoi sostenitori, l’espressione "fino a quando sarebbe stato necessario, e non un giorno di più" continuava a sembrare, date le circostanze, la sola formula soddisfacente.
Lo stesso discorso fatto per il problema della democratizzazione dell’Iraq vale anche per quello della riforma e della modernizzazione dell’islam. Riflettendo su questa ancora più complessa questione, ci chiedevamo se l’islam fosse davvero in grado di sopravvivere eternamente rifiutando quel processo di riforma e modernizzazione che si era avviato nel cristianesimo e nel giudaismo all’inizio dell’età moderna. Non che fossimo così ingenui da immaginarci che l’islam potesse riformarsi nel giro di una notte, o per un intervento esterno. Nella sua fase di massimo splendore, l’islam si era imposto su enormi territori con la forza della spada, oggi non c’era alcuna possibilità di un’immediata trasformazione dell’islam con la forza delle armi americane.
C’erano, però, buone possibilità per preparare il terreno e fare una semina da cui potevano svilupparsi nuove condizioni politiche, economiche e sociali, affiancate da nuove pressioni religiose interne. Queste pressioni avrebbero preso la forma di una imprescindibile richiesta ai teologi musulmani affinché rintracciassero nel Corano e nella sharia la garanzia che si poteva rimanere buoni musulmani anche godendo dei vantaggi di un governo onesto, e persino di quelli della libertà politica ed economica. In questo modo si sarebbe infine avviato il processo di riforma e modernizzazione della religione islamica.

I democratici del 2004
Gli ostacoli che si frappongono a una positiva trasformazione del medio oriente (militare, politica o religiosa) non sono insuperabili. Nel lungo periodo, possono essere superati e non c’è dubbio che noi possediamo la potenza, i mezzi e le risorse necessarie per farlo. Ma abbiamo anche la capacità e il coraggio altrettanto necessari? Siamo in grado, nella nostra presente condizione, di giocare un ruolo imperiale così limitato e moderato come quello che avevamo esercitato occupando la Germania e il Giappone alla fine della seconda guerra mondiale?
Alcuni dei nostri critici nella destra europea ci deridono non, come fa la sinistra, perché siamo degli imperialisti ma perché lo siamo in modo assolutamente maldestro, perché manchiamo della lungimiranza e delle capacità politiche per sovrintendere alla creazione di un governo più disposto alla riforma e alla modernizzazione dell’attuale dispotismo. Confesso che ho serie preoccupazioni sulle nostre capacità, e sul nostro carattere come nazione. E pensando alla nostra lunga storia di disattenzione e passività nei confronti del terrorismo precedente all’11 settembre, temo una ricaduta nell’arrendevolezza, nelle paludi della diplomazia e dell’inutile controllo dei danni.
Timori e preoccupazioni come questi sono stati notevolmente approfonditi dagli attacchi sferrati contro la dottrina Bush, diventati addirittura virulenti nel corso della campagna elettorale del partito democratico. Ho già parlato delle mie iniziali preoccupazioni per la possibile diffusione del movimento pacifista dai settori più marginali verso il centro, così come del mio successivo stupore per la rapidità con cui è riuscito a farlo.
Mentre negli anni Sessanta ci sono voluti dodici anni ai radicali per raccogliere il partito democratico dietro a George McGovern, il loro erede politico e spirituale del 2001 sembra esserci riuscito in meno di due mesi. Questa volta il leader prescelto era l’iracondo pacifista Howard Dean. Benché alla fine non sia riuscito a ottenere la nomination, i suoi iniziali successi hanno costretto gli altri candidati relativamente moderati a fare una decisiva svolta a sinistra sull’Iraq e a escludere i pochi che ancora sostenevano la campagna militare. Quanto a John Kerry, per vincere la nomination ha dovuto sconfessare il voto con cui lui stesso aveva autorizzato il presidente Bush a usare la forza contro Saddam Hussein. A rendere la situazione ancora peggiore, la campagna di propaganda volta a mettere in discredito l’intervento in Iraq si spostò dalle piazze dei comizi elettorali alle sale del Congresso, dove si camuffò in una serie di udienze apparentemente neutrali. In queste udienze, la più importante delle quali fu tenuta dal Senate Intelligence Committee, alti funzionari dell’amministrazione Bush subirono le prepotenze di legislatori democratici (e persino alcuni repubblicani) in termini che spesso ricordavano quelli usati in molti libri e articoli che accusavano il presidente di averci mentito sulle ragioni che avevano reso necessaria la guerra contro Saddam Hussein. Fu una vera e propria ondata che si abbattè su tutto il panorama politico.
Tra le menzogne con cui Bush aveva ingannato Kerry e tutti gli altri americani c’era quella sulle presunte connessioni tra Saddam e al Qaida. Anche coloro che credevano in queste connessioni erano disposti ad ammettere che non c’erano (ancora) prove definitive; ma questo non significava affatto negare che non ci fossero concreti sospetti. E infatti, secondo i rapporti poi pubblicati dal Senate Intelligence Committee e dalla commissione per l’11 settembre nell’estate del 2004 (e diversamente dalle conclusioni che ne hanno tratto i media), al Qaida ha effettivamente avuto dei rapporti di collaborazione, per quanto informali, con alcuni agenti iracheni al servizio di Saddam.
Lo stesso vale per un’altra delle bugie che Bush avrebbe detto per giustificare l’invasione dell’Iraq. Nel suo discorso sullo stato dell’Unione nel 2003, aveva detto che "il governo britannico ha scoperto che Saddam Hussein ha recentemente cercato di ottenere significative quantità di uranio dall’Africa". Poi un oscuro diplomatico in pensione di nome Joseph C. Wilson IV, precedentemente inviato in Niger dalla Cia per verificare quest’affermazione, si guadagnò i suoi quindici minuti di gloria (per non menzionare la pubblicazione di un libro bestseller) denunciandola come una bugia. Ma si è poi stabilito che la famosa frase pronunciata da Bush corrispondeva a verità. Fu questa la conclusione del rapporto del Senate Intelligence Committee, di due separate indagini inglesi e di parecchi servizi segreti europei, compresi persino quelli francesi. Per di più, si è scoperto che il rapporto di Wilson per la Cia in realtà sembrava confermare il sospetto che Saddam stesse cercando di acquistare uranio in Africa anziché, come lui aveva dichiarato, smentirlo. Il bugiardo, quindi, non era Bush ma Wilson.
Ma, naturalmente, la più grande bugia di cui Bush era accusato era stata quella di dire che Saddam possedeva armi di distruzione di massa. Su questo punto, anche chi sosteneva che le armi di distruzione di massa fossero ancora nascoste o che fossero state trasportate in Siria, o entrambe le cose, era disposto ad ammettere che probabilmente si sbagliava. Ma come avrebbe potuto mentire Bush quando ogni servizio d’intelligence in qualsiasi paese del mondo era convinto che Saddam custodisse un arsenale di queste armi? E come avrebbe potuto esagerare le notizie fornitegli dai nostri servizi segreti quando lo stesso direttore della Cia descriveva il caso come una "pesante schiacciata"?
Senza dubbio, sempre secondo il rapporto del Senate Intelligence Committee, il caso, invece di essere una "pesante schiacciata", poggiava su prove scarse e inconsistenti. Tuttavia, lo stesso comitato "non ha riscontrato alcuna prova del fatto che i funzionari dell’amministrazione abbiano cercato di influenzare o mettere sotto pressione gli analisti affinché mutassero la loro opinione sulle armi di distruzione di massa irachene". La Cia, in altre parole, non ha detto al presidente ciò che pensava volesse sentire. Gli disse invece ciò che pensava di sapere; e aveva ogni motivo per credere ciò che gli disse. Dopo la questione delle armi di distruzione di massa, ne sono emerse molte altre che hanno ulteriormente scosso la fiducia di molti che erano stati entusiastici sostenitori dell’intervento in Iraq.
Mentre il numero dei soldati americani uccisi nel tentativo di garantire la sicurezza in Iraq continuava ad aumentare e subito dopo l’orrendo episodio dell’uccisione di quattro cittadini americani e dello scempio dei loro corpi a Fallujah, giunse la notizia che alcuni prigionieri iracheni detenuti nel carcere di Abu Ghraib avevano subito spaventosi maltrattamenti da parte dei loro carcerieri americani. Tra i sostenitori della dottrina Bush, questi rovesci scatenarono una potente ondata di pessimismo e di paura di sconfitta, che furono ulteriormente ingranditi da continui mutamenti di tattica da parte dei nostri strateghi militari (come la decisione di rinunciare a stanare le milizie terroriste nascoste negli edifici sacri di Fallujah e Najaf). Persino il precedentemente irremovibile Fouad Ajami è rimasto scosso e turbato. In un articolo intitolato "L’Iraq potrà sopravvivere, ma il sogno è morto", ha scritto: "Dobbiamo ammetterlo: l’Iraq non sarà il caso-modello che l’America presenterà al mondo arabo-musulmano".
Bisognava aspettarsi che tutto questo sarebbe stato immediatamente sfruttato dal partito pacifista, continuando a ignorare completamente gli enormi progressi che avevamo compiuto nel processo di ricostruzione della società irachena. Era anche naturale che i democratici cercassero di sfruttare politicamente questi rovesci. Ma non era per forza necessario che i democratici sarebbero stati disposti ad arrivare fino al punto di confrontare i maltrattamenti e le umiliazioni dei prigionieri di Abu Ghraib (nessuno dei quali è stato mai mutilato, per non dire ucciso) con le spaventose torture e gli orrendi assassinii che erano avvenuti in quella stessa prigione sotto il regime di Saddam Hussein o addirittura nei gulag sovietici, dove erano morti milioni di persone.
Eppure è proprio ciò che fece il senatore Edward M. Kennedy dai banchi del Senato, quando dichiarò che la camera di tortura di Saddam Hussein era stata riaperta "da una nuova gestione: quella degli Stati Uniti". E lo stesso fece Al Gore quando accusò Bush "di avere fondato un gulag americano". Al coro dei politici si unì la voce del principale finanziatore della campagna elettorale del partito democratico, George Soros, il quale disse che la vicenda di Abu Ghraib era una cosa ancora più spaventosa degli attentati dell’11 settembre. Quando Soros fece questa disgustosa dichiarazione, aveva al suo fianco il senatore Hillary Rodham Clinton, che non ha battuto ciglio.

I democratici e "Fahrenheit 9/11"
Altrettanto ignobile è stata la risposta dei democratici alla più brillante costruzione demagogica dei radicali pacifisti, il film "Fahrenheit 9/11" di Michael Moore. Poco dopo l’11 settembre, vale a dire molto prima dell’uscita del film (ma molte delle accuse contro Bush presenti nel film erano già state rese note da Moore durante la guerra in Afghanistan), un commentatore di tendenze liberal lo aveva definito un "ben noto stravagante, considerato con disprezzo persino dalla sinistra". Lo stesso commentatore aveva anche bollato come "insensata" l’idea che le opinioni di Moore "rappresentassero un arco significativo dello schieramento pacifista". A dare credito a questa tesi era il fatto che lo stesso Moore si era beccato un bel po’ di fischi quando, nel 2003, accettando un Oscar per il film "Bowling at Columbine", aveva dichiarato: "Viviamo in un’era di fittizi risultati elettorali, manipolati per eleggere presidenti fittizi. Viviamo in un’era in cui un uomo ci fa entrare in guerra per motivi fittizi (). Noi siamo contro questa guerra, presidente Bush. Vergogna, presidente, vergogna"
Nel 2004, tuttavia, quando è uscito "Fahrenheit 9/11", le cose erano cambiate. Senza dubbio, questo film (un compendio di tutte le volgarità rivolte contro George W. Bush, più alcune nuove, il tutto messo insieme secondo la migliore tradizione dello "stile paranoico della politica americana") è riuscito a mettere in imbarazzo persino numerosi commentatori liberal. Uno di loro ha descritto il film come un prodotto della "sinistra più balorda" e ha espresso il timore che il suo estremismo potesse mettere in discussione la "legittimità" delle ragioni delle critiche contro Bush e contro la guerra.
Tuttavia, con un sorprendente rovesciamento degli schemi tradizionali della prudenza, questi timori di estremismo erano più pronunciati tra gli esperti liberal che tra i politici democratici. Così, un foltissimo numero di importanti democratici si presentò alla proiezione di "Fahrenheit 9/11" che (come ha ricordato spiritosamente il giornalista Mark Steyn) il Congresso non ha potuto fare a meno di organizzare. Al termine del film, nemmeno un fischio dissonante ha disturbato l’armonia degli applausi a scena aperta. Il presidente del Democratic National Committee, Terry McAuliffe, ha proclamato che il film "era molto potente, molto più di quanto avessi immaginato". Quando un giornalista della Cnn gli ha domandato se riteneva che il "film fosse sostanzialmente onesto e basato sui fatti", McAuliffe ha risposto: "Sì, () il film dimostra chiaramente che Bush non è adatto a fare il presidente di questo paese". Il senatore dell’Iowa, Tom Harkin, si è accodato a McAuliffe e ha esortato tutti gli americani a vedere il film: "E’ importante che il popolo americano comprenda ciò che è accaduto prima, ciò che ci ha condotto fino a questo punto, e che lo veda in questa presentazione priva di ritocchi realizzata da Michael Moore".
E’ possibile che altri importanti democratici presenti alla proiezione (tra i quali i senatori Tom Daschle, Max Baucus, Barbara Boxer e Bill Nelson, nonché i parlamentari Charles Rangel, Henry Waxman e Jim McDermott, più vari anziani del partito come Arthur Schlesinger Jr. e Theodore Sorensen) non fossero d’accordo con Harkin e McAuliffe. Ma, anche se fosse così, sono rimasti del tutto in silenzio. Quanto a John Kerry, non ha trovato il tempo per vedere "Fahrenheit 9/11", spiegando che non ce n’era comunque bisogno perché l’aveva "vissuto" lui stesso.

Il 2004 e il 1952
Per tornare al lugubre pessimismo che pervase i sostenitori della dottrina Bush nella primavera del 2004: una delle ragioni fornite da Fouad Ajami era che "i nostri nemici ci hanno preso le misure, si sono resi conto della nostra discordia nazionale sull’opportunità della guerra". Incoraggiati dalle nostre esitazioni a Fallujah e in altri luoghi dell’Iraq, così come dalla nostra disponibilità a fare rientrare nel quadro politico le Nazioni Unite, i nostri nemici avevano ricominciato a respirare, e non soltanto in Iraq: "All’inizio l’Amministrazione aveva parlato di un ‘medio oriente allargato’ dove si sarebbe posto rimedio al ‘deficit’ di libertà, istruzione e diritti delle donne, dove la nostra potenza sarebbe stata impiegata per scardinare il dispotismo dominante nel mondo musulmano". Ma ora, si lamentava Ajami, era diventato evidente che non avremmo affatto "dato la caccia al dittatore siriano" e non avremmo "rovesciato la teocrazia iraniana". C’erano addirittura segnali che, abbandonando completamente il sogno della democratizzazione, ci potessimo accontentare del dominio di un "uomo forte" in Iraq.
Quanto erano accurate le misure che il nemico ci aveva preso? Era possibile che la loro precisione fosse alterata dalla surriscaldata atmosfera di una campagna inconsuetamente accesa e combattuta, e dalla prudenza che Bush aveva ritenuto necessario adottare per ottenere la rielezione? Questa mi sembrava allora, e ancora adesso, la questione più importante. Voglio perciò concludere il mio saggio analizzandola, e intendo farlo tornando all’analogia che ho precedentemente individuato tra l’inizio della terza guerra mondiale nel 1947 e l’inizio della quarta guerra mondiale nel 2001.
Quando fu enunciata nel 1947, la dottrina Truman fu criticata da molti ambienti. A destra c’erano gli isolazionisti i quali, dopo essere stati messi in disparte dalla seconda guerra mondiale, erano riusciti in qualche modo a tornare alla ribalta all’interno del partito repubblicano sotto la guida del senatore Robert Taft. La loro principale protesta era che Truman aveva impegnato gli Stati Uniti in una politica di infiniti interventi che non avevano un diretto rapporto con il nostro interesse nazionale. Ma all’interno della destra c’era anche una corrente che denunciava la dottrina del contenimento non perché sconsideratamente ambiziosa ma perché troppo timida.
(segue da pagina V) Questo gruppo era ancora piuttosto piccolo, ma nel giro di pochi anni avrebbe trovato, nel mondo della politica repubblicana, portavoci come Richard Nixon e John Foster Dulles e, in quello degli intellettuali conservatori, sostenitori come William F. Buckley e James Burnham.
All’altra estremità dell’arco politico, c’erano comunisti e alcuni loro compagni di viaggio "liberal" che ­ rafforzati dalla nostra alleanza con l’Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale ­ erano emersi quale gruppo relativamente numeroso e avrebbero presto formato un nuovo partito politico sotto la guida di Henry Wallace. A loro giudizio i sovietici avevano maggiori motivi per difendersi da noi di quante ne avevamo noi di difenderci da loro; ed era stato Truman, e non Stalin, a rappresentare il maggior pericolo per "i popoli liberi di tutto il mondo". Ma le critiche piovvero anche dal centro, rappresentato da Walter Lippman, il più influente e autorevole commentatore del periodo. Lippman sostenne che Truman aveva suonato "la carica di una crociata ideologica" con uno scopo addirittura messianico. Nelle elezioni del 1948, Truman riuscì nell’apparentemente impossibile compito di affrontare tutte queste tre sfide (e anche delle altre). Quando, malgrado le previsioni di tutti i sondaggi, riuscì a vincerle tutte, potè finalmente sentirsi investito di un mandato per la realizzazione della sua politica estera. E così avvenne che, sotto l’egida della dottrina Truman, le truppe americane furono inviate nel 1950 per combattere in Corea. "Ciò che una nazione può o deve fare ­ avrebbe poi scritto Truman ­ comincia con la disponibilità e la capacità del suo popolo di sopportarne la responsabilità": e Truman riponeva una giusta fiducia nel fatto che il popolo americano fosse pronto a sobbarcarsi il peso della Corea.
Anche così, rimase un’opposizione sufficientemente forte all’interno del partito repubblicano tanto da lasciare incerto se il contenimento fosse davvero una politica americana o soltanto quella seguita dai democratici. Questa incertezza fu esacerbata dalle elezioni presidenziali del 1952, quando i repubblicani guidati da Dwight D. Eisenhower si scontrarono contro il successore scelto dallo stesso Truman, Adlai Stevenson, in una campagna caratterizzata da violenti attacchi contro la dottrina Truman da parte del candidato vicepresidenziale di Eisenhower e del suo futuro segretario di Stato John Foster Dulles. Nixon, per esempio, prese in giro Stevenson definendolo un diplomato della "università dei codardi per il contenimento sovietico" diretta dal segretario di Stato di Truman Dean Acheson; mentre Dulles esortò ripetutamente a scartare la dottrina del contenimento in favore di una politica di "intervento" e "liberazione". E tanto Nixon quanto Dulles sottolinearono con forza la loro approvazione della tesi sostenuta dal generale Douglas MacArthur, secondo il quale in Corea Truman si sbagliava a mantenere semplicemente le posizioni invece di continuare l’avanzata, perché, come disse lo stesso MacArthur con una frase rimasta famosa: "Non c’è nessun sostituto della vittoria".
Eppure, quando Eisenhower salì alla Casa Bianca, non toccò neanche un capello della dottrina Truman. Ben lungi dall’adottare una strategia più coraggiosa e più aggressiva, il nuovo presidente pose termine alla guerra in Corea accordandosi sullo status quo ante: in altre parole, proprio in conformità con la dottrina del contenimento. Ancora più rivelatore fu, tre anni più tardi, il rifiuto di Eisenhower di intervenire quando gli ungheresi, apparentemente incoraggiati dalla retorica della liberazione ancora impiegata nelle trasmissioni di Radio Free Europe, si rivoltarono contro i loro padroni sovietici. Nel bene o nel male, questo episodio tolse ogni rimanente dubbio sul fatto che il contenimento fosse ancora soltanto la dottrina del partito democratico. Con il pieno appoggio di tutti, la dottrina Truman era diventata la politica ufficiale degli Stati Uniti d’America.
L’analogia non è ovviamente perfetta, ma le somiglianze tra le battaglie politiche del 1952 e quelle del 2004 sono abbastanza significative per aiutarci a considerare quella che qualche riga fa ho definito la questione in questo momento più importante per gli Stati Uniti. Per formulare la questione in termini leggermente diversi di quelli precedenti: Che cosa accadrà se a novembre i democratici, sotto la guida di John Kerry, batteranno George W. Bush? Prenderanno provvedimenti conformi alle loro violenti critiche contro la politica di Bush oppure, come i repubblicani del 1952 a proposito della Corea, si dimenticheranno tranquillamente delle loro promesse elettorali di appoggiarsi alle Nazioni Unite e agli europei, e proseguiranno sulla strada seguita da George Bush in Iraq? E gettando lo sguardo oltre lo stesso Iraq, adotteranno la dottrina Bush come i repubblicani del 1952 avevano adottato la dottrina Bush? Considereranno l’Iraq soltanto come una battaglia di una guerra più ampia, la quarta guerra mondiale, scatenata dagli attentati dell’11 settembre? Decideranno di continuare a combattere questa guerra con la stessa strategia indicata dalla dottrina Bush per tutto il tempo necessario a vincerla?
A giudicare dal modo in cui hanno agito e parlato i democratici, temo che la risposta sia no. E non sono stato minimamente rassicurato dalla sfarzosa esibizione di falchismo messa in scena durante la loro convention di luglio. Tuttavia, in quanto appassionato sostenitore della dottrina Bush, spero di sbagliarmi. Se John Kerry dovesse diventare il nostro prossimo presidente, cosa del tutto possibile, sarebbe davvero un disastro se decidesse di abbandonare la dottrina Bush e sostituirla con l’approccio legalista già impiegato senza alcun successo per affrontare il terrorismo prima dell’11 settembre, lasciando nello stesso tempo che di tutto il resto si occupino proprio queste due debolissime entità, ossia l’Onu e gli europei. Qualsiasi giustificazione Kerry riuscisse a trovare, questo mutamento di rotta sarebbe a ragione interpretato dai nostri nemici come una vile ritirata e ne deriverebbero dolorose conseguenze. I despoti del medio oriente si sentirebbero ancora una volta liberi di offrire protezione ai terroristi islamici e di rifornirli di cinture esplosive; e questi terroristi riprenderebbero il coraggio per attaccarci, questa volta con una violenza ben maggiore di qualsiasi altra.
Se, comunque, i vittoriosi democratici riconoscessero che la nostra salvezza non giungerà né dagli europei né dalle Nazioni Unite, se se accettassero che la dottrina Bush costituisce la sola risposta adeguata alla grande minaccia scatenata dall’11 settembre, allora il nostro nemico non sarà più incoraggiato (certamente non come negli ultimi tempi) dalla "nostra discordia nazionale sull’opportunità della guerra".
Nella terza guerra mondiale, nonostante il consenso bipolare che divenne evidente dopo il 1952 (e contrariamente agli annacquati ricordi che se ne hanno oggi), rimase una forte "discordia", e si fecero parecchi passi falsi (in particolare quello del Vietnam) lungo la strada per la vittoria. Ci furono anche momenti in cui sembrava che stessimo perdendo, e quando i nostri nemici sembravano così forti che il massimo che potevamo ottenere sarebbe stato chiedere una pace negoziata. Ora, con la quarta guerra mondiale appena cominciata, assistiamo ad un fenomeno analogo. Nella terza guerra mondiale, l’America in quanto nazione ha saputo persistere nonostante gli inevitabili rovesci ed errori e malgrado il pessimismo da questi provocato fino a che, alla fine, ha ottenuto la vittoria. Per l’America la ricompensa della vittoria è stata l’eliminazione di una minaccia militare, politica e ideologica. Per le popolazioni che vivono all’interno dell’Unione Sovietica e del suo impero nell’Europa orientale, la vittoria ha significato la liberazione da un tiranno totalitario. Senza dubbio, questa liberazione non ha portato immediatamente tutto alla perfezione, ma sarebbe assurdo sostenere che nulla è cambiato in meglio quando il comunismo è stato finito proprio in quel mucchio di ceneri della storia che, secondo Marx, sarebbe dovuto essere il luogo di sepoltura del capitalismo.
Supponiamo di riuscire a concludere la quarta guerra mondiale con una buona vittoria. Che cosa significherà questa volta la vittoria? Ebbene, per noi significherà l’eliminazione di un’altra (e per certi aspetti ancora più grave) minaccia alla nostra sicurezza. Ma poiché questa minaccia non può essere eliminata senza una "bonifica delle paludi" in cui si nutre, la vittoria significherà anche la liberazione di un altro gruppo di paesi da una nuova specie di tirannia totalitaria. Come possiamo già capire dall’Afghanistan e dall’Iraq, la liberazione non determinerà la creazione nel giro di una sola notte delle condizioni ideali in medio oriente, esattamente come non lo ha fatto nell’Europa orientale. Ma, come possiamo capire sempre dall’Afghanistan e dall’Iraq, avverranno immediatamente cose positive, e si aprirà un’autentica opportunità per cose ancora migliori.
Il ricordo della situazione storica alla fine della terza guerra mondiale suggerisce un altro interessante parallelo con la situazione attuale, all’inizio della quarta guerra mondiale. Siamo venuti a sapere dalle testimonianze di ex funzionari dell’Unione Sovietica che, a differenza delle élite nostrane (che deridevano e disprezzavano l’idea di Reagan, secondo il quale si poteva costruire un utile sistema di difesa missilistica), i russi (compresi i loro migliori scienziati) non avevano dubbi sul fatto che gli Stati Uniti fossero in grado di creare un sistema di questo tipo e che ciò li avrebbe sconfitti. Oggi lo stesso genere di disprezzo è rivolto dallo stesso genere di persone contro l’idea di George W. Bush che il medio oriente possa essere democratizzato, mentre i nostri nemici in quella regione (proprio come i russi a proposito delle "guerre stellari") sono convinti che ci stiamo effettivamente riuscendo.
Una prova a questo proposito è offerta dagli avvertimenti lanciati da al Zarqawi ad al Qaida, che ho già citato in precedenza. Ma la sua lettera non è l’unico indizio del fatto che i despoti laici e gli islamofascisti del medio oriente sono profondamente preoccupati per le conseguenze della dottrina Bush. C’è innanzitutto la Libia di Gheddafi, il quale ha ammesso che è stato il suo timore di "essere il prossimo" a convincerlo di rinunciare al suo programma nucleare. E ci sono poi i siriani e gli iraniani. Naturalmente, continuano a lanciare segnali di sfida e a cercare di crearci il maggior numero di problemi possibile; però, con tutto il rispetto per le disilluse speranze di Fouad Ajami, non posso fare a meno di porre questa domanda: perché dovrebbero continuare a mandare in Iraq guerriglieri e armi se non per un ultimo disperato tentativo di far deragliare un processo evolutivo le cui prospettive sono, ai loro occhi, inaccettabili, e che, come essi temono, con ogni probabilità li spodesterebbe?
Questo timore, come dice Ajami, è stato placato dal modo in cui abbiamo finora reagito ai problemi che ci hanno causato. Ma non è certo stato cancellato del tutto, perché è solidamente fondato sulle nuove realtà geostrategiche della regione, createsi sotto l’egida della dottrina Bush. Il professore Haim Harari, già direttore del Weizmann Institute, descrive queste nuove realtà con grande precisione:
"Ora che l’Afghanistan, l’Iraq e la Libia sono fuori dal gioco, rimangono ancora due Stati terroristi e mezzo: l’Iran, la Siria e il Libano (che è soltanto una colonia siriana) A causa della conquista dell’Afghanistan e dell’Iraq, sia l’Iran sia la Siria sono ora completamente circondati da territori nemici. L’Iran è circondato dall’Afghanistan dagli Stati del Golfo e dalle repubbliche islamiche dell’ex Unione Sovietica. La Siria è circondata dalla Turchia, dall’Iraq, dalla Giordania e da Israele. Si tratta di un significativo mutamento strategico, che esercita una forte pressione su questi Stati terroristi. Non sorprende che l’Iran stia cercando con ogni mezzo di provocare un’insurrezione sciita in Iraq. Non so se il piano americano prevedesse davvero l’accerchiamento dell’Iran e della Siria, ma questo è il risultato ottenuto".
Infine, c’è l’effetto che la dottrina Bush ha avuto sulle forze che spingono per la liberalizzazione in tutto il medio oriente. Quando Ronald Reagan impiegò la parola "male" in riferimento all’Unione Sovietica, e ne annunciò con fiducia la prossima sconfitta, infuse nuove speranze ai dissidenti democratici che si trovavano dentro e fuori dai gulag. In quei giorni, proprio come avviene oggi per Ajami nei confronti di Bush, alcuni di noi furono quasi colti dalla disperazione quando Reagan sembrò non agire in piena conformità con le sue convinzioni. Quando, per esempio, rispose molto debolmente alla grande crisi polacca del 1982, culminata con l’imposizione della legge marziale, l’editorialista George F. Will, uno dei suoi più tenaci sostenitori, dichiarò infuriato che l’amministrazioe Reagan "adorava più il commercio di quanto detestava il comunismo"; io stesso scrissi un articolo in cui esprimevo la mia "ansia" per la sua politica estera. Eppure, anche se (ancora una volta come nel caso di Ajami oggi) le nostre critiche erano per lo più giuste nel dettaglio, ci eravamo completamente sbagliati circa il risultato finale. Per i dissidenti che vivevano dentro la cortina di ferro le cose furono diverse: avevano ben di meglio da fare che rimanere impantanati nelle questioni di dettaglio e non persero mai il loro coraggio.
Lo stesso è avvenuto con la dottrina Bush. Il presidente americano ha creato le condizioni necessarie per far diventare i concetti di riforma e democratizzazione il principale argomento di dibattito in tutto il medio oriente. Dove prima regnava soltanto il silenzio, ora ci sono innumerevoli articoli, discorsi, conferenze, e persino sermoni, dedicati alla causa della liberalizzazione politica e religiosa e ai modi per realizzarla. Come i dissidenti al di là della cortina di ferro negli anni Ottanta, anche oggi i democratici del medio oriente non perdono il loro coraggio. Nonostante Fallujah e tutto il resto, c’è stato un costante progresso nel peso e nella portata del dibattito riformista, che è stato e continua ad essere ispirato dalla dottrina Bush.
Non intendo cadere in esagerazioni. Tranne che in Iran, e forse in un paio di altri Stati musulmani non arabi, i democratici sono ancora un piccolo gruppo, e non sembra ancora essere emerso nessuno con la statura intellettuale e morale, e l’influenza politica, di Sakharov, Solzenitsyn o Sharansky. Ma Barry Rubin, direttore del Middle East Review of International Affairs, generalmente molto scettico sulle possibilità di democratizzazione per la regione, ha espresso una valutazione prudente che mi sembra più che ragionevole: "La democrazia e le riforme sono scritte sull’agenda politica del mondo arabo. Ci vorrà una lunga e difficile battaglia per trasformare questi paesi, ma il processo è stato almeno avviato. I liberali sono ancora pochi e molto deboli; le dittature sono solide e la minaccia islamista ostacolerà l’apertura e l’innovazione. Ciononostante, ci sono sempre più persone che cercando di far evolvere la situazione nella giusta direzione".
E questo, io vorrei aggiungere (anche se Rubin non lo fa), grazie a George W. Bush.
C’è poi Gaza, dove almeno alcuni elementi della ormai mitica strada palestinese hanno per la prima volta espresso apertamente la loro denuncia non di Israele o degli Stati Uniti ma del regime tirannico e corrotto di Yasser Arafat. E, sempre per la prima volta, si leggono sulla stampa araba articoli che chiedono la rimozione di Arafat e la sua sostituzione non con l’alternativa islamista rappresentata da Hamas ma con una nuova forma di leadership.
Ecco, per esempio, un articolo uscito su Jordan Times: "Il rapido deterioramento dell’ordine politico interno a Gaza è il riflesso di analoghe piaghe che infestano gran parte del mondo arabo, consistenti nelle tendenze di piccole élite di potere o di singoli individui a monopolizzare il potere politico ed economico per mezzo di un controllo diretto e personale dei sistemi di sicurezza interna e delle forze di polizia. Gaza è soltanto un altro avvertimento sul fallimento del moderno Stato di sicurezza arabo e sul bisogno di una forma di Stato migliore, fondata su diritti individuali sanzionati dalla legge e non sulla protezione armata di regime e su una conservazione perpetua del potere".
Ed ecco un articolo del quotidiano kuwaitiano Arab Times: "Arafat dovrebbe lasciare il suo incarico perché è il capo di un’autorità corrotta. Arafat ha distrutto la Palestina. L’ha trascinata nel terrorismo, nella morte e in una situazione disperata".
Infine un articolo di Gulf News, un giornale pubblicato a Dubai: "I palestinesi dicono che il loro presidente a vita ­ Arafat ­ è il vero problema, insieme ai suoi amici più fedeli, che stanno opprimendo, depredando e impoverendo il proprio popolo. Anche gli arabi hanno qui le loro responsabilità. Possono continuare a sbraitare "Israele" fino a diventare paonazzi, ma questo non toglie il fatto che buona parte della colpa va attribuita ai palestinesi e agli arabi".
Secondo un legislatore palestinese citato dal Washington Post, "ciò che sta accadendo nelle strate di Gaza non ha niente a che fare con le riforme. E’ semplicemente una battaglia per il potere". Al contrario, il giornalista di origine iraniana Amir Taheri lo considera un nuovo genere di "intifada, che vuole rovesciare una dispotica tirannia araba". E’ possibile che questi due giudizi, per quanto opposti, contengano entrambi una parte di verità; e in ogni caso è ancora troppo presto per sostenere che non ci sarebbe stata alcuna rivolta contro Arafat, e molti meno discorsi sulle riforme, se non fosse stato per le politiche di George W. Bush, affiancate dalla sua coraggiosa volontà di sostenere quelle adottate da Ariel Sharon.

La chiamata
Nel suo primo discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente Bush aveva dichiarato che la storia aveva chiamato all’azione l’America, e che era "una nostra responsabilità e un nostro privilegio combattere la battaglia della libertà"; una battaglia definita anche come "un’opportunità straordinaria da non lasciarsi sfuggire". Ancora lo scorso maggio, Bush ci ha ricordato che "noi non avevamo voluto questa guerra contro il terrorismo" ma che, essendovi stati trascinati, avevamo risposto, e ora stavamo cercando di realizzare la "grande impresa" che "la storia aveva affidato al nostro paese".
In queste parole, e soprattutto nei frequenti riferimenti alla storia, possiamo ascoltare un’eco dei paragrafi conclusivi del saggio "X" di George F. Kennan, scritto al momento dello scoppio della terza guerra mondiale: "La questione dei rapporti tra America e Unione Sovietica è in sostanza un banco di prova per verificare se gli Stati Uniti si meritano davvero il posto di nazione tra le nazioni. Per evitare la distruzione, gli Stati Uniti devono soltanto rispettare le loro migliori tradizioni e dimostrarsi degni di essere una grande nazione".
Kennan continuava così il suo appello: "Alla luce di questi fatti, un osservatore attento delle relazioni russo.americane proverà un certo senso di gratitudine per una Provvidenza che, esponendo il popolo americano a questa difficilissima sfida, ha fatto in modo che la sua sicurezza come nazione dipenda dalla sua capacità di stare unito e di accettare le responsabilità della leadership morale e politica che la storia ha senza dubbio inteso assegnargli".
E’ sufficiente sostituire l’espressione "relazioni russo-americane" con "terrorismo islamico" perché questa magnifica dichiarazione valga perfettamente anche per l’America di oggi. Nel 1947 abbiamo saputo accettare le responsabilità politiche e morali della leadership che la storia aveva "inteso assegnarci", e per i successivi 42 anni abbiamo agito di conseguenza. Forse non abbiamo sempre agito in modo saggio o efficiente, e spesso lo abbiamo fatto soltanto dopo lunghi litigi e discussioni animate. Ma abbiamo sempre agito nel nome di quelle responsabilità. In questo modo abbiamo garantito la nostra sopravvivenza "come grande nazione", portando nello stesso tempo migliori condizioni di vita a milioni di persone in una fondamentale regione del mondo.
Ora la nostra "sicurezza come nazione" (compresa, in modo molto più grave che nel 1947, la nostra sicurezza fisica) dipende ancora una volta dalla nostra volontà e capacità di accettare le responsabilità della leadership politica e morale che la storia ha ancora una volta posto sulle nostre spalle. Siamo pronti? Ne abbiamo la volontà? Io penso di sì, ma la giuria è ancora in sessione, e fornirà il proprio verdetto definitivo soltanto dopo le elezioni del 2004.
(6. fine)
Norman Podhoretz
© Commentary – Il Foglio
traduzione di Aldo Piccato
(le precedenti puntate sono state pubblicate sul Foglio tutti i giorni da sabato 28/8)

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