Camillo di Christian RoccaL'ultima di Kerry sull'Iraq: ora è contro gli sprechi (fino all'anno scorso voleva spendere di più,anche se ha negato il suo voto al finanziamento e flip e flop)

New York. Ci fosse in palio la coppa del mondo, John Kerry sarebbe il nuovo Pelè. Un sondaggio pubblicato ieri dal Financial Times ha svelato quello che si sapeva già, cioè che l’opinione pubblica internazionale farebbe volentieri a meno di George W. Bush. In almeno 30 Stati del pianeta lo sfidante democratico è di gran lunga preferito al presidente in carica. Dopo aver incassato il sostegno della Corea del nord, con tanto di editoriale sul giornale governativo di Pyongyang, Kerry può contare sulla simpatia del mondo europeo e occidentale dove vincerebbe a mani basse, e talvolta con il triplo dei voti rispetto a Bush. L’anno scorso Kerry fece sapere che alcuni leader stranieri segretamente tifavano per lui, ma l’idea che un candidato alla presidenza fosse sostenuto da altri paesi non piacque agli americani. Il sondaggio del Financial Times però è importante perché la soluzione offerta da Kerry sull’Iraq è quella di portare a termine il lavoro iniziato da Bush coinvolgendo gli alleati, in modo che non siano soltanto gli Stati Uniti a pagare il costo economico e umano della guerra. Ma il New York Times, ieri, ha ribadito che si tratta di una speranza vana, mentre per il resto "molte delle altre idee di Kerry sull’Iraq sono simili a quelle dell’attuale Amministrazione".

In ogni caso, stando al sondaggio, Bush si deve accontentare di uno striminzito pareggio in India e Thailandia, e di una vittoria in Polonia, Nigeria e nelle Filippine. Certo per il leader del mondo libero è fastidioso, ma in palio, appunto, non c’è un trofeo internazionale ma la Casa Bianca con sede a Washington, D.C. E per tornarci Bush deve vincere in Ohio, non in Provenza. E proprio in Ohio, così come in Missouri e in Arizona, l’ultimissimo sondaggio dà il presidente in netto vantaggio. Lieve, ma pur sempre un vantaggio, anche in Florida e addirittura nella Pennsylvania che nel 2000 andò ad Al Gore con 4 punti di scarto. Fosse così, Bush vincerebbe "by landslide", a valanga. Time e Newsweek, lunedì, avevano dato 11 punti di vantaggio al presidente, ieri la Gallup ha confermato la quota 52 per cento per Bush e ha fatto crescere Kerry fino al 45, a danno di Ralph Nader. La novità di ieri è che Bush ha superato il rivale in Ohio (52 a 44), il più importante degli Stati in bilico, mentre solo un paio di settimane fa era sotto di due punti.
Ora c’è da capire se questo improvviso balzo di Bush sia dovuto esclusivamente alla convention di New York della settimana scorsa, e quindi temporaneo, oppure se a meno di due mesi dal voto sia ormai diventato incolmabile per il rivale. Kerry ha cambiato strategia, visto che l’impalcatura della sua campagna fondata sull’eroismo bellico in Vietnam è crollata a colpi di spot dei suoi ex commilitoni. Bill Clinton gli ha consigliato di non citare mai più la parola Vietnam e di parlare di lavoro e di sistema sanitario. Kerry lo ha accontentato a metà: parla di economia, ma ha annunciato che nei prossimi giorni spiegherà una volta per tutte perché da eroe di guerra in Vietnam è diventato eroe pacifista e poi, di nuovo, eroe di guerra. Di più: per bilanciare l’attacco dei Veterani contro Kerry, è iniziata una campagna di scoop e di spot tv sul mancato servizio militare di Bush ai tempi del Vietnam.

Sul Times storie e foto dei morti americani
La campagna elettorale è tornata a occuparsi di Iraq, anche per le crescenti difficoltà delle truppe americane e irachene a Fallujah e Ramadi, città completamente controllate dai fondamentalisti terroristi (ieri, però, gli iracheni sono entrati a Samarra). Ormai è impossibile seguire il bollettino delle svolte di Kerry sull’Iraq, tanto che il New York Times ha aperto il suo editoriale ricordando che "nessuno è più arrabbiato degli stessi sostenitori di Kerry per le sue complicate posizioni sull’Iraq".
Lo sfidante ora è passato all’attacco e il Times gli ha dato una mano, pubblicando quattro pagine con le storie e le foto a colori dei morti americani in Iraq. Kerry non offre ancora un’alternativa alla politica della Casa Bianca, né ripudia il suo voto a favore della guerra. La linea, sottolineata da una nuova ondata di spot, è questa: Bush ha speso 200 miliardi di dollari per l’Iraq (in realtà sono 144) invece avrebbe fatto meglio a investirli in America per programmi sanitari, scolastici e per l’occupazione. I repubblicani hanno subito ricordato che l’anno scorso Kerry aveva detto il contrario (strano?) e cioè che l’Amministrazione avrebbe dovuto aumentare la spesa in Iraq "del numero di miliardi di dollari necessario a vincere", però aveva votato contro il finanziamento della guerra, insomma le solite piroette che lui definisce "nuances", sfumature.
Il problema di Kerry con l’Iraq è di non poter fare l’unica critica efficace alla mala gestione bushiana, cioè quella di non essere sufficientemente duro contro i fondamentalisti del triangolo sunnita. Lo ha scritto anche il Washington Post che "non c’è più nessun dubbio che una campagna militare contro Fallujah sia necessaria". Kerry invece preferisce criticare Bush per lo spreco di denaro pubblico, ma scommette pericolosamente sul fatto che gli americani vogliano risparmiare sulla lotta al terrorismo.

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