Camillo di Christian RoccaL'idea di Bush, Allawi (e Kerry)

New York. Chiunque vinca le elezioni americane del 2 novembre si troverà ben aperto sulla scrivania il dossier iracheno. La prima cosa da capire è l’attuale situazione militare e politica nell’ex regime di Saddam. Con diverse sfumature, entrambi i contendenti ammettono la grave mancanza di sicurezza nel paese e la crescente ondata di violenza, ma non mancano di sottolineare i progressi compiuti. Lo stesso John Kerry, nel suo durissimo discorso di lunedì sui fallimenti di George Bush, ha riconosciuto che "in Iraq ci sono stati alcuni progressi. Scuole, negozi e ospedali sono stati riaperti. In alcune parti dell’Iraq, in effetti prevale la normalità". Lo conferma Michael O’Hanlon, analista liberal della Brookings Institution, il quale con il suo "Iraq index" monitora le notizie dal campo e oggi spiega come la sicurezza stia peggiorando mentre la transizione politica stia procedendo bene. E’ notizia di ieri, per esempio, che i principali partiti iracheni stiano lavorando a una lista di unità nazionale da presentare alle elezioni.

Il premier di Baghdad, Iyyad Allawi, ieri ha parlato al Congresso di Washington per ringraziare gli americani di aver abbattuto il dittatore del suo paese, per raccontare che cosa sta succedendo in Iraq e spiegare il piano per "sconfiggere i terroristi". Allawi è stato accolto trionfalmente da entrambi gli schieramenti e il suo discorso è stato più volte interrotto da applausi e standing ovation sia dei repubblicani sia dei democratici. Allawi, in sintesi, ha detto che in 15 province su 18 dell’Iraq la situazione è tranquilla e si potrebbe votare oggi stesso.
Nelle altre tre prevale la violenza degli insorgenti, una coalizione di guerriglieri arabi (30 per cento, secondo Allawi), nostalgici del dittatore (60) e criminali comuni (10). Sia Bush sia Allawi hanno avvertito che nelle prossime settimane, quelle che ci separano dalle elezioni di gennaio, i terroristi intensificheranno attacchi e minacce a civili e occidentali. I punti di crisi sono due quartieri di Baghdad, alcune città del triangolo sunnita, la cittadina di Fallujah e le città religiose del sud sciita. In queste ultime, Najaf e Kut, è stato trovato un accordo grazie all’ayatollah al Sistani, per cui ora i luoghi santi sono stati liberati e il ribelle Moqtada al Sadr non costituisce più un problema (Allawi ha confermato che i miliziani sciiti potranno partecipare alle elezioni solo se assolti dai tribunali). Diversa, invece, è la situazione in due sobborghi della capitale, Sadr City e Haifa Street, dove si combatte quotidianamente. Nel triangolo sunnita a nord di Baghdad, Ramadi e Baquba sono in mano alla guerriglia, mentre a Samarra ­ ha raccontato ieri Allawi ­ una trattativa ha portato all’ingresso della polizia irachena in città e alla nomina di un nuovo consiglio provinciale. Fallujah è un piccolo centro controllato dai fondamentalisti di al Zarqawi, "una sacca di restistenza da dove i terroristi partono per andare a far danni altrove".
Allawi ha contestato l’accuratezza dei reportage dall’Iraq, il catastrofismo che si legge sui giornali e i dubbi di alcuni politici (il riferimento implicito era a Kerry): quello che succede è terribile, ha detto, ma la stragrande maggioranza degli iracheni è determinata a sconfiggere i terroristi tanto è vero che "nonostante le stragi, gli iracheni continuano a fare la fila per arruolarsi". Allawi fa quello che deve fare, ha riconosciuto Kerry, secondo il quale sono più credibili le analisi pessimiste della Cia. Secondo Bush, invece, quelle sono soltanto "possibilità" e in ogni caso l’ottimismo è un obbligo perché viceversa i "nemici" si sentirebbero incoraggiati a continuare a uccidere.

In attesa delle elezioni americane
Solennemente Allawi ha promesso che il nuovo Iraq rispetterà la scadenza elettorale del gennaio 2005, stabilita dall’Onu. Al Sistani ha fatto sapere all’Onu di essere preoccupato che il governo volesse rinviarle per i problemi di sicurezza. In quelle tre province, infatti, oggi è impossibile votare liberamente. Torna così il dilemma su Fallujah. Secondo Allawi, non c’è bisogno di ulteriori truppe alleate, piuttosto è necessario aumentare lo sforzo internazionale per addestrare le forze irachene. L’idea è quella di far affrontare ai 150 mila iracheni che saranno arruolati entro la fine dell’anno la battaglia per Fallujah. Secondo i piani militari, filtrati attraverso il New York Times, la resa dei conti avverrà tra novembre e dicembre, cioè ad arruolamento iracheno completato e subito dopo la fine della campagna elettorale americana.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter